6 Consigli per promuovere la motivazione nella vostra organizzazione

Uno studio pubblicato da Harvard Business Review  sulla vita all’interno del mondo del lavoro e sulle relative prestazioni, ha riscontrato che le persone sono più produttive e creative quando la loro vita lavorativa risulta positiva. “E grazie.. questo è scontato” mi direte, difatti è facile immaginare che un lavoratore felice del proprio lavoro sia un lavoratore che produce, non solo per sé ma per l’azienda stessa.

Ma come trasformare la teoria in fatti? Come possiamo fare per motivare il team e allo stesso tempo far crescere la nostra organizzazione in modo socialmente responsabile? Come possiamo creare un ambiente di lavoro che aumenti la motivazione del nostro gruppo giorno dopo giorno?

PUNTARE SULLA NATURA DELL’UOMO

Come esseri umani, siamo portati a connetterci e a mantenere tutto ciò che possa stimolare il nostro sentimento di “sentirci bene”. Tra le varie attività, ve ne è una in particolare che non sempre è considerata, ovvero “l’essere d’aiuto” (Cutler & Banerjee, 2018). Questo stato ci influenza positivamente, in quanto ci fa sentire parte responsabile del cambiamento della persona/causa alla quale stiamo contribuendo. Ci rende partecipe, ci fa sentire “migliori”. Pensate al sentimento che provate quando vi capita di dare un piccolo extra per aiutare una persona che sapete essere nel bisogno.

Questo sentimento può essere anche traslato all’interno del mondo aziendale. Influenzare un cambiamento positivo e far sentire la persona parte di una causa, genera una “bella sensazione”, che può motivare qualsiasi team ad eccellere sul loro posto di lavoro!

Ecco qui 6 consigli per poter stimolare la motivazione all’interno dell’ambiente di lavoro.

    1. Esprimere gratitudine: La gratitudine coltiva l’apprezzaento e pone l’accento sull’individuo come singolo. Ringraziare un vostro dipendente per il contributo unico che svolge è un modo per fargli sapere quanto importante e unico sia il suo contributo e come questo può servire al raggiungimento di una causa aziendale. Ogni persona è differente, e se l’avete scelta è perchè sapete che può portare un contributo all’interno dell’azienda. Secondo uno studio condotto da Nielsen (2014) la gratitudine è un fattore essenziale per aumentare la felicità e il benessere lavorativo, e aiuta persino a favorire le connessioni sociali tra colleghi!
    2. Dimostrate fiducia nei cambiamenti: Quando apportate un cambiamento, cercate di mostrare i valori positivi che esso genererà. Nel caso in cui il cambiamento riguardi delle pratiche etiche e/o lavorative, siate un modello per le aspettative del vostro team. Se il vostro team vi vede in prima persona approcciare al cambiamento, anche loro vi seguiranno più positivamente.
    3. Comunicate in modo creativo: Condividete i vostri valori e obiettivi, metteteli bene in vista, magari su un bel muro che sia accessibile ai vostri collaboratori. Usate una newsletter per comunicare loro i progressi fatti, o cosa manca e cosa si potrebbe fare per raggiungere gli obiettivi prefissati. Cercate modi diversi per trasmettere lo stesso messaggio, in modo che tutti possono lavorare per promuovere i valori aziendali  e avere un impatto (anche nel loro piccolo). La comunicazione coerente e la creatività sono un fattore molto importante per mantenere la motivazione del vostro team.
    4. Coinvolgete i dipendenti in alcune decisioni: Sappiamo che vi sono decisioni che a volte possono essere prese solo ai piani alti. Ma vi sono molte altre invece che possono essere prese coinvolgendo i membri del gruppo. Chiedere l’opinione dei dipendenti, far condividere loro il proprio punto di vista, da un lato fa sentire le persone importanti e considerate, dall’altro possono fornire spunti di riflessione e punti di vista alternativi che potrebbero rivelarsi importanti. Le varie idee possono venire concretizzate o meno, ma l’importante è cercare di coinvolgere il personale, soprattutto in quelle decisioni che possono riguardare loro in prima persona.
      Ad esempio se avete in mente di cambiare il piano dei turni del personale provate a coinvolgere i capi unità e a capire quale sia un buon rapporto ore/turni che permetta di migliorare l’efficienza aziendale e allo stesso tempo il benessere dei dipendenti. Oppure, volete cambiare il software gestione aziendale? coinvolgete i responsabili del reparto amministrazione per capire cosa secondo loro il nuovo software dovrebbero avere. Chi meglio di colui che vi lavora quotidianamente saprà cosa chiedere?
    5. Create una atmosfera coraggiosa: incoraggiate i vostri dipendenti a far domande e non aver paura di chiedere il perchè delle cose. Le persone tendono ad essere più motivate a svolgere un compito quando ne capiscono a pieno il ragionamento che vi sta dietro. Ricordate a voi stessi e al vostro team per cosa state lavorando: salvare vite umane, promuovere l’equità o semplicemente fornire il miglior servizio al cliente. Se i dipendenti possono godere, identificarsi e beneficiare dei valori aziendali fondamentali a portata di mano, rimarranno motivati e appassionati del loro lavoro.
    6. Rispondetevi per rispondere: Per riuscire a convincere gli altri, dovete prima di tutti esserne convinti voi!
      Provate a porvi queste domande:

– Come fa questo progetto a fare la differenza?
– In che modo il contributo della mia azienda sta avendo un impatto?
– Come posso dimostrare al mio team che sono la forza trainante dei valori che stanno dietro a questa organizzazione?
Queste sono alcune domande che vi possono servire per confermare e chiarire i valori aziendali. Fate in modo che i vostri valori abbiano un significato e che influenzino un movimento nel successo della vostra azienda.

Questi sono alcuni cosigli che possono tornare utili per migliorare la motivazione aziendale, per saperne di più, non esitate a contattarci, o rimanete connessi per nuovi articoli che parleranno dell’argomento!

