Il paradosso moderno della rabbia

Basta aprire un quotidiano, ascoltare un telegiornale o scrollare la bacheca dei propri social network, per rendersi immediatamente conto che il sentire dell’uomo contemporaneo è permeato sempre più da emozioni di risentimento, frustrazione e rabbia. Questa emozione, antica quanto la vita stessa, ha assunto un ruolo centrale nella comunicazione moderna, e come un virus (per non dire il virus) si propaga da un individuo all’altro, di comunità in comunità, come risposta primaria e apparentemente indiscussa che abbiamo scelto per affrontare “ciò che non va”. Ma la stiamo usando bene, questa rabbia?

Per rispondere sono costretta un fare un passo indietro e mi dovete permettere una breve lezio su che cosa sia poi, alla fine dei conti, tale emozione. Meglio ancora, su quale sia la sua funzione.

Da Darwin in poi sappiamo che tutti i fenomeni naturali esistono in quanto utili alla sopravvivenza della specie e che, altrimenti, vanno incontro all’estinzione. Le emozioni non fanno eccezione, in particolare quelle primordiali e universali di cui la rabbia fa parte. Essa infatti è annoverata tra quelle che in gergo psicologico vengono chiamate le “emozioni primarie”, quei moti interiori che rientrano nel bagaglio psico-fisiologico di tutti gli individui dalla nascita, a prescindere dalle caratteristiche personali e dal contesto familiare o culturale. Esse sono, tra l’altro, presenti anche nelle altre specie animali.

La prima realtà di cui prendere atto è perciò questa: arrabbiarsi è assolutamente naturale; anzi sarebbe anormale, per non dire patologico, il contrario. Secondo punto importante da considerare è che la funzione evoluzionistica della rabbia è il cambiamento e gli esperti su questo sono allineati. Ci arrabbiamo quando percepiamo qualcosa di scorretto che richiede un intervento e il nostro organismo si accende, preparandosi a (re)agire: aumenta il battito cardiaco, pulsa più sangue nella periferia del corpo, aumenta la tensione muscolare e la sudorazione, e così via.

Quante cose non si sarebbero evolute nella società senza la rabbia? Con ogni probabilità vi sarebbe ancora la schiavitù, magari le donne tuttora non potrebbero votare o, più in generale, il concetto stesso di “diritto” avrebbe un significato completamente diverso. Semplicemente, sarebbe un altro mondo.

La rabbia ci fa pensare “così non va, le cose devono cambiare!” e, a differenza di altre emozioni, ci attiva, ci fornisce l’energia fisica e psicologica per intervenire di conseguenza.

Oggi giorno, però, quanti di noi sanno quali siano le funzioni delle proprie emozioni? Queste cose purtroppo non ce le insegna più nessuno, abbiamo smesso di considerarle importarti e l’analfabetismo emotivo che ne è derivato nella società, in particolare in quella occidentale (dobbiamo nostro malgrado ammetterlo), ha portato ad una rivoluzione dell’uso e del significato della rabbia, sempre più frequentemente fine a sé stessa. Mi spiego: arrabbiarsi, infuriarsi, dichiarare il proprio disappunto oggi giorno sembra bastarci: “la situazione non mi sta bene e mi sono arrabbiato, che altro dovevo fare?”, “ho scritto un post su Facebook, che altro dovevo fare?”, “ho imprecato e me ne sono andato sbattendo la porta, che altro dovevo fare?”. La rabbia diventa l’alibi per non aggiungere altro, per sentirsi soddisfatti del proprio comportamento, per mettere a posto la coscienza illudendosi di aver fatto la propria parte. Ci siamo dimenticati che, invece, nasce in quanto strumento. Sarebbe come dire, perdonate la banalità dell’esempio, che se devo appendere un quadro al muro mi accontento di prendere il martello in mano per poi riappoggiarlo nella cassetta degli attrezzi. Stiamo generando un paradosso psicologico: ci arrabbiamo per mantenere lo status quo, anziché per alterarlo.

Chi fa il mio mestiere incontra tutti i giorni i risultati di tale “inversione di tendenza”, accorgendosi che ne paghiamo il prezzo. Il nostro corpo infatti continua a fare ciò che ha sempre fatto e quando ci arrabbiamo, si attiva. Ma se non mettiamo in campo nulla per contribuire al cambiamento, l’energia rimane inespressa e così si trasforma. La rabbia da antidoto diventa veleno, e corrode: perché da qualche parte quell’energia deve pure andare e se non la veicoliamo verso il cambiamento, assume le sembianze dell’aggressività, scatenandosi contro gli altri, oppure della lamentela nichilista, generando ansia e depressione. Se non esplodiamo, implodiamo.

Ora, per non incorrere io medesima nell’errore di parlare solo di tutto ciò che non va, lasciando a bocca asciutta i più audaci, vi racconto come possiamo riappropriarci della rabbia nella sua versione originaria, sana e funzionale.

PRIMO PASSO: RICONOSCERLA

Erica, 34 anni

“Dott.ssa ieri ho pianto tutto il giorno”

“Che cosa ti ha fatto piangere, Erica?”

“Alla fine ho preso coraggio e la settimana scorsa ho detto a Valerio come mi sento rispetto al fatto che lui ha vent’anni anni in più di me. Gli ho detto che la nostra differenza di età mi spaventa per il futuro. Lui se l’è presa, dice che l’età non conta ed è solo un numero, che è un problema mio.”

“E come ti sei sentita quando ti ha detto questo?”

“No ma aspetta, non è finita qui. Poi io gli ho detto che penso invece che lo dovremmo affrontare insieme, ma lui non capisce. Abbiamo litigato e ora mi ha bloccato da tutte le parti.”

“Ti ha bloccato?”

“Sì è da cinque giorni che è sparito, non posso contattarlo da nessuna parte e io non so che cosa devo fare.”

“Prima ancora di capire cosa fare, Erica, mi racconti come ti senti?”

“Male”

“Che tipo di male senti?”

“Non lo so. Vorrei sapere che cosa devo fare: non so se andare a casa sua per chiedergli scusa,  aspettare che si rifaccia vivo, chiamare sua sorella per sapere se sa qualche cosa che io non so…”

“Sai, cercare di capire cosa fare senza sapere come ci si sente, è un po’ come guidare senza conoscere la segnaletica stradale.”

“Mi sento sempre agitata, piango perché non posso farci niente. Mi ha bloccata! Ti rendi conto? Meno male che dovrebbe essere lui quello maturo!”

“Capisco la frustrazione. Cosa vorresti fare, se potessi contattarlo?”

“Parlargli, dirgli che sbaglia a comportarsi così, che è un cretino!”

“Ti senti arrabbiata?”

“Sì, esatto, sono arrabbiata. Lo vorrei mandare a quel paese e invece non posso nemmeno parlargli, perché ha interrotto qualsiasi comunicazione, come se avessi sbagliato io.”

“Quindi, per cosa vorresti chiedergli scusa?”

“Chiedergli scusa?”

“Sì, prima dicevi che non sai se chiedergli scusa. Ma è così che ti senti?”

“In effetti proprio no.”

 Alla fine Valerio ricomparse qualche giorno dopo, dicendo di aver avuto bisogno di tempo per sé stesso. Erica gli spiegò che al di là del problema della differenza d’età, non era disposta ad accettare di essere lasciata da sola di fronte alle difficoltà e di avere bisogno di un compagno di vita, nel bene e nel male. Dopo averla ascoltata, Valerio le chiese scusa.

Morale? Riconoscere le emozioni che si provano e dare loro credito nel guidare le proprie scelte è il primo passo per condurre un’esistenza serena, fatta di relazioni autentiche. Se non ci accorgiamo quale sia il senso del malessere che proviamo, se non riconosciamo la rabbia quando si presenta e non le diamo credito, sarà molto difficile comprendere su che cosa dobbiamo lavorare. Troppo spesso accade di accorgersi solo con il famigerato “senno di poi” di aver agito per rabbia; oppure di fare per norma sociale azioni contrarie al nostro sentire, imprigionando la rabbia dentro di sé, senza spazi di espressione. Abbiamo stabilito che ci sono situazioni in cui “bisogna stare calmi”, altre in cui “la rabbia è sintomo di debolezza”, altre ancora in cui invece “se mi arrabbio sono forte e potente”. Abbiamo deciso arbitrariamente, a priori, come ci dobbiamo sentire a seconda delle circostanze e abbiamo smesso di chiederci come ci sentiamo veramente.

Quindi, in poche parole: se sei arrabbiato, prima di tutto, facci caso.

SECONDO PASSO: CANALIZZARLA

Mario, 57 anni

“Dott.ssa ho avuto un’altra esplosione di rabbia questa settimana”

“Hai voglia di raccontarmela, Mario?”

“C’è un problema a lavoro da me, mi chiedono di inviare le foto dei lavori che faccio ai clienti con il mio cellulare. Io non lo trovo giusto. Non voglio che i clienti abbiano il mio numero privato.”

“Lo hai fatto presente al tuo datore di lavoro?”

“Eccome, ci ho provato, ma non capisce nulla. Mi ha buttato giù il telefono.”

“Glielo hai detto al telefono?”

“Sì, perché mi ha chiamato per chiedermi perché non avevo ancora inviato le ultime foto al cliente, io gli ho detto che forse il cellulare non prendeva bene ma che comunque dovrebbero fornirci loro un dispositivo per farlo.”

“E lui ha buttato giù?”

“Sì, mi ha detto che non aveva tempo per discutere e mi ha buttato giù.”

“E tu?”

“Io sono esploso, quando sono tornato in azienda sono entrato nel suo studio e ho urlato… non mi ricordo bene che cosa gli ho detto… ma insomma, ho detto che questa storia che devo usare il mio telefono deve finire, che sono degli approfittatori e poi me ne sono andato.”

“Ho capito. Ora sei ancora arrabbiato oppure ti è passata?”

“Ancora arrabbiato.”

“Quindi urlare non ti è servito a granché.”

“No.”

“Mario, vorrei capire meglio una cosa. Quando il tuo datore ti ha chiamato tu non sei esploso subito. Quindi la faccenda del telefono inizialmente non era così infuriante per te?”

“All’inizio ero calmo, stavo solo esprimendo il mio punto di vista.”

“E che cos’è che ti ha fatto esplodere?”

“Beh, come mi ha trattato. Il fatto che mi ha buttato giù il telefono, come se non contasse nulla il mio parere. Non lo trovo rispettoso.”

“E questo glielo hai detto?”

“Che cosa?”

“Che credi sia una mancanza di rispetto buttarti giù il telefono e che ti fa sentire come se non contassi nulla.”

“Ah. No. Questo non gliel’ho detto.”

Morale? Il secondo passo, una volta riconosciuta e accolta l’emozione della rabbia, è comprendere quale sia il cambiamento desiderato. Come abbiamo visto, la rabbia ci fornisce l’energia fisica e psicologica per intervenire ma, per tornare all’analogia del martello, dobbiamo assicurarci di non mancare il chiodo. La rabbia ha bisogno di essere canalizzata, cioè fatta defluire in modo assertivo e salutare, così da promuovere il cambiamento auspicato. Quante volte, invece, capita di essere arrabbiati nei confronti di qualcuno e di prendercela, invece, con qualcun altro che non c’entra nulla, solo perché ad un certo punto dobbiamo sfogare l’energia accumulata da qualche parte? Un genitore, il vicino di casa, il governo, l’universo, chiunque sia “a tiro”.

In altri casi, manchiamo proprio il focus e come Mario facciamo una sfuriata senza nemmeno parlare della questione che più di tutte ci ha fatto arrabbiare. Oppure, peggio ancora, teniamo la rabbia nascosta e così lasciamo che ci logori dentro.

La rabbia va espressa prima che diventi aggressività, verso sé stessi o verso gli altri. Ognuno può trovare le sue forme per canalizzarla: parlare, scrivere, cantare, disegnare, e tutto quello che ci consente di tirarla fuori da noi, osservarla e comprenderne l’essenza.

TERZO PASSO: TRASFORMARLA

Giorgio, 23 anni

“Dott.ssa, è giusto che una persona che ha studiato e ha una laurea guadagni mille euro in meno di una che invece si è fermata alle superiori?”

“Tu che cosa ne pensi?”

“Sto pensando di lasciare gli studi”

“Ah. Per guadagnare mille euro in più?”

“Sì, questa storia che un magazziniere fa così tanti soldi e che io se tutto va bene troverò uno stage con solo il rimborso spese è veramente ingiusta. Chi è l’imbecille che ha congeniato una società di questo tipo?”

“Dici che sia stato uno solo?”

“No, in effetti. Probabilmente siamo tutti imbecilli.”

“Ah sì, può essere. Allora dimmi, come sei arrivato a queste conclusioni?”

“Parlando con un mio amico che fa il magazziniere. Quando mi ha detto quanto guadagna mi è letteralmente esploso il cervello!”

“Che cos’è che ti ha fatto così arrabbiare quindi?”

“Lui mi guardava dall’alto al basso, come a dirmi: <ti senti tanto bravo a studiare ma quello furbo sono io>”.

“E tu sei d’accordo con lui.”

“Beh no, non lo so se sono d’accordo.”

“Però stai considerando l’idea di lasciare gli studi, o sbaglio?”

“Diciamo che mi ha confuso”

“Mi sembra di capire, correggimi se sbaglio, che ti abbia fatto arrabbiare perché ti ha dato dello sciocco per aver scelto di studiare”

“Sì esatto, faceva l’altezzoso perché si può permettere un affitto e le vacanze. Io invece sono ancora a casa dei miei. Mi sono sentito piccolo, immaturo. Ora non riesco a pensare ad altro.”

Mettiamo in stand-by un momento il racconto per fare il punto di quello che abbiamo visto sin qui. Se Giorgio non avesse prestato attenzione al suo sentire, come nel caso di Erica, avrebbe potuto chiudere la faccenda decretando che il suo amico si sbagliava, magari dicendoglielo pure in modo aggressivo, per poi continuare la sua vita come se nulla fosse e, con ogni probabilità, la frustrazione prima o poi si sarebbe riaffacciata. Se Giorgio poi non avesse compreso di essersi arrabbiato per come l’amico lo aveva trattato, guardandolo dall’alto al basso, avrebbe potuto pensare che la cosa da cambiare fosse il suo percorso universitario. E in effetti, per un attimo, aveva anche considerato l’ipotesi di  lasciare gli studi. Poi però ha centrato il punto e, nelle settimane successive al colloquio sopra citato, fece l’esercizio di scrivere tutti i giorni una lettera al suo amico, in cui esprimeva tutta la rabbia che sentiva nei suoi confronti; poi, come da me indicato, dopo averla scritta la strappava, senza inviarla e senza rileggerla lui stesso.

“Dott.ssa non credo di essere più arrabbiato con il mio amico”

“Ah no? Che cosa è cambiato?”

“Scrivendo, scrivendo, mi sono sempre più calmato”

“Hai espresso la tua rabbia e poi una volta fuori di te non l’hai più sentita dentro”

“Sì proprio così, non sento più la rabbia. Ma sono comunque convinto del fatto che lui non mi deve trattare così.”

“E pensi ancora di interrompere gli studi?”

“No, quella era una fesseria del momento. Rimane però il fatto che non voglio più sentirmi piccolo o scemo perché studio anziché lavorare, voglio essere orgoglioso delle mie scelte.”

“Ecco, era questo il senso della rabbia, mostrarti che ci sono delle cose che devi cambiare, dentro di te”

“Essere più sicuro di me?”

“Te la pongo così: che cosa è importante per te, nella tua vita, per sentirti grande?”

“Ah bella domanda!”

 La risposta alla domanda che gli avevo posto Giorgio la trovò qualche settimana più tardi: “l’indipendenza” mi disse. Giorgio continuò gli studi, ma decise anche di lavorare presso la biblioteca della sua università per iniziare a guadagnare qualcosa. Qualche mese dopo andò in viaggio con il suo amico ad Ibiza, pagandoselo da sé, sentendosi grande.

Morale? Una volta riconosciuta e canalizzata, la rabbia può essere trasformata in grinta, in azione concreta per migliorare la propria condizione interiore e, così, la propria vita.

Oggi giorno il rischio che corriamo è quello di scambiare la violenza e l’aggressività per rabbia, e di legittimarle. Esse tuttavia non portano al cambiamento ma alla stasi, perché sono espressioni fuori-focus di un’energia interiore accumulata ma mai riconosciuta. Il rischio ancora più grande è che mano a mano che ci si rende conto che la strategia non funziona, anzi spesso peggiora la situazione, ci si arrende. “Arrabbiarsi non serve” pensiamo, “protestare non serve”, “dire la propria non serve”. Così sprofondiamo nell’immobilità, teniamo la frustrazione vicina al cuore, dove marcisce. Si trasforma in depressione, apatia, angoscia.

Allora, se sei arrivato a leggere sin qui, ti ringrazio per l’attenzione e ti ripropongo la domanda del principio: la stai usando bene, questa rabbia?

I cinque ingredienti della felicità

In un liceo di una piccola provincia italiana un’insegnante di latino e un padre si incontrarono per un colloquio sull’andamento scolastico di un’alunna. 

“La ragazza non studia a sufficienza, si distrae spesso e non è costante” disse la professoressa, “e dovrebbe vedere con che razza di persone si frequenta”. Silenzio.

Poi ancora, “Le dovrò dare il debito anche quest’anno e ho saputo dalla collega che probabilmente avrà anche quello in matematica”. Silenzio. Allora aggiunse “Anche la condotta non è delle migliori, il mese scorso ha preso una nota per essere scesa a fumare una sigaretta tra una lezione e l’altra insieme ad altre sue compagne di classe, non so se la madre glielo ha detto”.

Ci fu un’altra breve pausa e poi il padre finalmente prese parola: “Professoressa la ringrazio per questi aggiornamenti, io e la mia ex moglie certamente vedremo come affrontare la questione. C’è però una cosa più importante che mi preme sapere…”.

“Mi dica.”

“Secondo lei, mia figlia è felice?”

Silenzio.

La felicità  è senza dubbio uno dei misteri più grandi della vita, di cui nessuno è ancora mai riuscito a dare una definizione ultima e dirimente: filosofi, pensatori e ricercatori hanno da sempre cercato di catturarne l’essenza e rispondere alla domanda “quali sono le variabili significative che contribuiscono a rendere una persona felice?” o, in altri termini, “come si fa ad essere felici?”.

A fronte dei miei studi in psicologia e delle tante storie di vita che custodisco grazie alla mia professione, tendo a pensare alla felicità come l’ha proposta Thomas Jefferson nella dichiarazione di Indipendenza americana, ovvero come un diritto inalienabile di tutti gli individui e come un qualcosa che non si ha, ma si persegue.

“We hold these truths to be self-evident: that all men are created equal; that they are endowed by their Creator with certain unalienable rights; that among these are life, liberty, and the pursuit of Happiness” 

 La felicità è una scelta di stile di vita, una forma-mentis propria di quelle persone che, prima ancora di pensare di averla raggiunta, ritengono di meritarsela e di poterla porre in cima alle priorità della propria esistenza. Troppo spesso gli individui, invece, rincorrono altri obiettivi, come ad esempio il successo, l’accumulo di ricchezza, un status sociale elevato ecc. La nostra società è sempre più concentrata sull’accumulo di possedimenti, di qualifiche, di soldi, di etichette sociali: “più ne hai e più la vita ti sta andando bene” pensiamo. Come l’insegnante di latino di quella ragazza del liceo che, concentrata sui successi scolastici, rimase disarmata di fronte ad un padre che le chiedeva se sua figlia fosse felice. Ma, a pensarci bene, quale altro scopo dovrebbe avere un genitore? Quale obiettivo più grande si può perseguire durante una vita? E, infondo, se sei felice, chi può dirti che non hai successo?

Vediamo quindi insieme che cosa sappiamo oggi, grazie agli studi attenti e alle riflessioni di alcuni dei più grandi pensatori della storia, sulle cinque variabili più importanti per condurre una vita all’insegna della felicità.

Indipendenza e libertà

 Il filosofo greco Epicuro, già nel III secolo a.c., parlava di felicità come la “capacità di vivere con quanto basta” o in altri termini “la capacità di bastare a sé stessi”. Lui riteneva, infatti, che tutti i piaceri passeggeri della vita atti a soddisfare bisogni non necessari (come mangiare in ristoranti lussuosi, vestirsi alla moda, accumulare più soldi di quelli che servono per vivere dignitosamente ecc.) siano il grande nemico della felicità in quanto non possono mai realmente essere soddisfatti: ci sarà sempre un altro ristorante da provare, una nuova moda, o la possibilità di diventare più ricchi. L’uomo felice, invece, a suo avviso non ha bisogno di tutto questo perché sa godere dei piccoli piaceri che sono già insiti nella sua natura: mangiare e dissetarsi, ad esempio.

Già allora si percepiva forte la nozione, poi dimostrata dalle ricerche contemporanee, per cui uno dei grandi ingredienti della felicità sia l’indipendenza. L’indipendenza intensa non come autonomia economica e sociale (anche se questa chiaramente può essere un facilitatore), bensì come libertà di pensiero: la capacità di sentirsi causa della vita e non effetto, di assumersi la responsabilità del proprio benessere senza delegarlo a nessun altra persona, condizione o cosa.

Amore e relazioni significative

Un fatto riconosciuto e condiviso da tutta la comunità scientifica è che evolutivamente il grande “cavallo di battaglia” dell’essere umano, rispetto alle altre specie terrestri, è lo sviluppo del linguaggio. Questo comporta che il nostro benessere, essendo animali sociali, dipende largamente dalla salute delle nostre relazioni. Siamo, in altri termini, neuro-biologicamente programmati per vivere in continua interazione con gli altri, curarci delle relazioni, amare ed essere amati.

Alla luce di questi assunti, diventa chiaro che tanto più si fa spazio all’amore e alle relazioni significative ed autentiche, quanta più serenità e felicità si attrae a sé. Per quanto ci piace pensare di non avere bisogno di riconoscimento (“a me non interessa quello che pensano gli altri di me” diciamo), si tratta di un auto-inganno: le relazioni ci fanno da specchio, volenti o nolenti, e il modo in cui gli altri si rapportano a noi ci parla, restituendoci la nostra identità.

E poi, per dirla con George Clooney in Tra le nuvole, “Pensa ai momenti più felici della tua vita. Eri forse da solo?”.