 

Bibliografia:

Cutler, J., & Banerjee, R. (2018). Five reasons why being kind makes you feel good—according to science. The Conversation.

La comunicazione non verbale

Immagina di presentarti ad un colloquio di lavoro. Finalmente è il tuo turno, ti dirigi verso l’interlocutore con la testa protesa in avanti, quasi nascosta tra le spalle, la schiena leggermente curva, l’incedere incerto. Sei teso perché hai proprio bisogno di quell’impiego. Nel tuo stato di attivazione fisiologica stai sudando e il cuore galoppa, ma le mani sono fredde. Te ne accorgi solamente quando l’interlocutore ti offre la sua mano bollente, ed impiega qualche frazione di secondo prima di lasciare la presa. Accenni ad un sorriso. Ti siedi su una sedia minuscola, davanti a te, dietro la scrivania, il selezionatore ti guarda dall’alto verso il basso, comodo nel suo trono in similpelle, con lo schienale auto-reclinante. Le uniche parole pronunciate fino a quel momento sono “buongiorno” e “salve”, eppure nei primi 5-10 secondi il tuo interlocutore, più o meno consapevolmente, ha già espresso un giudizio su di te, che condizionerà inevitabilmente tutto il resto della conversazione.

Immagina ora di entrare nella medesima stanza con una postura eretta ma rilassata, l’incedere sicuro, né troppo rapido né troppo lento, lo sguardo orizzontale che danza dolcemente tra gli occhi del tuo interlocutore e l’ambiente circostante. Il volto è disteso e sorridente mentre stringete le mani, poi si ricompone, pronto per questa conversazione importante. La sedia è sempre piccola, ma la postura degli arti inferiori sembra quasi dare una spinta verso l’alto a tutto il corpo. Le uniche parole pronunciate fino a quel momento sono “buongiorno” e “salve”, eppure nei primi 5-10 secondi il tuo interlocutore, più o meno consapevolmente, ha già espresso un giudizio su di te, che condizionerà inevitabilmente tutto il resto della conversazione.

Come abbiamo visto nel precedente articolo vi sono tre modalità che interagiscono e si completano durante una comunicazione tra esseri umani: verbale, para-verbale e non-verbale (CNV). La CNV è la modalità che trasmette i contenuti in modo più forte ed immediato (nel senso di non-mediato dalle parole). Le informazioni sensoriali non verbali vengono elaborate in modo estremamente rapido dalle strutture cerebrali profonde alla base del cervello (es. nuclei del talamo) prima di essere inviate alla corteccia. Il cervello antico funziona in modo rapido, on/off, acceso/spento, attivo/disattivo, ed invia segnali neurali all’ipotalamo, il quale stimola l’ipofisi, che regola la produzione degli ormoni rilasciati poi in tutto l’organismo. La corteccia frontale (e in parte temporale), responsabile tra le altre cose della comprensione e produzione linguistica e del pensiero astratto razionale, è in comparazione molto più lenta. Essa può certamente influire sull’elaborazione sensoriale-percettiva di base, regolandola attraverso meccanismi di retroazione (feedback), ma sappiamo che tale attivazione corticale è spesso insufficiente ad estinguere una risposta sottocorticale. Ad esempio una persona che soffre di aracnofobia, di fronte alla percezione sensoriale della presenza di un ragno, scapperà a gambe levate urlando (risposta neuro-endocrina-muscolare), nonostante la sua parte razionale gli suggerisca che “tanto è solo un ragnetto“. Insomma, per riassumere, il cervello che osserva è più rapido ed influenzabile del cervello che pensa.

Perché la comunicazione non verbale è importante?

Tutto comunica qualcosa, anche il silenzio inerte. Come ci ricorda Paul Watzlawick è impossibile non comunicare. Pertanto è fondamentale saper usare bene il corpo per migliorare l’efficacia della comunicazione. Prima di interagire con altre persone dovremmo soffermarci per breve tempo a valutare il nostro stato emotivo. Come mi sento? In me predominano sensazioni di impazienza, rabbia, ansia o risentimento? Ognuna di tali emozioni infatti influisce direttamente sul nostro modo di porci rispetto al prossimo e può dare origine a involontarie fughe di informazioni attraverso il linguaggio non verbale, a loro volta causa di problemi nelle relazioni interpersonali, di qualsiasi genere esse siano.

Sappiamo anche dalle neuroscienze che le abitudini non verbali influiscono sui tratti emotivi di base. Questo significa che il corpo influenza la mente, non solo viceversa. A lungo andare, educare il corpo ad un certo tipo di movimenti e gesti finisce per influenzare lo stato mentale ed emotivo. Si badi bene che questo vale sia nel bene che nel male.

Comunicare bene con tutto il corpo quindi facilita le relazioni interpersonali e modifica il nostro stato mentale. Tuttavia è questa un’arte che non si impara in un batter d’occhio semplicemente studiando sui libri. Richiede dedizione, esercizio, fallimenti e successi. La cosa bella è che in questo viaggio di apprendimento finiamo per conoscerci meglio, ascoltarci, amarci e rispettarci di più.

Quali sono gli indicatori non verbali?

Come riporta Michael Argyle nel suo famoso seppur datato studio sulla comunicazione (Il corpo e il suo linguaggio – seconda edizione, Zanichelli 1992), vi sono diversi indicatori da considerare quando analizziamo una comunicazione dal punto di vista non verbale. Ecco una piccola lista per gli amanti degli elenchi puntati:

  • Mimica facciale (espressione del volto)
  • Postura
  • Prossemica (vicinanza o lontananza, spazio occupato)
  • Contatto Oculare
  • Movimenti degli arti (gesti)
  • Il toccare e il contatto corporeo
  • Abiti ed aspetto esteriore (modo di vestire, trucco, capelli, odore)

Poiché è difficile cogliere contemporaneamente tutti gli aspetti sopracitati, è molto utile utilizzare dei riduttori di complessità, ossia cercare di percepire di pancia soltanto 2 indicatori di massima:

  1. serenità vs disagio (o ansia)
  2. chiusura vs apertura

Queste due dimensioni possono orientare la nostra percezione nei confronti di chi abbiamo di fronte. Attenzione! Il modo in cui noi reagiamo alla posizione non verbale dell’interlocutore spesso sfugge al nostro controllo, e finiamo per emettere noi stessi dei segnali che hanno talvolta un effetto di rinforzo retroattivo: ecco perché una persona ci sta sempre più antipatica ogni volta che la incontriamo e conversiamo.