Senso di scopo e motivazione

 Secondo la filosofia giapponese il metodo per vivere più a lungo e più felici è trovare il proprio ikigai. Letteralmente significa “il motivo per alzarsi al mattino” e si esplicita nel punto di convergenza tra passione, ciò che si ama, missione, ciò che serve al mondo, vocazione, ciò che sai fare, professione, qualche cosa per cui essere pagato.

Certamente un fattore che, anche nella ricerca occidentale, si è dimostrato imprescindibile per vivere una vita piena e felice è il senso di scopo: avere una direzione da perseguire, una motivazione per svegliarci al mattino, appunto. Non a caso una delle fasi di vita più critiche oggi giorno è il pensionamento, in cui sempre più raramente si diventa nonni perché le nuove generazioni fanno meno figli di un tempo, ancor più raramente si viene considerati “saggi” e così, d’un tratto si perde passione, missione, vocazione e professione tutte in una volta.

Abbiamo bisogno di percepire la nostra vita non come fine a sé stessa, ma come direzionata a qualche cosa che trascende il quotidiano: l’espressione dei propri valori e la loro diffusione, la costruzione di un progetto personale o di carriera, la devozione ad un impegno sociale, la creazione di una miglior vita per i propri figli ecc.

Moto e proattività

 A braccetto con l’esigenza di avere una direzione e uno scopo nella vita, troviamo il bisogno di percepire il moto: sentire che stiamo, più o meno lentamente, procedendo.

Molte persone invece hanno il vizio di fermarsi, non agire e di perdersi nei meandri dei propri pensieri, in quando cadono nella trappola di pensare di poter progettare la felicità a tavolino. Dedicano tempo a elucubrazioni articolate su che cosa sia corretto o giusto fare per raggiungere i propri scopi, analizzano diverse possibilità e scenari, ma domanda dopo domanda rendono impossibile qualsiasi risposta. Alla fine non fanno altro che immobilizzarsi sempre più, intrappolati nel dubbio e nel timore di sbagliare.

È stato invece rilevato da molti studiosi come la proattività sia un fattore che fa la differenza nel determinare la qualità di vita di una persona: in altri termini la felicità si fa, non si pensa. È chiaro che la riflessione e l’introspezione sono mezzi psicologici utili e potenti, segno di intelligenza e cultura, ma vanno dosati con attenzione perché possono diventare un terreno molto scivoloso. Di fronte ad un dubbio che non trova soluzione la persona felice si butta, lancia una monetina e inizia a “fare qualche cosa”, consapevole che nel continuare a procedere troverà la propria strada più facilmente: se imbocca quella giusta tanto meglio, ma se sceglie quella sbagliata sa che lo capirà presto e potrà agire di conseguenza. In entrambi i casi avrà fatto un passo avanti.

Flessibilità e resilienza

 Ultima, ma non per importanza, caratteristica centrale di una persona felice è la capacità di affrontare l’infelicità. Può sembrare un paradosso forse, ma a pensarci bene non è pensabile immaginare una vita priva di infelicità, di sofferenza, di difficoltà. Per questo tanto più un individuo impara a stare anche nella sofferenza e ad essere flessibile, adattandosi alle diverse condizioni che la vita gli presenta, tanto più potrà sviluppare la grande qualità che chiamiamo resilienza (dal lat. resiliens, “rimbalzare”).

Una persona felice è pressoché sempre una persona resiliente, ovvero qualcuno in grado di fronteggiare traumi e difficoltà in modo elastico, trasformandoli in opportunità per la crescita e il cambiamento. La felicità quindi non è propria di chi  scappa dalla sofferenza, stando alla larga da questioni critiche o che semplicemente “pensa positivo”. Il trucco sta invece nell’imparare ad abbracciare le difficoltà senza scappare, mutandole lentamente in qualcosa che fortifica anziché distruggere, in occasioni per conoscere meglio sé stessi riuscendo così, anche se sommersi nelle proprie lacrime, a rialzarsi.

Ora, conosciuti i cinque ingredienti verrebbe da chiedersi come vanno dosati…

Infatti, il dibattito più grande oggi giorno è su quale di queste qualità sia la più significativa per condurre una vita all’insegna della felicità: è più importante l’indipendenza o l’amore? La motivazione a portare a termine uno scopo o la flessibilità? E così via.

Personalmente ritengo che siano tutte e cinque necessarie, ma nessuna sufficiente, come in una ricetta appunto: ogni ingrediente ha il suo ruolo e senza di esso la torta non sarà la stessa.

Penso anche che siano qualità difficili da interiorizzare e fare proprie: sono semi che un genitore può piantare nell’infanzia e li vedrà crescere molti anni dopo, oppure possono essere piantati da adulti e potrebbero richiedere il doppio della cura per sbocciare. In entrambi i casi è necessario annaffiare il terreno e fare un grande lavoro interiore, di maturazione, di accettazione e soprattutto di amore verso sé stessi.

Fatica, lacrime e sudore fanno parte di questo percorso ma, alla fine, il gioco vale la candela.

“Quando andai a scuola, mi domandarono come volessi essere da grande. Io scrissi “felice”. Mi dissero che non avevo capito il compito, e io dissi loro che non avevano capito la vita.” John Lennon

Musica e cervello: una stimolazione senza uguali

Precedentemente abbiamo visto come la musica, in particolare la musicoterapia, possa avere degli effetti benefici in persone anziane con decadimento cognitivo, per migliorarne la loro cognizione e tono dell’umore! (clicca Qui, per visualizzare l’articolo precedente).
Oggi invece vorrei parlarti un po’ più in generale di come la musica influenzi il nostro sistema cognitivo sia attraverso il suo semplice ascolto che nella sua pratica!

Sembra strano come alle volte dei semplici strumenti fatti di corde e piatti possano creare una vera e propria dimensione in cui la nostra mente possa rifugirsi. Una dimensione parallela in cui possiamo sentirci confortati, concentrati, in cui possiamo riassaporare vecchie emozioni o viverne delle nuove. Ma come mai il nostro legame con la musica è così forte? Come agisce nello specifico sulla nostra mente, e cos’altro può fare?

Per rispondere a tutte queste domande non basterebbe un libro, difatti dovete sapere che esiste un’intera branca della scienza che cerca di rispondere a tutte queste domande e più: la  Neuromusicologia.

Oggi vorrei provare a darti qualche utile informazione che magari potresti utilizzare per comprendere questa estatica interazione, e qualche piccolo consiglio su come usare la musica per migliorare il tuo benessere quotidiano e la tua performance lavorativa!

Musica e sistema cognitivo

L’ascolto della musica è in grado di influenzare diverse risposte fisiologiche nel nostro corpo e in particolorare si è riscontrato come essa attivi diverse aree del nostro cervello.

Nello specifico, l’ascolto musicale, non coinvolge solo le aree del nostro sistema uditivo ma attiva diverse reti neurali. In uno studio pubblicato sulla nota rivista scientifica NeuroImage, il team di ricerca guidato dal Dr. Vinoo Alluri dell’università dello Jyväskylä (Fillandia), ha registrato

tramite fMRI (risonananza magnetica funzionale, possiamo definirla come una “macchina fotografica” in grado di mostrare l’attiva cerebrale) come il nostro cervello si attivavi durante l’ascolto di un tango!
L’analisi dei dati ha rilevato che l’ascolto della musica, in particolare la sua valenza emozionale e ritmica, attivi le regioni motorie del nostro cervello andando a supportare l’idea che la musica e il movimento sono derettamente interconnesse; il sistema limbico e paralimbico, aree associate alle emozioni; e delle particolari reti neurali associate alla creatività!

Secondo alcuni ricercatori (Gaab 2005, Von Georgi et al. 2006), l’ascolto musicale è in grado di stimolare adeguatamente anche le aree corticali e sub-corticali dell’emisfero destro, responsabile della capacità olistica, connesse in modo diretto al sentimento e alla motivazione.

 

Musica e Biologia

Quindi ricapitolando, l’ascolto della musica permette l’attivazione di diverse aree del nostro cervello, ma allo stesso tempo è stato riscontrato che genera anche delle attivazioni/modificazioni a livello biologico!
Come molti amanti della musica già sanno, l’ascolto della musica può aiutare a migliorare il tono dell’umore tramite l’aumento del neurotrasmettitore Dopamina (comumente chiamato ormone della “felicità”, lo stesso che viene prodotto quando mangiamo la cioccolata)  e dei livelli dell’ormone Ossitocina (l’ormone “dell’Amore”). L’ascolto musicale aiuta a ridurre anche lo stress pecepito tramite la diminuzione dei livelli di cortisolo. Per questo quando vi sentite stressati o emotivamente instabili l’ascolto della musica può essere di benefico, in quanto vi permette di aiutare il vostro corpo a regolare i livelli di questi ormoni.

L’ascolto della musica ha anche delle influenze a livello della percezione del dolore, questo dato è supportato dal fatto che l’ascolto musicale agisce su una parte del cervello, il Nucleo Accumbens, che è la stessa su cui agisce la morfina (Jeffries, Neuroreport 2003). In più, l’ascolto attivo della musica (cioè quando vi prestiamo diretta attenzione) può favorire la regolazione di ACTH (ormone legato alla produzione di cortisolo) e della prolattina, ormone coinvolto nella stimolazione della lattazione in donne incinte!

 

Consigli per l’uso!

Il mio consiglio per questa settimana è quindi quello di creare degli spazi nella vostra settimana in cui possiate sedervi su un comodo divano o sdraiarvi sul letto e semplicemente ascoltare della musica. Esplorando nuovi brani, generi e ritmi! Poi se avete la possibilità di ascoltare dei concerti dal vivo, meglio ancora! Sappiate che andare a sentire concerti almeno una volta ogni 2/3mesi aiuta ad incrementare la vostra riserva cognitiva! Che scopriremo più avanti cosa sia! 😉

Anthony

 

BIBLIOGRAFIA

Csikszentmihalyi, M., (1990). “Flow: The Psychology of Optimal Experience.” New York: Harper and Row.

Evers, S., & Suhr, B. (2000). Changes of the neurotransmitter serotonin but not of hormones during short time music perception. European archives of psychiatry and clinical neuroscience250(3), 144-147.

Franco, F., Swaine, J. S., Israni, S., Zaborowska, K. A., Kaloko, F., Kesavarajan, I., & Majek, J. A. (2014). Affect-matching music improves cognitive performance in adults and young children for both positive and negative emotions. Psychology of Music42(6), 869-887.

Ferrari , Carlotti S, Addessi A., Pachet F. (2004). “Suonare con il Continuator è un esperienza ottimale?”. In M. Biasutti, “Proceedings if International Symposium on Psychology and Music Education”, Padova.

Gaab, N., Tallal, P., Kim, H., Lakshminarayanan, K., Archie, J. J., Glover, G. H., & Gabrieli, J. D. E. (2005). Neural correlates of rapid spectrotemporal processing in musicians and nonmusicians. Annals of the New York Academy of Sciences1060(1), 82-88.

Lesiuk, T. (2005). The effect of music listening on work performance. Psychology of music33(2), 173-191.

Vinoo Alluri, Petri Toiviainen, Iiro P. Jääskeläinen, Enrico Glerean, Mikko Sams, Elvira Brattico. Large-scale brain networks emerge from dynamic processing of musical timbre, key and rhythm. NeuroImage, 2011; DOI: 10.1016/j.neuroimage.2011.11.019

Von Georgi, R., Grant, P., von Georgi, S., & Gebhardt, S. (2006). Personality, emotion and the use of music in everyday life: Measurement, theory and neurophysiological aspects of a missing link. Tönning, Lübeck, Marburg: Der Andere Verlag.

 

 

 

8 modi per migliorare la memoria naturalmente!

La memoria, una delle funzioni cognitive tra le più importanti che possediamo come esseri umani, essa consiste nella capacità di assimilare, ritenere e richiamare le varie informazioni apprese tramite il nostro sistema sensoriale e tramite l’esperienza.

La memoria ci consente di adattarci all’ambiente in cui viviamo attraverso il ricordo e confronto di esperienze passate. La memoria ci permette di assaporare le emozioni della nostra vita, di socializzare e di affrontare nuove sfide.

Ahimè questa capacità non rimane sempre uguale nel tempo, anch’essa è influenzata dal processo dell’invecchiamento, e quando una persona inizia ad avere delle problematiche di memoria, a lungo andare può essere frustante.

La memoria però può essere allenata e migliorata, in modo naturale, attraverso dei piccoli accorgimenti che possiamo inserire nella nostra routine!

Ci tengo a precisare che vi sono delle malattie (es. il morbo di Alzheimer, Parkinson) che possono intaccare la memoria in maniera molto ingravescente, tuttavia, la ricerca ha dimostrato che se individuate per tempo, ed attraverso una dieta e uno stile di vita sano, si possono rallentare gli effetti negativi di tali malattie.

Ecco quindi  8 modi per poter aiutare e rafforzare la vostra memoria!

 

1) Meno zuccheri aggiunti più Sprint

Consumare troppi prodotti zuccherati (bibite gassate, merendine etc) è stato collegato a vari problemi legati alla salute tra cui l’accelerazione del declino cognitivo.
Secondo alcune ricerche (Beilharz et al., 2016; Pase et al., 2017) una dieta a base di zucchero può portare ad una riduzione del volume cerebrale soprattutto delle aree legate alla memoria a breve termine, ovvero quella parte di memoria che è capace di conservare piccole quantità di informazioni che se successivamente elaborate vengono trasferite nella memoria a lungo termine (i nostri ricordi).

Una riduzione della quantità di zucchero permette non solo di migliorare la nostra memoria ma di ridurre anche il rischio dell’ insorgenza di malattie croniche (es. Diabete di tipo 2, malattie coronarie)

2) Gioca ai videogiochi

Ebbene si, giocare ai videogiochi è uno tra i metodi che si possono usare per migliorare non solo la nostra memoria, ma anche attenzione e funzioni esecutive!
Secondo uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Behavioral Brain Research (Schenk et al., 2017), si è conscluso che vi sono una vasta gamma di videogiochi che aiutano a migliorare alcune aree del nostro cervello tra cui la memoria semantica che coinvolge la capacità complessiva di richiamare la conoscenza. Ciò non vuol dire che bisogna passare ore e ore sul computer o davanti alla Play, ma un oretta ogni tanto è sufficiente ad apportare tali miglioramenti. Ad esempio, se siete manager di un azienda, potrebbe essere un passatempo utile (se regolare) che vi permetterebbe di esercitare il cervello (magari in pausa caffè?).
Prevenire il declino, attraverso il rafforzamento della plasticità cerebrale, può aiutare a ridurre il rischio di demenza.
Se non siete appassionati di videogiochi vi sono varie app che possono essere usate quali: CogniFit, Lumosity; Candy Crush, WordCrack

3) Prova gli integratori di olio di pesce

L’olio di pesce è ricco di acidi grassi omega-3, acido eicosapentaenoico (EPA) e acido docosaesaenoico (DHA).
Tali grassi hanno un impatto positivo sulla salute in generale abbassando il rischio di malattie cardiache, riducendo l’infiammazione e hanno effetti positivi anche sull’umore e sulla riduzione degli stati di ansia e sul rallentamento del declino cognitivo (Swanson et al., 2012; Su et al., 2015).

Gli integratori a base di olio di pesce hanno dimostrato di poter supportare la memoria soprattutto in persone anziane. Secondo uno studio pubblicato su Psychopharmacology, che ha visto parte 36 adulti anziani con lieve declino cognitivo, ha trovato che i punteggi di memoria a breve termine e di memoria di lavoro sono migliorati significativamente dopo aver preso integratori di olio di pesce concentrato per 12 mesi (Lee et al., 2012).

Un’altra recente revisione della letteratura condotta su 28 studi ha mostrato che quando adulti con lievi sintomi di perdita di memoria assumevano integratori ricchi di DHA e EPA, come l’olio di pesce, essi sperimentavano un miglioramento della memoria episodica (Yurko-Mauro et al., 2015).

4) Medita (anche 10min al giorno)

La pratica della meditaizone ha diversi effetti positivi sul nostro organismo. Essa aiuta a ridurre i livelli di stress e di dolore, riduce la pressione sanguigna e aiuta a migliorare la memoria (Sharma, 2015).
Infatti, secondo la letteratura è dimostrato come tecniche di rilassamento e di meditazione sono associati ad un miglioramento (con la pratica quotidiana) della momoria a breve termine e della memoria di lavoro spaziale (la capacità di trattenere ed elaborare informazioni nella mente sulle posizioni degli oggetti nello spazio) in persone dai 20 anni in su! (Gard, 2014; Ching et al., 2015).

5) Controlla i livelli di vitamina D

La vitamina D è un importante nutriente che svolge molti ruoli vitali nel corpo. Bassi livelli di vitamina D sono stati collegati a una serie di problemi di salute, tra cui una riduzione delle funzioni cognitive.
Uno studio che ha seguito 318 adulti anziani per cinque anni ha scoperto che coloro che avevano livelli ematici di vitamina D inferiori a 20 nanogrammi per ml hanno avuto più problemi di memoria e altre capacità cognitive rispetto a coloro con normali livelli di vitamina D (Miller et al., 2015). Bassi livelli di vitamina D sono stati anche correlati ad un maggiore rischio di sviluppare disturbi neurocognitivi (Sommer et al., 2017).

Un annuale check-up della vitamina D è un ottimo metodo preventivo, parlate con il vostro medico per ottenere un esame del sangue per scoprire se avete bisogno di un integratore di vitamina D.

6) Dormite a sufficienza

Diversi studi hanno dimostrato come la deprivazione di sonno sia collegata a basse prestazioni di memoria, soprattutto per qunto rigurda la consolidazione delle memorie (Stickgold, 2005; Marshall et al., 2006; Klinzing et al., 2919). Ad esempio, uno studio ha esaminato gli effetti del sonno in 40 bambini di età compresa tra i 10 e i 14 anni. Un gruppo di bambini è stato addestrato per i test di memoria la sera, poi testato la mattina seguente dopo una notte di sonno. Il secondo gruppo è stato formato e testato lo stesso giorno, senza dormire tra l’allenamento e il test. Il gruppo che ha dormito tra l’allenamento e il test ha avuto una prestazione superiore del 20% nei test di memoria (Potkin et al., 2012).

Ma quante ore? Queste dipendono dall’età, solitamente 12-16 per i neonati (pisolini compresi), 8-10 per i teenager, mentre per un adulto dovrebbero essere alemeno 7 h a notte (naturlamente poi ci sono le casistiche dei dormitori brevi a cui possono bastare 5 h).

7) Musica!

Come abbiamo visto in precedenza, la musica può essere un fantastico strumento per migliorare la propria concentrazione, e di come possa essere efficace per migliorare il benessere di persone con demenza. L’ascolto regolare di musica ha anche effetti positivi a livello mnemonico. In particolare l’ascolto di musica polifonica permette la stimolazione dei sistemi attentivi e legati alla memoria di lavoro (Janata et al., 2002).

Secondo una ricerca condotta da Bach & Lewis (2006) i vari partecipanti, dopo essere stati presentati con una lista di parole, insieme a un brano di musica di sottofondo, hanno richiamato più parole quando la selezione è stata suonata allo stesso tempo rispetto a quando è stata suonata a un tempo diverso. Questo ci suggerisce che un metodo che può essere usato per memorizzare informazioni è quello di cercare di ripetere il contenuto da memorizzare a tempo con una musica che ci piace.

Anche apprendere a suonare un nuovo strumento (indipendentemente dall’età, si può iniziare anche ad 80anni) è un ottimo metodo per migliorare la nostra plasticità cerebrale e per rafforzare la nostra mente. In particolare l’apprendimento di uno strumento aumenta sia le capacità di memoria verbale e di lavoro (Chan et al., 1998; George & Coch 2011)

8) Agiungi del cacao alla tua dieta

Il cacao non è solo delizioso, ma anche nutriente, ed è fonte di antiossidanti chiamati flavonoidi. La ricerca suggerisce che i flavonoidi sono particolarmente benefici per il cervello. Possono aiutare a stimolare la crescita dei vasi sanguigni e dei neuroni e ad aumentare il flusso sanguigno in parti del cervello coinvolte con la memoria.

Uno studio condotto su 30 persone sane ha scoperto che coloro che hanno consumato cioccolato fondente contenente 720 mg di flavonoidi di cacao hanno presentato una prestazione migliore ai test di memoria rispetto a coloro che hanno consumato cioccolato bianco senza flavonoidi di cacao (Field et al., 2011).

Per ottenere il massimo beneficio dal cioccolato, e meglio scegliere del cioccolato fondente con un contenuto di cacao pari o superiore al 70%. Occhio a non esagerare con le dosi, non si dovrebbe superare la quantità di 15 g al giorno di cioccolato per mantenere un buon equilibrio tra le calorie provenienti dalla dieta giornaliera, che deve essere varia in modo da poter fornire tutti i macro e micronutrienti necessari all’organismo.

Riassumendo

Ci sono molti modi divertenti, semplici e anche deliziosi per migliorare la memoria.

Esercitare la mente e il corpo, gustare un pezzo di cioccolato di qualità e ridurre la quantità di zucchero aggiunto nella vostra dieta sono tutte delle tecniche eccellenti ed efficaci.

Provate ad aggiungere alcuni di questi consigli scientifici alla vostra routine quotidiana per migliorare la salute del vostro cervello e mantenere la vostra memoria in ottime condizioni e se vi và fateci sapere poi come procede!

 

“Non c’è cosa che non venga resa più semplice attraverso la costanza e la familiarità e l’allenamento. Attraverso l’allenamento noi possiamo cambiare; noi possiamo trasformare noi stessi.”
Dalai Lama

 

 

Bibliografia:

Balch, W. R., & Lewis, B. S. (1996). Music-dependent memory: The roles of tempo change and mood mediation. Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory, and Cognition, 22(6), 1354–1363. https://doi.org/10.1037/0278-7393.22.6.1354

Beilharz, J. E., Maniam, J., & Morris, M. J. (2016). Short-term exposure to a diet high in fat and sugar, or liquid sugar, selectively impairs hippocampal-dependent memory, with differential impacts on inflammation. Behavioural brain research306, 1-7.

Chan, A. S., Ho, Y. C., & Cheung, M. C. (1998). Music training improves verbal memory. Nature396(6707), 128-128.

Ching, H. H., Koo, M., Tsai, T. H., & Chen, C. Y. (2015). Effects of a mindfulness meditation course on learning and cognitive performance among university students in Taiwan. Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine2015.