Concludiamo questo articolo con due semplicissimi esercizi che possono iniziare a farci addentrare nel mondo affascinante della comunicazione non verbale

Esercizio n° 1 

Allenati a guardare (in TV o su internet) dei videoclip senza audio. Abbassa a zero il volume del dispositivo ed osserva attentamente gli indicatori della simpatica lista precedente. Ti stupirai nel constatare quanti dettagli sarai in grado di cogliere una volta che la parte verbale smette di disturbare.

Esercizio n° 2

Racconta ad un amico le tue ultime ferie oppure un’esperienza particolare vissuta in vacanza, una gita…L’altro ti deve ascoltare e/o rispondere con gesti, espressioni facciali e linguaggio del corpo adeguate oppure non adeguate. Come ti senti? Che sensazione provi? Fate poi cambio e mettiti nei panni dell’ascoltatore.

 

 

4 esercizi per migliorare la comunicazione para-verbale

L’obiettivo di questo articolo è di cominciare ad approfondire la tematica della comunicazione para-verbale, offrendo anche qualche piccolo esercizio per iniziare a diventare consapevoli di quelle che sono le differenze tra le possibili modalità di comunicazione di uno stesso contenuto. Del resto, come ci ricordano le neuroscienze, il cervello risponde alle differenze, più che ai valori assoluti, ai cambiamenti più che alle informazioni costanti. Qualcuno a questo punto potrebbe obiettare che, nonostante tutto, il contenuto verbale rimanga sempre e comunque la parte principale di una comunicazione, che altrimenti non verrebbe neppure iniziata. Tuttavia sappiamo tutti dall’esperienza che tale contenuto può anche non essere per nulla esplicitato verbalmente, ed essere ugualmente trasmesso in maniera ancora più efficace: pensiamo all’occhiataccia di una madre al figlio, sufficiente ad interrompere una delle sue marachelle, o ad un’altra mamma che invece ripete verbalmente centinaia di “basta” e “smettila” ogni giorno, con risultati scarsi o nulli.

Parole, parole parole

Le parole sono strumenti potentissimi. Nei millenni hanno dato vita a quelle narrazioni collettive che hanno spinto l’homo sapiens ad organizzarsi in grandi gruppi e dominare così il regno animale e vegetale (Harari, 2017). Attraverso le parole milioni di persone ogni giorno scambiano informazioni sui libri, nel web, sui giornali, in TV, al bar, nelle scuole, nelle chiese di ogni tipo e perfino sullo spazio. Ma, come recitava una famosissima canzone interpretata magistralmente da Mina, le parole non bastano, soprattutto quando ci sono di mezzo relazioni tra esseri umani, siano esse lavorative o personali (diversamente nel caso di comunicazioni iper-tecniche).
“Parole, parole parole, soltanto parole, parole tra noi”

Ogni giorno sono pronunciate mediamente è 16.200 parole dalle femmine (notoriamente più evolute nelle abilità verbali) e 15.700 dai maschi (da qui si capisce a chi dovrebbe spettare sempre l’ultima parola). Questo equivale a circa mezzo miliardo di parole nell’arco della vita.
Un uomo può arrivare persino a pronunciare 47.500 parole al giorno, mentre un altro magari soltanto 500.

Ora, se davvero il 55% della comunicazione – che passa per il linguaggio non verbale – non è adeguato, nessuno è disposto a prestare reale attenzione al restante 45%. E anche qualora il nostro virtuoso ed educato pubblico si dimostrasse particolarmente attento, c’è un ulteriore 38% della comunicazione che passa attraverso il canale para-verbale, che se non è curato in modo efficace condanna quasi certamente ad una totale e rapida perdita di ogni interesse nel restante 7%, ovvero il nostro fondamentale contenuto. L’ascoltatore così si assenta mentalmente, e forse finisce per allontanarsi anche fisicamente.

Queste percentuali, discusse nel precedente articolo, non vanno prese rigidamente come verità assoluta, ma danno bene l’idea delle proporzioni in gioco.

La comunicazione para-verbale

Le componenti principali della comunicazione para-verbale (CPV) sono:

  • il tono
  • il timbro
  • l’intensità
  • il ritmo

Il tono corrisponde alla nota musicale (o meglio alle note) che assume una conversazione, assomigliando alla melodia di una canzone: il tono può essere piatto o “mono-nota” oppure articolarsi in diverse note, come quando ad esempio si alza l’intonazione al termine di una domanda. È il tono che determina in misura maggiore le inflessioni dialettali.

ESERCIZIO sul tono: parlare basso e parlare alto

Ripetere la seguente frase utilizzando dapprima un tono basso o grave (attenzione, il tono non è il volume della voce), poi con un suono alto o acuto.

“Ho imparato che la gente si dimentica quello che hai detto, la gente si dimentica quello che hai fatto, ma la gente non potrà mai dimenticare come li hai fatti sentire”.

Infine, ripetere nuovamente la frase giocando con toni acuti e gravi nei punti diversi della frase, creando una specie di melodia.

Il timbro corrisponde alla ricchezza armonica di una voce: a parità di tono, a seconda che la voce vibri di più a livello della gola, del naso, della pancia o della testa, il suono che esce cambia notevolmente le proprietà acustiche. Sappiamo tutti quanto un tono stridulo di gola risulti spesso fastidioso, o quanto un tono nasalesia difficile da comprendere.