Field, D. T., Williams, C. M., & Butler, L. T. (2011). Consumption of cocoa flavanols results in an acute improvement in visual and cognitive functions. Physiology & behavior103(3-4), 255-260.

Gard, T., Hölzel, B. K., & Lazar, S. W. (2014). The potential effects of meditation on age-related cognitive decline: a systematic review. Annals of the New York Academy of Sciences1307, 89.

George, E. M., & Coch, D. (2011). Music training and working memory: An ERP study. Neuropsychologia49(5), 1083-1094.

Janata, P., Tillmann, B., & Bharucha, J. J. (2002). Listening to polyphonic music recruits domain-general attention and working memory circuits. Cognitive, Affective, & Behavioral Neuroscience2(2), 121-140.

Klinzing, J. G., Niethard, N., & Born, J. (2019). Mechanisms of systems memory consolidation during sleep. Nature neuroscience22(10), 1598-1610.

Lee, L. K., Shahar, S., Chin, A. V., & Yusoff, N. A. M. (2013). Docosahexaenoic acid-concentrated fish oil supplementation in subjects with mild cognitive impairment (MCI): a 12-month randomised, double-blind, placebo-controlled trial. Psychopharmacology225(3), 605-612.

Marshall, L., Helgadóttir, H., Mölle, M., & Born, J. (2006). Boosting slow oscillations during sleep potentiates memory. Nature444(7119), 610-613.

Miller, J. W., Harvey, D. J., Beckett, L. A., Green, R., Farias, S. T., Reed, B. R., … & DeCarli, C. (2015). Vitamin D status and rates of cognitive decline in a multiethnic cohort of older adults. JAMA neurology72(11), 1295-1303.

Pase, M. P., Himali, J. J., Jacques, P. F., DeCarli, C., Satizabal, C. L., Aparicio, H., … & Seshadri, S. (2017). Sugary beverage intake and preclinical Alzheimer’s disease in the community. Alzheimer’s & Dementia13(9), 955-964.

Potkin, K. T., & Bunney Jr, W. E. (2012). Sleep improves memory: the effect of sleep on long term memory in early adolescence. PloS one7(8), e42191.

Schenk, S., Lech, R. K., & Suchan, B. (2017). Games people play: How video games improve probabilistic learning. Behavioural brain research335, 208-214.

Sharma, H. (2015). Meditation: process and effects. Ayu36(3), 233.

Sommer, I., Griebler, U., Kien, C., Auer, S., Klerings, I., Hammer, R., … & Gartlehner, G. (2017). Vitamin D deficiency as a risk factor for dementia: a systematic review and meta-analysis. BMC geriatrics17(1), 16.

Stickgold, R. (2005). Sleep-dependent memory consolidation. Nature437(7063), 1272-1278.

Su, K. P., Matsuoka, Y., & Pae, C. U. (2015). Omega-3 polyunsaturated fatty acids in prevention of mood and anxiety disorders. Clinical Psychopharmacology and Neuroscience13(2), 129.

Swanson, D., Block, R., & Mousa, S. A. (2012). Omega-3 fatty acids EPA and DHA: health benefits throughout life. Advances in nutrition3(1), 1-7.

Yurko-Mauro, K., Alexander, D. D., & Van Elswyk, M. E. (2015). Docosahexaenoic acid and adult memory: a systematic review and meta-analysis. PloS one10(3), e0120391.

Attacchi di panico: 5 falsi miti da sfatare!

Tachicardia, respiro affannoso, dolore al petto, paura di morire e di impazzire: il panico è un’onda violenta che spazza tutto ciò che incontra, lasciandosi dietro un deserto colmo di angoscia e sofferenza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il disturbo di panico colpisce almeno il 20% della popolazione. Trattandosi di una tematica ormai estremamente comune e sentita, spesso la disinformazione naviga a gonfie vele dando vita a molteplici falsi miti che alimentano credenze erronee. Vediamo quali sono quindi i cinque falsi miti più comuni sugli attacchi di panico! 

Mito #1. Gli attacchi di panico possono portare alla pazzia o alla totale perdita di controllo di se stessi: Falso. In preda a un attacco di panico potrei fare del male a mio marito, ai miei figli o aggredire il vicino di casa? Assolutamente no. Le sensazioni terrificanti che travolgono corpo e mente durante l’attacco di panico non si tramutano in azioni concrete; in altre parole, la perdita di controllo o il timore di impazzire rimangono solo sensazioni, seppur intense e invalidanti, sensazioni che derivano dall’alterazione del normale equilibrio corporeo tra ossigeno e anidride carbonica. 

Mito #2. Vuoi risolvere il panico? Mangia sano, evita caffè, fai attività fisica… Falso. Ricaricarsi con una buona colazione al mattino, dedicare mezz’ora al giorno all’esercizio fisico, praticare la meditazione: è indubbio che uno stile di vita salutare non possa che essere benefico. Affermare però che ciò che è benefico sia automaticamente terapeutico è un vero azzardo. Gli attacchi di panico rappresentano un disturbo psicologico caratterizzato da un preciso meccanismo di funzionamento (se vuoi approfondire questa tematica, ti consiglio la lettura dell’articolo “Panico: il controllo che fa perdere il controllo); per sbloccare tale patologia è necessario un intervento mirato. 

Mito #3. Ho il panico? Ne parlo continuamente e mi faccio rassicurare: così mi sentirò meglio! Falso. E’ convinzione comune che condividere difficoltà e problemi personali faccia bene, sempre e comunque. L’era cogitocentrica moderna racchiude la tendenza a divinizzare la razionalità, considerandola la soluzione di tutti i problemi: se ci ragiono, se divento consapevole di ciò che mi accade, se rifletto, se ne parlo, allora riuscirò a gestire e controllare la realtà. Purtroppo pochi sanno che parlare della paura è come mettere un fertilizzante speciale ad una pianta: la si fa crescere a dismisura. Più parlo delle mie paure, più le incremento. E le rassicurazioni? Allo stesso modo, farsi rassicurare è un’arma a doppio taglio. Quando chiedo aiuto e lo ottengo, ricevo contemporaneamente due messaggi. Il primo è: “Ti voglio bene, ti aiuto e ti proteggo”. Il secondo messaggio, che è meno ovvio ma più forte e sottile, è: “Ti aiuto perché da solo non puoi farcela, perché se ti lasciassi da solo ti sentiresti male”. In altre parole ogni volta che chiedo e ottengo rassicurazioni, viene confermata la mia incapacità: sto dicendo a me stesso che da solo non posso farcela, che sono debole, che sono fragile.  

Mito #4. Dal disturbo di panico non si guarisce Falso. Don D. Jackson, fondatore del Mental Research Institute di Palo Alto, dichiara con un’affermazione decisamente forte che «Non esistono pazienti impossibili ma soltanto terapeuti incapaci». Le tipologie di psicoterapia scientificamente efficaci per la risoluzione degli attacchi di panico sono due: la terapia cognitivo-comportamentale e la terapia breve strategica. Con l’approccio breve-strategico, solamente nella sede centrale di Arezzo sono stati trattati circa 15.000 casi di panico con risultati di efficacia pari al 90% e con una media di 7 sedute (circa 3-6 mesi di terapia). In altre parole 9 persone su 10 nel giro di qualche mese hanno risolto il problema del panico sia a breve che a lungo termine. Non si tratta di magia, si tratta di scienza. 

Mito #5. Il disturbo di panico deriva dall’aver avuto un’infanzia infelice o da un trauma inconscio. Culturalmente abituati ad un approccio medico causale per il quale se si ha mal di schiena, si prende la pastiglia, vi è la tendenza a ricercare la causa anche dei disagi psicologici. “Soffro di panico  perché anche la bisnonna ne soffriva” “Ho l’ansia perché ho avuto un’infanzia difficile e tumultuosa”. Se da un lato identificare il presunto responsabile dei nostri mali infonde un’apparente sicurezza, dall’altro priva della possibilità di intervenire sulla situazione presente. D’altronde se sono nato/a così, che cosa ci posso fare? Vi svelo un segreto: i problemi psicologici non hanno una causa specifica; la ricerca spasmodica del “perché” non solo non può avere una risposta univoca ma ci fuorvia dall’unica cosa che è davvero importante: cambiare il presente. L’amara e preziosa verità è che siamo noi i diretti responsabili delle nostre sofferenze e delle nostre gioie: siamo noi i registi della nostra vita. Non si nasce panicanti, paurosi, senza autostima, arrabbiati o infelici: lo si diventa nel tempo. Perciò, citando lo scrittore irlandese George Bernard Shaw “Non aspettare il momento opportuno: crealo!”

 

Bibliografia di riferimento

Nardone, G. (2016). La terapia degli attacchi di panico: Liberi per sempre dalla paura patologica. Ponte alle Grazie.

Nardone, G. (2013). Psicotrappole. Ponte alle Grazie.

 

 

 

Panico: il controllo che fa perdere il controllo

Avete mai sentito parlare del dio Pan, colui che ha dato il nome alla comune parola “panico”? La leggenda narra che questo dio greco, metà uomo e metà caprone, si divertiva a comparire all’improvviso lungo il cammino dei viandanti suscitando un terrore inaudito, per poi scomparire con grande lestezza. Questa leggenda evidenzia due caratteristiche indispensabili dell’attacco di panico, spesso ignorate o travisate: è improvviso e ha una durata molto limitata

Che cos’è un attacco di panico?
L’attacco di panico è un periodo di
paura intensa e improvvisa in assenza di vero pericolo; raggiunge il picco di massima intensità in circa 5-10 minuti e lentamente decade, con una durata complessiva non superiore ai 15-20 minuti. Nonostante sia estremamente limitato nel tempo, l’attacco di panico è uno tsunami psicologico: quando travolge, porta con sé un terrore sconvolgente; quando scompare, si lascia dietro un deserto colmo di angoscia e sofferenza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il disturbo di panico è una delle patologie psicologiche più diffuse, con un’incidenza della popolazione colpita pari ad almeno il 20%. Data la complessità della tematica, proviamo a fare un pò di chiarezza. 

Come si riconosce un attacco di panico?
I sintomi, sia fisici sia psicologici, sono molteplici: dolore al petto, stordimento, capogiri, tachicardia, intorpidimenti delle estremità, difficoltà respiratoria o senso di soffocamento; meno conosciute ma coerenti con un quadro di panico sono le condizioni di derealizzazione e depersonalizzazione, sensazioni di scollegamento rispettivamente dall’ambiente circostante o dal proprio corpo, come se si stesse vivendo la propria vita dall’esterno. Oltre a una sintomatologia fisica estremamente invalidante si aggiunge una componente psicologica, connotata dalla paura di impazzire, di morire e di perdere il controllo. Ed è proprio il concetto di “perdita di controllo” che ci porta al secondo quesito. 

Come si arriva all’attacco di panico?
che vi racconti una breve storia. Un giorno un millepiedi incontra una curiosa formica la quale, sorpresa dalla sua scioltezza nel camminare, gli chiede: “Caro millepiedi, ma come fai a camminare così abilmente e in modo così grazioso con tutte quelle zampe?” Il millepiedi, perplesso e incuriosito dalla domanda, inizia a pensarci. Non trovando risposta, guarda le sue zampe mentre cammina, concentrandosi su ogni singolo movimento. Si sforza di capire, controllando sempre più accuratamente i suoi passi; così inciampa e… non riesce più a camminare. Proprio come il millepiedi ha tentato di controllare con la ragione e il pensiero qualcosa di automatico e di spontaneo, ovvero il camminare, se tentiamo di controllare le reazioni psicofisiologiche ugualmente spontanee e automatiche, il nostro corpo va in tilt. Per essere più precisi: se di fronte ad una reazione normale di paura o una reazione di attivazione, ad esempio conseguente ad una camminata veloce o ad una corsa, iniziamo a pensare “Senti come sta andando veloce il cuore? E’ un infarto!! Non è che sto per morire? Cosa sta succedendo? Non voglio stare male, non devo stare male. Devo assolutamente rallentare il cuore, il respiro…” otteniamo l’effetto paradossale dell’aumento della paura stessa. E’ la paura portata all’estremo: il panico, ovvero l’eccesso di controllo che fa perdere il controllo. 

Come si può evitare che la paura sana si trasformi in un attacco di panico?
Una volta che la molla del panico scatta, l’unica cosa che si può fare è lasciare che segua il suo spontaneo decorso. Dobbiamo quindi evitare che la paura superi la soglia critica, determinando quella pericolosa escalation che trasforma una normale reazione di paura o ansia in panico. Ed è proprio questo l’obiettivo della tecnica della “peggiore fantasia”, strategia elaborata dal Prof. Giorgio Nardone, direttore e fondatore del Centro di Terapia Breve Strategica di Arezzo. Quando qualcosa spaventa, quando la paura o l’ansia influenzano la giornata, quando pensieri negativi e preoccupazioni disturbano la quotidianità, si dedichi mezz’ora di tempo alla “peggiore fantasia”.

Ogni giorno, preferibilmente dopo pranzo, prendi una sveglia e impostala in modo che suoni dopo mezz’ora. Recati in un luogo della casa appartato, dove nessuno ti può disturbare. Abbassa le tapparelle, mettiti comodo e inizia a pensare volontariamente a tutte le tue peggiori fantasie, a tutto quello che può accadere di male, a tutto ciò che può andare storto. Sforzati di stare il più male possibile, sforzati di provare più ansia possibile, più paura possibile. In quella mezz’ora puoi fare tutto quello che vuoi. Se ti viene da gridare, puoi gridare; se vuoi imprecare, puoi imprecare; se vuoi piangere, puoi piangere. Una volta che la sveglia suona… stop. E’ tutto finito. Ti alzi, vai a lavarti il viso e riprendi la tua giornata.

La paura ha un funzionamento paradossale: se cerco di contenerla o di scacciarla, mi travolgerà. E se decidessi di toccare con mano i miei fantasmi per farli scomparire? 

Concludo l’articolo con una splendida frase di Martin Luther King, frase che non ha bisogno di spiegazioni o di commenti: “Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio si alzò, andò ad aprire e non trovò nessuno”. 

 

 

Bibliografia di riferimento
Nardone, G. (2016). La terapia degli attacchi di panico: Liberi per sempre dalla paura patologica. Ponte alle Grazie

https://www.msdmanuals.com/it-it/casa/disturbi-di-salute-mentale/disturbi-dissociativi/disturbo-di-depersonalizzazione-derealizzazione

Nardone, G., & Balbi, E. (2012). Solcare il mare all’insaputa del cielo: Lezioni sul cambiamento terapeutico e le logiche non ordinarie. Ponte alle Grazie

6 Consigli per promuovere la motivazione nella vostra organizzazione

Uno studio pubblicato da Harvard Business Review  sulla vita all’interno del mondo del lavoro e sulle relative prestazioni, ha riscontrato che le persone sono più produttive e creative quando la loro vita lavorativa risulta positiva. “E grazie.. questo è scontato” mi direte, difatti è facile immaginare che un lavoratore felice del proprio lavoro sia un lavoratore che produce, non solo per sé ma per l’azienda stessa.

Ma come trasformare la teoria in fatti? Come possiamo fare per motivare il team e allo stesso tempo far crescere la nostra organizzazione in modo socialmente responsabile? Come possiamo creare un ambiente di lavoro che aumenti la motivazione del nostro gruppo giorno dopo giorno?

PUNTARE SULLA NATURA DELL’UOMO

Come esseri umani, siamo portati a connetterci e a mantenere tutto ciò che possa stimolare il nostro sentimento di “sentirci bene”. Tra le varie attività, ve ne è una in particolare che non sempre è considerata, ovvero “l’essere d’aiuto” (Cutler & Banerjee, 2018). Questo stato ci influenza positivamente, in quanto ci fa sentire parte responsabile del cambiamento della persona/causa alla quale stiamo contribuendo. Ci rende partecipe, ci fa sentire “migliori”. Pensate al sentimento che provate quando vi capita di dare un piccolo extra per aiutare una persona che sapete essere nel bisogno.

Questo sentimento può essere anche traslato all’interno del mondo aziendale. Influenzare un cambiamento positivo e far sentire la persona parte di una causa, genera una “bella sensazione”, che può motivare qualsiasi team ad eccellere sul loro posto di lavoro!

Ecco qui 6 consigli per poter stimolare la motivazione all’interno dell’ambiente di lavoro.

    1. Esprimere gratitudine: La gratitudine coltiva l’apprezzaento e pone l’accento sull’individuo come singolo. Ringraziare un vostro dipendente per il contributo unico che svolge è un modo per fargli sapere quanto importante e unico sia il suo contributo e come questo può servire al raggiungimento di una causa aziendale. Ogni persona è differente, e se l’avete scelta è perchè sapete che può portare un contributo all’interno dell’azienda. Secondo uno studio condotto da Nielsen (2014) la gratitudine è un fattore essenziale per aumentare la felicità e il benessere lavorativo, e aiuta persino a favorire le connessioni sociali tra colleghi!
    2. Dimostrate fiducia nei cambiamenti: Quando apportate un cambiamento, cercate di mostrare i valori positivi che esso genererà. Nel caso in cui il cambiamento riguardi delle pratiche etiche e/o lavorative, siate un modello per le aspettative del vostro team. Se il vostro team vi vede in prima persona approcciare al cambiamento, anche loro vi seguiranno più positivamente.
    3. Comunicate in modo creativo: Condividete i vostri valori e obiettivi, metteteli bene in vista, magari su un bel muro che sia accessibile ai vostri collaboratori. Usate una newsletter per comunicare loro i progressi fatti, o cosa manca e cosa si potrebbe fare per raggiungere gli obiettivi prefissati. Cercate modi diversi per trasmettere lo stesso messaggio, in modo che tutti possono lavorare per promuovere i valori aziendali  e avere un impatto (anche nel loro piccolo). La comunicazione coerente e la creatività sono un fattore molto importante per mantenere la motivazione del vostro team.
    4. Coinvolgete i dipendenti in alcune decisioni: Sappiamo che vi sono decisioni che a volte possono essere prese solo ai piani alti. Ma vi sono molte altre invece che possono essere prese coinvolgendo i membri del gruppo. Chiedere l’opinione dei dipendenti, far condividere loro il proprio punto di vista, da un lato fa sentire le persone importanti e considerate, dall’altro possono fornire spunti di riflessione e punti di vista alternativi che potrebbero rivelarsi importanti. Le varie idee possono venire concretizzate o meno, ma l’importante è cercare di coinvolgere il personale, soprattutto in quelle decisioni che possono riguardare loro in prima persona.
      Ad esempio se avete in mente di cambiare il piano dei turni del personale provate a coinvolgere i capi unità e a capire quale sia un buon rapporto ore/turni che permetta di migliorare l’efficienza aziendale e allo stesso tempo il benessere dei dipendenti. Oppure, volete cambiare il software gestione aziendale? coinvolgete i responsabili del reparto amministrazione per capire cosa secondo loro il nuovo software dovrebbero avere. Chi meglio di colui che vi lavora quotidianamente saprà cosa chiedere?
    5. Create una atmosfera coraggiosa: incoraggiate i vostri dipendenti a far domande e non aver paura di chiedere il perchè delle cose. Le persone tendono ad essere più motivate a svolgere un compito quando ne capiscono a pieno il ragionamento che vi sta dietro. Ricordate a voi stessi e al vostro team per cosa state lavorando: salvare vite umane, promuovere l’equità o semplicemente fornire il miglior servizio al cliente. Se i dipendenti possono godere, identificarsi e beneficiare dei valori aziendali fondamentali a portata di mano, rimarranno motivati e appassionati del loro lavoro.
    6. Rispondetevi per rispondere: Per riuscire a convincere gli altri, dovete prima di tutti esserne convinti voi!
      Provate a porvi queste domande:

– Come fa questo progetto a fare la differenza?
– In che modo il contributo della mia azienda sta avendo un impatto?
– Come posso dimostrare al mio team che sono la forza trainante dei valori che stanno dietro a questa organizzazione?
Queste sono alcune domande che vi possono servire per confermare e chiarire i valori aziendali. Fate in modo che i vostri valori abbiano un significato e che influenzino un movimento nel successo della vostra azienda.

Questi sono alcuni cosigli che possono tornare utili per migliorare la motivazione aziendale, per saperne di più, non esitate a contattarci, o rimanete connessi per nuovi articoli che parleranno dell’argomento!

 

Bibliografia:

Cutler, J., & Banerjee, R. (2018). Five reasons why being kind makes you feel good—according to science. The Conversation.

Il donatore egoista, 10 ragioni per cui dovresti donare il sangue

Si sa che donare il sangue è un servizio civico importante, nonché un grande atto di benevolenza che permette di salvare numerose vite. Infatti è stato stimato che ad ogni arrotolata di manica si possono salvare la vita di ben 3 persone, a seconda di come il sangue venga utilizzato (Sameeya Furmeen, Reddy, 2018).

Donare il sangue è quindi un semplice atto che intrinsecamente presenta un immenso valore… Ma in tutta questa beneficenza, quali sono i vantaggi “personali” che un donatore regolare può trarne? Ecco qui elencate 10 ragioni del perché donare il sangue non è utile solo agli altri ma anche a sé stessi. Alla faccia del sano egoismo 😊

 

1) Controllo “benessere” gratuito!

Prima di ogni donazione, il donatore deve passare attraverso una valutazione fisica. Questa include il controllo della pressione sanguigna, del polso, della temperatura corporea, dei livelli di emoglobina, di colesterolo e di molti altri valori fondamentali per capire lo stato di benessere del donatore. Viene inoltre fatto un controllo delle malattie sessualmente trasmissibili quali, ad esempio, l’HIV, l’epatite B, epatite C etc. Insomma, un vero e proprio check-up completo e completamente gratuito!

2) Ferro ok, corpo ok!

Solitamente il nostro corpo tende ad assumere più ferro rispetto a quello di cui avrebbe bisogno e queste eccedenze vengono immagazzinate nel cuore, fegato e pancreas. Alti livelli di ferro possono aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, in quanto il ferro accelera alcuni processi di ossidazione che possono danneggiare le arterie, (Corti et al., 1997; Kobayashi et al, 2018), cirrosi, insufficienza epatica e danni al pancreas. Alcuni studi hanno dimostrano anche che alti livelli di ferro nel sangue possono essere associati all’invecchiamento precoce.

Una regolare donazione del sangue può quindi aiutare a ridurre il sovraccarico di ferro, riducendo così il rischio di malattie cardiovascolari e d’infarto, non che a ridurre la resistenza all’insulina e migliorare il funzionamento vascolare. In poche parole può essere considerato una buona prevenzione per il Diabete di tipo2.