ESERCIZIO sul timbro: parlare con le parti diverse del tratto fonatorio

Utilizziamo la frase dell’esercizio precedente per sperimentare le differenze nei suoni che escono quando spostiamo volontariamente la vibrazione dell’aria nelle diverse parti del tratto fonatorio (pancia, petto, gola, naso, capo). Può essere utile registrare e riascoltare l’effetto che ne esce

“Ho imparato che la gente si dimentica quello che hai detto, la gente si dimentica quello che hai fatto, ma la gente non potrà mai dimenticare come li hai fatti sentire”.

L’intensità si riferisce al volume della voce, alla pressione sonora dell’aria che esce dalla bocca quando parliamo.

ESERCIZIO sull’intensità: parlare con la matita

Un ottimo esercizio consiste nel pronunciare un testo stringendo una matita tra i denti, e cercando di far passare l’aria sopra la matita, spingendo con il diaframma per aumentare il volume. Questo esercizio aiuta a rafforzare il diaframma, ed è ottimo anche per arricchire il timbro, in quanto agisce sull’articolazione muscolare della fonazione.

Prima di leggere la frase sottostante, provare con la matita in bocca a pronunciare bene tutte le 7 vocali: a – è – è – i – ò – ó – u

“Oggi di silenzio ne ho bisogno, è mio compagno, è il piacere di stare con me stessa, il luogo dove il mio spirito trova ristoro, dove recupero le energie e mi ritempro, è un amico fidato al quale faccio ricorso ogni volta che una svolta, una scelta, una prova o una nuova sfida attraversano la mia vita sicura che nel raccoglimento e nel silenzio troverò le risposte, la giusta via, l’armonia, le parole per comunicare ciò che sento e penso”

Il ritmo si riferisce invece alla velocità con cui parliamo, agli spazi tra una frase e l’altra, tra una parola e l’altra. L’utilizzo delle pause e dei respiri per rafforzare ciò che stiamo dicendo è di capitale importanza, se vogliamo che l’uditorio segua con interesse le nostre argomentazioni.

ESERCIZIO sul ritmo: parlare a diverse velocità

Utilizziamo la stessa frase dell’esercizio precedente. Questa volta cercheremo di pronunciarla in modo rapido senza tener conto delle virgole, respirando il meno possibile. Poi ripeteremo l’esercizio con lentezza, facendo una pausa ogni due-tre parole. Sperimentate le differenze, proveremo infine a recitare la frase con una velocità per noi adeguata, soffermandoci con brevi pause sulle virgole e immediatamente dopo le parole che riteniamo più rilevanti.

“Oggi di silenzio ne ho bisogno, è mio compagno, è il piacere di stare con me stessa, il luogo dove il mio spirito trova ristoro, dove recupero le energie e mi ritempro, è un amico fidato al quale faccio ricorso ogni volta che una svolta, una scelta, una prova o una nuova sfida attraversano la mia vita sicura che nel raccoglimento e nel silenzio troverò le risposte, la giusta via, l’armonia, le parole per comunicare ciò che sento e penso”

Questi esercizi proposti non sono certo risolutivi, ma aiutano inizialmente a diventare più consapevoli di ciò che accade alla nostra voce mentre comunichiamo. Del resto, senza consapevolezza non c’è cambiamento, e senza cambiamento non c’è consapevolezza.
Nel prossimo articolo ci soffermeremo sulla comunicazione non-verbale, con qualche piccolo esercizio per iniziare a padroneggiare l’arte di comunicare con tutto il corpo.

Le origini del TPS – Parte prima

Con questo post iniziamo a parlare di business. La prima serie di articoli vuole introdurre un tema attuale nel mondo produttivo e dei servizi ormai da diversi anni ovvero quello del lean thinking.

Da parecchio tempo anche in ambito industriale italiano si sente molto parlare di “lean”.
La filosofia “lean” ha iniziato a entrare nei dizionari del mondo occidente agli inizi degli anni Novanta, con il famoso libro di Womak and Jones “La macchina che ha cambiato il mondo”,  il quale mise in luce le differenze con il sistema di produzione di massa e pose in evidenza come l’approccio giapponese nato da Toyota sembrasse adattarsi meglio e in modo più efficace alle richieste del mercato.
A questa diversa visione di fare management diedero il nome di Lean thinking.
I concetti e le origini di quel che oggi chiamiamo “lean” sono ben più datate, grazie alla Toyota e al suo TPS (Toyota Production System).
Il mondo occidentale iniziò ad approcciarsi allo studio del TPS in seguito allo scatenarsi della crisi petrolifera del 1973 e la conseguente recessione che ha coinvolto i governi. Nell’anno successivo l’economia del Giappone era caduta in un periodo di crescita zero, con forti conseguenze al sistema industriale del paese. In quella situazione Toyota non solo risentì meno la crisi delle altre, ma già dall’anno successivo aveva ricominciato a crescere e realizzare profitti e questi avvenimenti non lasciarono indifferenti gli interessi del mondo industriale occidentale.

Ma cosa aveva portato la Toyota in meno di quarant’anni da un livello di produttività di più di cinque volte inferiore rispetto ai concorrenti americani al livello di produttività attuale e ad essere la più flessibile nell’adattarsi ai cambiamenti del mercato?