Elevati livelli di ferro possono inoltre contribuire allo sviluppo e alla crescita di alcuni tumori (Stevens et al., 2000). Uno studio pubblicato dalla rivista Cancer Research (Wen et al., 2014) ha trovato che ad alti livelli di ferro nel sangue si associa un aumento del 25% del rischio dell’insorgenza di tumore e un aumento del 39% del rischio di mortalità da cancro.  La donazione di sangue periodica è associata ad un abbassamento dei rischi (Merk et al., 1990).

Attenzione, questo non vuol dire che ora dovete modificare la vostra dieta o dobbiate correre tutti a farvi analizzare i livelli di ferro!
In normali circostanze, il nostro corpo mantiene una regolare omeostasi, ci sono persone però che a seguito di predisposizione genetiche, incorretta alimentazione, o persino incorretta cottura dei cibi, possono assumere più ferro del dovuto.

3) Riduce il rischio di infarto e ipertensione

Secondo alcune ricerche (Meyers, 1997; Uche et al., 2013) coloro che donano regolarmente da alcuni anni hanno un rischio inferiore dell’88% di soffrire di attacchi di cuore e un rischio inferiore del 33% di soffrire di qualsiasi evento cardiovascolare grave, come può essere, ad esempio, un ictus. Donare sangue regolarmente può far migliorare la fluidificazione del sangue, che aiuta a limitare i danni al rivestimento dei vasi sanguigni, riducendo il rischio di un blocco arterioso. Inoltre, secondo uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Transfusion (Kamhielh-Milz et al., 2016), è stato riscontrata una riduzione della pressione sanguigna, dopo la quarta donazione, in coloro che soffrivano di ipertensione.

 4) Scopri se soffri di anemia

Scoprire cose di sé è sempre positivo quando ciò può aiutare a farci star meglio!
Una di queste, è sapere se si soffre di anemia. Attraverso un test dell’emoglobina durante il processo di pre-donazione si può sapere se si è affetti da questa patologia. L’anemia è quella patologia nella quale non si hanno abbastanza globuli rossi in circolazione nel corpo. Solitamente alla base dell’anemia può esserci una condizione cronica o una carenza più lieve dovuta ad una mancanza di vitamine.
La buona notizia?  In assenza di condizioni morbose di solito è facilmente curabile.

5) Sangue nuovo bello fresco

Nelle 48 ore successive alla donazione il corpo lavora per sostituire il volume del sangue mancante (pressoché plasma) e i globuli rossi che si perdono durante la donazione vengono completamente sostituiti entro le quattro e le otto settimane. Questo processo di reintegrazione può aiutare il vostro corpo a rimanere sano e a lavorare in modo più efficiente e produttivo.

6) Brucia (poche) calorie

Ok, non sono così tante le calorie che si perdono, ma quando si ha l’opportunità di consumare un po’ di energia solo stando sdraiati?
Non si sa per certo quante calorie si brucino (alcuni studiosi stimano sulle 650kcal) quindi non fate di questo il vostro principale motivo per donare, ovviamente. Tra l’altro tra una donazione di sangue intero e l’altra devono passare 90 giorni.

7) Giorno libero a lavoro

Chi dona sangue ha diritto, per legge, ad avere la giornata lavorativa libera. Naturalmente non è obbligatorio usufruirne (che volontariato sarebbe se no?).

8) La colazione (ovviamente gratis)

Come abbiamo detto prima, durante la donazione si perdono energie e molti donatori, per una vecchia abitudine, vanno a donare a stomaco vuoto (oggi si può andare anche dopo aver fatto una colazione leggera).  Ecco quindi che l’AVIS, un po’ come Pavlov con il cane, rinforza il nostro comportamento altruistico offrendoci un buon servizio di ristoro presso il bar del plesso ospedaliero.

9) Migliorare il benessere mentale

Donare il sangue può anche migliorare la vostra salute emotiva. Secondo la Mental Health Foundation fare del bene agli altri fa bene anche alla nostra psiche. Tra i molti benefici emotivi ci sono:

  • Riduzione dello stress negativo;
  • Migliorare il benessere emotivo;
  • Minimizzazione dei pensieri e i sentimenti negativi;
  • Fornire un senso di appartenenza e ridurre i sentimenti di isolamento sociale.

10) Diventare un super eroe.

Sono o non sono dei super eroi coloro che salvano delle vite?

Ecco quindi che donando il sangue anche voi potrete definirvi tali. Ego a parte, ogni giorno in Italia servono circa 8000 sacche di sangue. Donando il proprio sangue si possono aiutare le persone che stanno combattendo il cancro, così come coloro che soffrono di un disturbo emorragico, anemia cronica e altre anomalie del sangue, nonché può fare la differenza per chi è in pericolo di vita in sala operatoria.

Donare il sangue dunque non solo vi aiuta a salvare vite umane, ma vi aiuta anche a rimanere fisicamente e mentalmente sani.

 

Per sapere se siete idonei a donare rivolgetevi alla sede AVIS più vicina (https://www.avis.it/sedi/sedi-sul-territorio/).

Per avere ulteriori informazioni chiamate il numero verde 800 261 580!

 

Ricordiamoci sempre che, una goccia di sangue è una boccata d’aria per chi soffre!

 

Bibliografia

Corti, M. C., Gaziano, M., & Hennekens, C. H. (1997). Iron status and risk of cardiovascular disease. Annals of epidemiology7(1), 62-68.

Kamhieh‐Milz, S., Kamhieh‐Milz, J., Tauchmann, Y., Ostermann, T., Shah, Y., Kalus, U., … & Michalsen, A. (2016). Regular blood donation may help in the management of hypertension: an observational study on 292 blood donors. Transfusion56(3), 637-644.

Kobayashi, M., Suhara, T., Baba, Y., Kawasaki, N. K., Higa, J. K., & Matsui, T. (2018). Pathological roles of iron in cardiovascular disease. Current drug targets19(9), 1068-1076.

Merk, K., Mattsson, B., Mattsson, A., Holm, G., Gullbring, B., & Björkholm, M. (1990). The incidence of cancer among blood donors. International journal of epidemiology19(3), 505-509.

Meyers, D. G., Strickland, D., Maloley, P. A., Seburg, J. K., Wilson, J. E., & McManus, B. F. (1997). Possible association of a reduction in cardiovascular events with blood donation. Heart78(2), 188-193.

Sameeya Furmeen, S., & Reddy, M. R. (2018). Factors influencing blood donation among the workers of a tertiary care hospital, Chitradurga: a comparative study. International Journal of Community Medicine and Public Health5(3), 1004.

Stevens, R. G., Graubard, B. I., Micozzi, M. S., Neriishi, K., & Blumberg, B. S. (2000). Moderate elevation of body iron level and increased risk of cancer occurrence and death. In Hepatitis B And The Prevention Of Primary Cancer Of The Liver: Selected Publications of Baruch S Blumberg (pp. 447-452).

Uche, E. I., Adediran, A., Damulak, O. D., Adeyemo, T. A., Akinbami, A. A., & Akanmu, A. S. (2013). Lipid profile of regular blood donors. Journal of blood medicine4, 39.

Wen, C. P., Lee, J. H., Tai, Y. P., Wen, C., Wu, S. B., Tsai, M. K., … & Wu, X. (2014). High serum iron is associated with increased cancer risk. Cancer research74(22), 6589-6597.

Le fobie: paurosi si nasce o si diventa?

Da sempre l’essere umano si è dovuto confrontare con il timore e la paura. La paura ci sorprende, mettendoci di fronte la nostra limitata capacità di controllo rispetto a ciò che ci circonda. Quando la paura nei confronti di un evento o stimolo si presenta come intensa, incontrollata, persistente e irrazionale, possiamo parlare di fobia. Chi soffre di una fobia riconosce che la propria paura sia sproporzionata ed eccessiva ma è altrettanto incapace di controllarla razionalmente.  

 

Le fobie…queste creative!

Le fobie possono riguardare la quasi totalità degli oggetti, situazioni, luoghi e animali con cui ci confrontiamo quotidianamente. Anche stimoli comuni, parte integrante della vita di tutti noi, rappresentano per alcuni delle vere e proprie fonti di terrore. Altre fobie invece sono così particolari da essere ritenute quasi un’invenzione giornalistica o televisiva. Qualche esempio? Si possono temere le persone calve (peladofobia) o con la barba (pogonofobia); si può aver paura dell’aglio (alliumfobia), di addormentarsi e non svegliarsi più (somnifobia); si possono temere i numeri (numerofobia), i colori (cromatofobia), le parole troppo lunghe, gli elementi raggruppati per 4, gli angoli, i tappi… Come si può facilmente intuire, l’elenco delle possibili fonti di paura è pressoché infinito e, come vedremo tra poco, è destinato ad aggiornarsi continuamente.

 

Le fobie… sono influenzate dalla cultura

Cambiamenti sociali

e culturali possono influenzare lo sviluppo delle fobie, contribuendo alla nascita di nuove forme fobiche e alla sostituzione di altre ormai ancestrali. A tal proposito possiamo dire che la paura dei serpenti è stata quasi totalmente soppiantata da quella dei piccioni, di fatto animali molto più comuni e diffusi. Inoltre, con lo sviluppo tecnologico, i dispositivi elettronici sono diventati parte integrante della nostra realtà lavorativa, personale e interpersonale: ed ecco che si sviluppa una nuova fobia, la nomofobia (no-mobile-phobia), ovvero la paura di rimanere senza cellulare ed essere esclusi dalla rete di comunicazione mobile.

 

La paura sana ci fa riconoscere un pericolo; la paura patologica ci rende schiavi 

Chi può dire di non avere mai avuto paura di un cane, del buio, di rimanere solo, del confronto o dei ladri? La paura è un’emozione primaria che ci permette di fronteggiare una situazione di pericolo, consentendoci di riconoscerlo e di affrontarlo. La paura ha assicurato e continua ad assicurare la sopravvivenza di molte specie, compresa quella umana. Può capitare però che la risposta di paura sia intensa, incontrollata, persistente, irrazionale e sproporzionata rispetto al reale pericolo. Immaginiamo una persona che ha paura dei cani; per il timore di incontrarli ed esserne aggredita, evita di andare a trovare l’amica che tanto vorrebbe vedere, di andare a passeggiare nei campi pur volendo mantenersi in forma,…. In questo caso si stanno orientando le scelte in base alla paura dei cani, limitando la propria quotidianità non a seconda di ciò che è utile o non utile fare o di ciò che si vuole o non si vuole fare ma in funzione di ciò che si sente di poter o non poter fare. Siamo all’interno di una gabbia costruita da limitazioni e precauzioni, gabbia destinata a diventare sempre più stringente e opprimente: le fobie tendono infatti a dilagare e ad appropriarsi della nostra vita, in un circolo vizioso fatto di rinunce e limitazioni che porta a nuove rinunce, sempre più frequenti e invalidanti.

 

… Chi è l’artefice delle nostre fobie? 

Ciò che conta quindi non è di che cosa io possa avere paura ma che cosa farò o eviterò di fare in virtù della percezione che ho di quella determinata realtà. In altre parole siamo noi, con le nostre reazioni, a trasformare una paura sana in una fobia. A questo punto la domanda sorge spontanea: che cosa ci impedisce di invertire il processo e trasformare una fobia in una paura sana? Ecco quindi che diviene fondamentale comprendere quali sono quelle azioni concrete che, se ripetute nel tempo, determinano lo sviluppo della forma fobica: in altre parole, dobbiamo identificare gli ingredienti alla base delle fobie. 