Partendo dall’analisi della sua storia quello che emerge  è che nulla è stato generato dal caso, ma è stato il frutto di profonde riflessioni, convinzioni e decisioni intraprese a seguito dell’ analisi del contesto.
Nel primo dopoguerra secondo Kiichiro Toyoda presidente di Toyota era necessario raggiungere i livelli di produttività del settore automobilistico americano entro i tre anni successivi, al fine di garantirsi la sopravvivenza nel settore.
Fu organizzato quindi un viaggio per studiare il sistema di produzione di uno dei tre colossi automobilistici americani, la Ford. Il primo approccio sembrava quello di prendere spunto dal modello di produzione americano, imitando le loro best practice. Con buona probabilità l’intento era quello di emulare i fattori produttivi al fine di riprodurre le medesime performance dei concorrenti.
Quello che però emerse fin dal principio fu che il sistema automobilistico statunitense era sviluppato per produrre grossi volumi e bassa varietà, i player in campo disponevano di grosse liquidità, vi era una grande domanda di mercato e la rete di fornita era molto sviluppata per gestire i vari approvvigionamenti dei componenti.
Tutte caratteristiche difficilmente adottabili dalla Toyota in quel particolare periodo storico. Il contesto giapponese infatti presentava uno scenario diametralmente opposto. Si trattava infatti di un paese decimato da due bombe atomiche, uscito sconfitto dal secondo conflitto mondiale con un settore industriale da ricostruire e per queste ragioni con una domanda interna caratterizzata da bassi volumi e ampia varietà.
La strategia iniziale di crescere seguendo il modello di business dei leader americani si dimostrò fin da subito non applicabile. Troppo infatti era il divario del contesto.
Il management Toyota si trovava di fronte ad una serie di domande dalla difficile risposta

Come avrebbe potuto competere senza aver a disposizione la grossa disponibilità di liquidità dei competitor?

Come avrebbe potuto affrontare un mercato interno così frammentato restando comunque efficiente e competitiva?

Non era nelle condizioni di permettersi il lusso di produrre sprechi all’interno del processo produttivo e non disponeva né di capitali né di spazio a sufficienza per gestire la sovrapproduzione e per mantenere il singolo costo dei pezzi il minore possibile.
Era necessario quindi un deciso e repentino cambio di strategia e qui va dato ampio merito al management di Toyota di non essere andato avanti con il paraocchi ma di intuire la necessità di affrontare il mercato e la competizione in modo nuovo, diverso da come era stato fatto fino ad allora.
Come Toyota diede risposta alle difficoltà evidenziate portò alla nascita del TPS.

Nei prossimi post entreremo nel merito di questi cambiamenti.

Spunti di riflessione:

  • Non vi è mai capitato nel vostro business di trovarvi di fronte alla difficile scelta di imitare la strategia dei competitor o cercare di definirne una nuova per affrontare la competizione?
  • Quando ci si trova di fronte alla necessità di ridefinire o modificare parte del modello di business teniamo in considerazione attentamente la cultura aziendale e il contesto in cui si trova ?

Bibliografia:

  1. K. Liker, L. Attolico:“ Toyota way. I 14 principi per la rinascita del sistema industriale italiano”.
    J.P. Womak: “Lean thinking”.
    T. Ohno: “Lo spirito Toyota”.

Depressione e ambiente di lavoro

La depressione, come abbiamo visto nell’articolo precedente, è un fenomeno in aumento.

Secondo la “World Health Organization”, attualmente nel mondo vi sono più di 300 milioni di persone che ne sono affette. La depressione è diversa dal quel che può essere una fluttuazione temporanea dell’umore che può scatenarsi come risposta temporanea alle varie e quotidiane sfide della vita. Quando queste variazioni perdurano per un lungo lasso di tempo e presentono un’intensità moderata/severa, potrebbero sfociare in sintomi depressivi che possono portare a diversi e seri problemi salutari che a loro volta vanno a compromettere le normali funzioni della vita di tutti i giorni.
La persona con una forte depressione può provare frequenti e intensi stati di isoddisfazione e tristezza e può non provare più piacere nelle attività quotidiane che svolgeva. L’umore è tendenzialmente negativo per la maggior parte del tempo, con presenza di pensieri di tipo negativo e pessimistico relativamente a se stessi e al proprio futuro.

Tutti questi vari sintomi possono portare la persona ad intaccare il rendimento nel proprio lavoro o scolastico e nelle relazioni familiari. Nei peggiori dei casi, la depressione può portare anche al suicidio. Oggi anno, quasi 800 000 persone commettono suicidio, ad oggi difatti risulta essere la seconda causa di morte tra i giovani nella fascia di eta 15-29 anni.

Vi sono varie cause che possono portare una persona a sperimentare dei sintomi depressivi, tra questi troviamo: presenza di disabilità, la morte di una persona cara, disturbi del sonno, sesso (le donne sono più a rischio degli uomini), isolamento sociale e lo stress percepito a lavoro (Wang & Patten, 2001; Cole & Dendukuri 2003; Hays et al., 1997; Oxman & Hull, 1997).

Oggi vorrei concentrarmi in particolare sullo stress da lavoro e come esso possa, a lungo andare, provocare l’insorgenza di patologie depressive e nei peggiori dei casi di depressione maggiore.

Perchè si possa parlare di disturbo depressivo maggiore, la persona deve presentare almeno 5 o più dei sintomi qui riportati.

  • Umore depresso per la maggior parte della giornata o quasi tutti i giorni
  • Perdita di interesse e/o piacere nelle attività
  • Significativa perdita o aumento di peso o del senso di fame
  • Disturbi del sonno, ipersonnia o insonnia.
  • Agitazione o rallentamento psicomotorio
  • Spossatezza eccessiva, mancanza di energie, affaticabilità
  • Sentimenti di svalutazione o colpa ingiustificati
  • Ridotta capacità di pensare e concetrazione
  • Pensieri ricorrenti di morte, ideazione al suicidio e/o di comportamenti autolesionistici.

Perchè la diagnosi venga fatta, tali sintomi devono essere presenti per almeno 2 settimane.

Vi sono varie possibilità per le quali una persona può incorrere il rischio di sviluppare una depressione in ambito lavorativo.

La prima può essere dovuta dal fatto che la persona e l’ambiente dove essa lavora non siano adatti l’uno all’altra. L’ambiente diventa quindi fonte di stress. Manca una corrispondenza tra le caratteristiche della persona (ad es. abilità, valori) e l’ambiente (ad es. richieste, forniture).
Questa mancanza di corrispondenza, si ipotizzata sia alla base della generazione di esiti negativi per la salute (Edwards & Cooper, 1990).
La persona che si sente costretta in un ruolo che non rispechia i suoi talenti o valori, si sente sfruttata, e a lungo andare rischia di diventare apatica, di sentirsi svalutata e tenderà ad isolarsi, sviluppando piano piano altre sintomatologie legate allo stato depressivo.

Un altra possibilità è quella spiegata nel modello “domanda-controllo” (Karasek, 1979). Questo modello postula che i risultati negativi sulla salute, come l’affaticamento, la depressione e altre malattie fisiche, derivino dalle situazioni in cui il controllo sul proprio lavoro è basso e le esigenze psicologiche imposte dal proprio lavoro sono alte. Karasek e Theorell (1990) hanno successivamente esteso questo modello includendo i concetti di sforzo fisico, insicurezza del lavoro e sostegno sociale di supervisori e colleghi. Il supporto di supervisori e colleghi può agire come meccanismo di tamponamento tra fattori di stress psicologico sul lavoro e risultati di salute avversi, influenzando il processo fisiologico di base importante per il mantenimento della salute a lungo termine (Karasek & Theorell, 1990).

Un altro aspetto chiave che influisce in tutto questo è quello della sicurezza del lavoro, che spesso è imprevedibile per i lavoratori ed è spesso al di fuori del loro controllo. La minaccia di diventare disoccupati può causare persino problemi di tipo psichiatrico (Brenner & Levi, 1987).

Queste ipotesi sono state tutte supportate da vari studi che hanno rilevato come l’insicurezza del lavoro e la mancanza di supporto da parte di colleghi e supervisori sono associati ad un aumentato livello di sintomi depressivi (Stansfeld et al., 1997; Wilkins & Beaudet, 1998; Stansfeld et al., 1999). Infine, anche uno sforzo fisico eccessivo con un basso controllo sul ritmo del lavoro può portare a stress psicologici e alcune malattie fisiche (Karasek & Theorell, 1990).
Ricordiamoci che mente e corpo sono strettamente correlate, e quando si ha un affaticamento in uno anche l’altro ne risponde!

Ma come possiamo prevenire la possibilità dell’insorgenza della depressione dovuta da stress da lavoro?

Innanzi tutto fare sport!! Secondo una revisione della letteratura condotta dagli scienziati dell’istituto per la Salute e le Scienze Sociali della Central Queensland University in Australia, svolgere attività fisica moderata per almeno tre volte a settimana, aiuta a ridurre i sintomi della depressione.

Se però gli impegni lavorativi non permettono di trovare del tempo per l’attività fisica, svolgere attività di mindfullness e meditazione almeno due volte a settimana, aiuta a ridurre i pensieri ricorsivi, l’agitazione, ansia e credenze disfunzionali (Ramel, 2004; Marchand, 2012). La meditazione come vedremo più avanti può portare diversi benefici non solo a livello mentale ma anche fisico!

Anche le attività sociali giocano un ruolo fondamentale! Esse sono un fattore che incide positivamente sulla salute mentale.
E fin qua nulla di nuovo penserete.. ma c’è da dire che le attività sociali svolgono anche un fattore preventivo contro il decadimento cognitivo, aiutando il cervello a mantenersi sano e stimolato.  Riducono lo stress accumulato durante la giornata e aiutano a produrre endorfine e ormoni che aiutano il corpo a rilassarsi (Wang et al 2002; Abbott et al. 2003; Zunzunegui, Alvarado, Del Ser & Otero, 2003).

Nel caso in cui non vi sentite realizzati e pensate che il vostro lavoro non sia adatto a voi, cercate di non scoraggiarvi e continuate a cercare nuove prospettive che possano essere più alla vostra altezza o che si adattino meglio ai vostri bisogni! Con questo però non voglio invitare nessuno a licenziarsi di sana pianta e lasciare una sicurezza alle spalle per poi trovarsi allo sbaraglio! Ma potreste iniziare a cercare, quando tornate a casa dopo cena, leggendo alcuni annunci lavorati, e nel caso poi cambiare lavoro.

Se vi sentite sopraffatti dalle richieste lavorative, non abbiate paura di chiedere aiuto o di parlare con un vostro superiore! Alle volte è proprio la mancanza di dialogo che ci proietta in situazioni dove tutto è dovuto o si da per scontato!

Un’altra cosa che potete fare nel vostro piccolo, se vi accorgete che nel posto in cui lavorate un vostro collega sembra “depresso”, il mio consiglio è quello di stargli vicino, cercate di approcciare un dialogo e in caso aiutatelo a rivolgersi ad un esperto.

Se siete voi a sentirvi in difficoltà potete chiedere aiuto ad un vostro superiore o alla figura specializzata di riferimento nella vostra azienda.
Nel caso il mio consiglio è sempre quello di rivolgervi al vostro medico di famiglia o di chiedere supporto ad uno psicologo-psicoterapeuta che avrà gli strumenti adatti per venirvi in aiuto.

 

Bibliografia

Brenner, S. -O., & Levi, L. (1987). Long-term unemployment among women in Sweden. Social Science and Medicine, 25, 153-161.

Cole, M. G., & Dendukuri, N. (2003). Risk factors for depression among elderly community subjects: a systematic review and meta-analysis. American Journal of Psychiatry, 160(6), 1147- DOI: https://doi.org/10.1176/appi.apj.160.6.1147

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Ph:

Bruce Mars

La comunicazione individuale

Gli assiomi della comunicazione

Ora che abbiamo visto molto brevemente l’evoluzione di alcuni modelli di comunicazione a livello di organizzazione, andiamo ad approfondire cosa accade tra gli individui che ne fanno parte, iniziando proprio dal modello sistemico che ha visto in Paul Watzlawick uno dei suoi massimi esponenti. Il Professor Watzlawick (austriaco di origini italiane, naturalizzato americano) ha pubblicato nel 1967 “Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi”, un libro imprescindibile per chi desidera approfondire temi di comunicazione. All’interno di questo libro egli propone alcuni assiomi sulla comunicazione, tra cui il primo e più importante recita:

è impossibile non comunicare

Eccoli di seguito:
  1. È impossibile non comunicare. In qualsiasi tipo di interazione tra persone, anche il semplice guardarsi negli occhi, si sta comunicando sempre qualche cosa all’altro soggetto.
  2. In ogni comunicazione si ha una meta-comunicazione che regolamenta i rapporti tra chi sta comunicando.
  3. Le variazioni dei flussi comunicativi all’interno di una comunicazione sono regolate dalla punteggiatura utilizzata dai soggetti che comunicano.
  4. Le comunicazioni possono essere di due tipi: analogiche (ad esempio le immagini, i segni) e digitali (le parole).
  5. Le comunicazioni possono essere di tipo simmetrico, in cui i soggetti che comunicano sono sullo stesso piano (ad esempio due amici), e di tipo complementare, in cui i soggetti che comunicano non sono sullo stesso piano (ad esempio la mamma con il figlio o il capo con il sottoposto)

Cenni sulla comunicazione tra individui

Quando si comunica, che ciò accada tra amici al bar o in ambiente di lavoro, può essere molto utile conoscere alcune caratteristiche delle interazioni tra individui. Andiamo ora a vedere le più salienti.

Già prima del modello sistemico si è appurato che tutte le trasmissioni di informazione comportano un ERRORE (rumore), che può essere di varia natura:

  • PERDITA di informazioni
  • CAMBIAMENTO dei contenuti
  • AGGIUNTA di dettagli non esistenti

La comunicazione avviene sempre su 3 livelli:

  • NON VERBALE (55%) gesti, postura, mimica
  • PARA-VERBALE (38%) – tono, ritmo, timbro
  • VERBALE (7%) – contenuto semantico delle parole pronunciate

Pur rimanendo prudenti sulle percentuali sopraindicate (Mehrabian, 1971), è fondamentale comprendere come soltanto una minima parte di ciò che comunichiamo dipenda dal contenuto verbale, mentre quasi tutto passa attraverso il tono di voce, la postura, la velocità dell’eloquio, i gesti rafforzativi…Se consideriamo che larga parte della comunicazione, specie tra i giovani, avviene per brevi messaggi di testo (WhatsApp, Messenger…), ecco che nonostante l’aiuto delle emoticon lo scambio reale di informazioni sia gravemente compromesso, con una probabilità di rumore (errore) altissima.

La comunicazione nei suoi 3 livelli appena visti può passare attraverso 3 canali:

  1. UDITIVO (livello verbale e paraverbale)
  2. VISIVO (livello verbale e non verbale)
  3. TATTILE (livello non verbale)

Questi 3 canali hanno caratteristiche diverse, come diverse sono le aree cerebrali e i circuiti neurologici che codificano le informazioni. Il canale uditivo si può soltanto attenuare (es: cuffie o tappi) ma mai completamente inibire. Il canale visivo si può inibire chiudendo gli occhi, mentre il canale tattile si può attenuare in minima parte coprendosi, ma il suo utilizzo dipende molto dal tipo di comunicazione, dalla confidenza con l’interlocutore e di conseguenza dagli spazi reciproci occupati. Il filone che si occupa degli spazi e di come vengono gestiti nella comunicazione prende il nome di prossemica.

Ciascuna persona ha una propria modalità percettiva preferita. Tuttavia se dovessimo ipotizzare una gerarchia, possiamo dire che in un certo senso su tutti i canali comanda il canale uditivo, che anche a livello ontogenetico infatti si forma completamente nel feto (in pancia) dopo circa 4 mesi e mezzo di gestazione, laddove gli altri richiedono invece anni per completarsi. L’orecchio, inoltre, determina la postura e di conseguenza influenza la risposta motoria di tutti i muscoli del corpo: se avete avuto occasione di vedere un non-vedente e un non-udente che camminano, avrete notato come spesso il primo si muova molto più elegantemente ed elasticamente rispetto al secondo, a testimonianza che alcune informazioni di base che ricaviamo dall’ambiente esterno passano primariamente (e spesso inconsapevolmente) attraverso il canale uditivo, permettendo di muoverci in modo quasi del tutto automatico, a prescindere dal nostro stile percettivo/cognitivo.

Sappiamo anche che le informazioni acustiche ambientali hanno il potere di ricaricare (o scaricare) il cervello, stimolando l’attività elettrochimica della corteccia cerebrale. Nella comunicazione tra due o più individui è importante tenere conto di questo, sapendo che ad esempio urlare ai bambini o ad un sottoposto genererà uno stress acustico, una probabile diminuzione delle energie mentali e senz’altro rabbia e frustrazione.

Per quanto riguarda invece emittente e ricevente occorre ricordare che entrambi hanno credenze e convinzioni diverse l’uno dall’altro. Ogni messaggio viene interpretato secondo il proprio modo di vedere e percepire la realtà (costruttivismo). Vi è infatti una tendenza da parte di ciascuno a selezionare le informazioni che combaciano con le proprie idee e rifiutare le novità (resistenza neghentropica). Il bravo comunicatore ne dovrà tener conto, per minimizzare le resistenze al cambiamento e raggiungere lo scopo della propria comunicazione.

I 3 filtri di Socrate

Per concludere, voglio riportare qui una storiella attribuita a Socrate, che molto spesso si trova citata nel web ma che ritengo molto utile e degna di essere riproposta, in quanto ci ammonisce su alcuni vizi della comunicazione:

Nella Grecia antica Socrate era apprezzato da tutti per la sua saggezza. Si racconta che un giorno incontrasse un conoscente che gli disse: ”Socrate, sai che cosa ho appena sentito di un tuo studente?”.
”Aspetta un momento” rispose Socrate. “Prima che tu me lo dica vorrei che tu sostenessi un piccolo esame che è chiamato “Esame dei tre filtri”.
“Tre filtri?”
“Esatto,” continuò Socrate. “Prima che tu mi parli del mio studente, filtriamo per un momento ciò che stai per dire”.

1° filtro: Filtro della Verità

“Ti sei accertato al di là di ogni dubbio che ciò che stai per dirmi è vero?”.
”No” disse l’uomo “in effetti me lo hanno raccontato”.
”Bene,” disse Socrate. “quindi tu non sai se sia vero o meno”.

2° filtro: Filtro della Bontà

“Ciò che stai per dirmi sul mio studente è una cosa buona?”.
“No, il contrario”.
“Allora,” Socrate continuò “tu vuoi dirmi qualcosa di male su di lui senza esser certo che sia vero?”.
L’uomo si strinse nelle spalle un po’ imbarazzato.

3° filtro: Filtro dell’Utilità

Socrate proseguì: ”Puoi ancora passare l’esame perché c’è il 3° filtro, il Filtro dell’Utilità. Ciò che vuoi dirmi circa il mio studente mi sarà utile?”.
”Veramente… non credo”.
“Bene,” concluse il Saggio “se ciò che vuoi dirmi non è Vero, non è Buono e neppure Utile, perché me lo vuoi dire?”.

 

Fonti

  • Pragmatica della comunicazione umana – P Watzlawick, JH Beavin, DD Jackson, 1971
  • Silent messages – A Mehrabian – 1971
  • Il corpo e il suo linguaggio. Studio sulla comunicazione non verbale – M Argyle – 1975

La comunicazione nelle organizzazioni

Le aziende e più in generale le organizzazioni di persone sono sistemi complessi di persone che interagiscono sulla base di fattori sia individuali che collettivi. Un’organizzazione incapace di affrontare i problemi comunicativi non può esistere. In questo articolo sorvoleremo dall’alto, senza entrare troppo nel dettaglio, la vasta area dei modelli di comunicazione applicati alle organizzazioni e agli individui.

La comunicazione nelle organizzazioni può essere appunto suddivisa, per scopi illustrativi, in:

  • comunicazione a livello organizzazione
    • interna
    • esterna
  • comunicazione a livello individuale

La comunicazione a livello organizzazione

Che si tratti di azienda, di associazione o di squadra di volley, la comunicazione in un’organizzazione avviene sia all’interno, sia verso l’esterno (e dall’esterno verso l’interno). Le due categorie sono strettamente correlate e co-dipendenti e la suddivisione, ancora una volta, viene fatta soltanto per scopi di analisi.

L’obiettivo della comunicazione interna è quello di adempiere agli obiettivi sociali dell’azienda (cioè alle motivazioni per cui è stata creata) e di aumentare il coinvolgimento e la cooperazione tra le risorse umane. Inoltre, i dipendenti di un’organizzazione sono i primi portatori della sua reputazione verso l’esterno.

Gli obiettivi della comunicazione esterna invece sono: far conoscere l’organizzazione, creare una percezione positiva nei confronti dell’opinione pubblica (pubbliche relazioni), portare clienti e stabilire con loro relazioni durature (marketing), dialogare con fornitori di prodotti e servizi e stringere accordi favorevoli ad entrambi.

Alcuni importanti modelli di comunicazione

Shannon and Weaver, 1949

Uno dei primi e più famosi modelli di comunicazione è il modello matematico di Shannon e Weaver, che formalizza i concetti di fonte e destinatario, emittente e ricevente, canale, encoding e decoding, fonte del rumore. Eccone uno schema rappresentativo

Goffman, 1960

Goffman integra il precedente modello aggiungendo che le informazioni possono essere trasmesse:

  • direttamente utilizzando un linguaggio verbale e/o non verbale o indirettamente attraverso comportamenti o artefatti
  • in modo simmetrico, come ad esempio parlando testa a testa, o in modo asimmetrico, ad esempio spiando una conversazione.

Approccio HIP

Tra gli anni ’50 e ’70 si sono andati via via sviluppando i modelli cosiddetti relazionistici, e Human Information Processing (processamento umano delle informazioni). Secondo questi modelli i contesti ambientali e sociali non sono tanto le circostanze in cui si realizza il passaggio di informazioni, quanto il fenomeno stesso della comunicazione in sé. In altre parole, la comunicazione è un sistema globale di rapporti tra

  • Se stessi
  • Altri/Comunità
  • Habitat/Ambiente

Il modello sistemico

Figura 1. Modello gerarchico a piramide

Figura 2. Modello sistemico

Un filone importantissimo di studi interdisciplinari portato avanti principalmente dal gruppo di studio di Palo Alto (California) tra gli anni ’70 ed ’80, è la teoria dei sistemi. In ambito scientifico la teoria dei sistemi è un settore di studi a cavallo tra matematica e scienze naturali, che si occupa dell’analisi delle proprietà e della costituzione di un sistema in quanto tale: ogni sistema, più o meno aperto, tende all’equilibrio. Ciascuna variabile in ingresso (input) modifica l’equilibrio di tutto il sistema, generando una resistenza al cambiamento (entropia negativa). Al contrario del modello di Shannon e Weaver, qui la logica non è più lineare da un emittente ad un ricevente, ma vi è una logica circolare, in quanto ogni flusso di informazioni genera un feedback retroattivo che produce effetti nell’intero sistema stesso.

Nella comunicazione aziendale interna, dove spesso vi è una gerarchia di ruoli, il sistema non è più visto come una piramide dall’alto verso il basso (figura 1), piuttosto come una fitta rete di relazioni tra “nodi” di una rete, dove tuttavia permangono aspetti gerarchici (figura 2).

 

Quelli che abbiamo visto oggi sono solo alcuni dei modelli teorici che tentano di descrivere una realtà complessa come quella aziendale. Il lettore più curioso che voglia migliorare concretamente la comunicazione all’interno di una organizzazione più o meno grande, può contattarci ad info@sprintstudio.it per avere altri materiali che saremo felici di condividere. Approfondiremo con altri articoli questa tematica così in evoluzione, seguici su Facebook per le novità!