 

Gli ingredienti delle fobie 

Tipicamente le persone con una fobia tendono: 

  1. a parlare, con più o meno insistenza, dell’oggetto/situazione temuta 
  2. a chiedere aiuto e rassicurazione 
  3. a evitare l’oggetto temuto 

 

Proviamo ora ad analizzare questi comportamenti: 

  1. “Sai, io ho davvero paura dei topi. L’altro giorno mi è capitato di vederne uno in cantina e… bla bla bla…” Parlare del problema è un beneficio illusorio: se al momento parlarne crea un momentaneo benessere, a lungo termine ti viene confermato che, se ne parli, il problema esiste, è presente proprio perché l’altro ti ascolta. Inoltre la paura funziona così: più ne parli più aumenta. Ogni volta che parli di ciò che temi è come se tu stessi mettendo un fertilizzante speciale ad una pianta: la stai facendo crescere a dismisura. 
  2. “Per favore puoi andare tu a fare la spesa perché quel supermercato mi crea ansia…?” Ogni volta che chiediamo aiuto e lo otteniamo, riceviamo contemporaneamente due messaggi. Il primo, più immediato, è: “Ti voglio bene quindi ti aiuto e ti proteggo”. Il secondo messaggio, che è meno ovvio ma più forte e sottile, è: “Ti aiuto perché da solo non puoi farcela, perché se ti lasciassi da solo ti sentiresti male”… non è altro che una conferma della nostra incapacità. A lungo termine, delegare e chiedere rassicurazioni non fa altro che aumentare la nostra incapacità, sia percepita che effettiva.  
  3. “Possiamo evitare di prendere l’aereo e organizzare una vacanza qui vicino?”. L’evitamento genera uno stato di sollievo, sollievo che però è solamente momentaneo: ogni evitamento conferma la nostra incapacità nel fronteggiare l’oggetto temuto, rendendoci a poco a poco sempre meno capaci. “L’esperienza è la madre di ogni nostra certezza” e se accumuliamo esperienze fatte di rinunce e fallimenti, alla fine diventeremo persone fallimentari. Inoltre ogni evitamento ci mostra che la cosa che abbiamo evitato sarebbe stata davvero minacciosa e la volta dopo aumenterà la minacciosità. È una spirale che si autoalimenta e porta ad una paura sempre più grande, sempre più generalizzata. E’ come un virus che dilaga, virus che ci farà sentire e diventare persone incapaci.  

 

Questo non significa che da oggi non dobbiamo più parlare delle nostre preoccupazioni, non dobbiamo più chiedere aiuto agli altri, e abbiamo invece l’obbligo di confrontarci con ogni situazione possibile. Si tratta solo di considerare che non si nasce paurosi, indecisi, incapaci o insicuri ma lo si diventa nel tempo. Proprio come si impara a parlare, a camminare e a mangiare, si acquisiscono delle modalità di reazione che ci portano prima a comportarci come insicuri e incapaci e poi a diventarlo davvero.

Si diventa fobici ogni volta che si sceglie di evitare qualcosa di temibile, che si sceglie di delegare una questione spinosa, che si sceglie di chiedere aiuto e rassicurazione. Come sostiene Alessandro Salvini, psicologo contemporaneo, ognuno costruisce la propria realtà che poi subisce o gestisce.

 

FONTI E BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

https://www.psicologiacontemporanea.it/la-rivista/Fobie/

https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/cards/18-fobie-piu-assurde-cui-soffre-gente/cromatofobia_principale.shtml

Nardone, G. (2010). Paura, panico, fobie. Ponte alle Grazie

Nardone, G. (2012). Oltre i limiti della paura. Bur.

Dall’Agorà ai Social Media: Rischi ed Insidie

Articolo di Dott.sa Cosima Lanzilotti e Dott.sa Antonella Donato

In questo particolare momento storico che ci ha costretti ad una reclusione forzata, ad un isolamento spesso penoso la voglia di libertà e di condivisione ha spesso condotto i nostri pensieri e desideri verso quegli spazi en plein air, spazi di incontri e di scambio. 

Piazza d`Italia, 1913 de Giorgio De Chirico

Tra questi, la piazza, da sempre si configura come spazio comune e libero collegato all’immagine di gente riunita per ascoltare concerti, per manifestare, per condividere un momento di convivialità come l’aperitivo delle 18. E anche se oggi le nostre piazze somigliano più a quelle metafisiche, dipinte da De Chirico, con le ombre del tempo che si allungano come artigli, la loro funzione aggregativa resta. Lo sapevano bene i greci che chiamarono la piazza più importante delle loro città Agorà, dal verbo ageyro: raccogliere, riunire, il luogo di assemblee popolari. Il popolo si riuniva nell’agorà per partecipare alla vita politica, per pregare dèi ed eroi, per assistere a gare ginniche, ippiche e musicali, gli agoni, e per commerciare. Una comunità riunita non scambia soltanto merci, ma anche e soprattutto idee. Varrone (De lingua latina, libr. VI) nel cercare la radice di forum (la piazza centrale di tutte le città romane) la trova nel verbo ferre: portare, e aggiunge “quasi che così i romani designassero il luogo in cui portare le loro merci ma anche le loro controversie”. Nei fora romani infatti si svolgevano anche i processi giudiziari, uno dei più famosi è quello di Gesù di Nazareth. Un processo reso pubblico dà voce non solo alle autorità competenti ma a tutti i presenti che sono autorizzati a esprimere il proprio giudizio, senza freno alcuno e spesso senza competenza alcuna. I processi nei fora terminavano con la condanna che l’imputato, ormai giudicato colpevole, pagava nei confronti della sua comunità.

Con l’avvento dei social, si è assistito ad un’evoluzione di questo spazio fisico. Si è passati dall’Agorà a Piazza Maggiore dei Social Media. Un’immensa piazza fatta di tantissime altre piazzette e corti dove si intavolano dibattiti infiniti, si condivide il caffé pomeridiano, ci si arrabbia, ci si accusa, si leggono le news.

Piazze aperte 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e senza ZTL.  Puoi osservare in silenzio dalla tua finestra o prendere parte alla vita della piazza con qualche click. In questo periodo hanno quasi avuto una funzione terapeutica nel permetterci di seguire concerti online, di sentirci vicini pur essendo lontani. In un certo senso hanno cercato di garantire una continuità nelle abitudini, nella vita.  

Ed è facile scorgere che la differenza più grande tra il passato ed il presente è chiaramente nella portata incontrollata e a lunghissimo raggio delle ripercussioni di questi scambi. L’eco delle piazze non risuona più solo nei quattro cantoni della piazza, ma arriva dall’altra parte del pianeta in un click. 

 

E come già detto nelle piazze non vi è solo pacifica condivisione ma anche momenti di lotta e di accusa.

Quelli ora definiti come linciaggi mediatici, dove il malcapitato di turno è posto sotto accusa e pressione violenta da parte di chiunque senza alcuna misura restrittiva. Tra i più recenti, possiamo citare la liberazione di Silvia Romano. 

Vignetta liberamente adattata dalla vignetta di Luca Carnevale, pubblicata su Identità Insorgenti il 12 Marzo 2020

Questi linciaggi sono spesso il frutto di PseudoProcessi Mediatici approssimativi e veloci, scatenati e archiviati subito.

Le prove e le accuse altrettanto fugaci e inconsistenti. La solidità della loro struttura fatta di opinioni e sbalzi d’umore è paragonabile a quella dei castelli di sabbia. Nel caso di Silvia Romano, le accuse schiaccianti sarebbero state i soldi del riscatto, l’abito indossato, il sorriso troppo splendente, l’abbraccio senza mascherina, la conversione all’Islam.

Come spesso accadeva in passato, non è raro che le accuse partano non solo da opinioni personali ma anche da delazioni (denunciare segretamente) attuali incarnate nelle forme delle fake news. Messe in circolo da sciacalli delle penne oscure. Le penne, anzi le tastiere su cui scrivere sono armi potenti come coltelli e antiche guillotines. 

E il primo pericolo, tra i più insidiosi viene da noi stessi. Precisamente dalla fame cieca e non selettiva con cui vengono fagocitate le notizie. E proprio a proposito di questo The Science Post ha lanciato un esperimento semplice ma dalle conclusioni spiazzanti. Ha pubblicato un articolo che conteneva al suo interno solo dei  «lorem ipsum» delle bozze, degli appunti degli autori. Il titolo ironicamente era “Il 70 per cento degli utenti Facebook legge solo i titoli delle notizie scientifiche prima di commentarle”. 

Risultato: questo articolo è stato postato e condiviso migliaia di volte. La gente quindi attratta dalla golosità di quel titolo aveva condiviso l’eclatante notizia senza nemmeno leggerne il contenuto non rendendosi conto dello scherzetto fatto. 

Selezionare le informazioni veritiere è diventato sempre più difficile. E le trappole non vengono solo dalle manipolazioni del web ma da noi stessi e dalla nostra capacità di prestare attenzione. La grande quantità di materiale in circolazione, l’altissima frequenza di stimolazione non gioca di certo a nostro favore. 

Il rischio è che in questo magma indistinto di informazioni e stimoli non si riesca più a fare una attenta ed accurata selezione. Ritrovandoci ad essere catturati da qualsiasi stimolo faccia breccia in noi. Come il titolo interessante del giornale condiviso senza leggere nemmeno il contenuto. Sembrerebbe che basti farsi un’idea generale tanto s’è capito e condividere.

Questo quadro diventa ancor più complicato se pensiamo a come le emozioni spesso mal gestite e poco digerite intervengano in quei processi di selezione prima e di giudizio dell’informazione poi. La lava delle emozioni si riversa sulle nuove piazze bruciando tutto quello che incontra senza fare distinzione alcuna e spandendosi impetuosa e incandescente, quello che lascia dietro è terra arsa e giudizi lancinanti e pericolosi. 

Inoltre le pressioni sociali del momento storico giocano anch’esse a sfavore nel privilegiare come valori quelli  della velocità e della prestazione, bisogna essere sempre aggiornati, stare sul pezzo. Certamente questo ha un impatto importante su quello che deve essere un processo calmo di attenta selezione e discriminazione, di accurata analisi. 

In un clima psicologico di questo tipo è facile che una miccia faccia divampare incendi. Incendi di sfoghi, di insulti e di polemiche che oltre a non avere sempre delle solide fondamenta trovano spesso delle calamite umane, dei capri espiatori. 

La libertà di espressione è una cosa sacra e santa. Ma insieme a questa è necessario avere una consapevole responsabilità dei contenuti espressi e una cura delle modalità scelte.

Distinguere il suono in mezzo al rumore assordante non è sempre facile ed è anche cognitivamente faticoso. Motivo per cui alle risorse attentive e di memoria si aggiunge quella fondamentale della motivazione. Motivazione a comprendere, analizzare prima di emettere giudizi ed accuse pubblicamente. Perché come sappiamo non c’è più sordo di chi non vuol sentire e cieco di chi non vuol vedere. 

E per una volta non aspettatevi come risorsa quella della gettonatissima resilienza. Parola vietata dal Comune di Bugliano con tanto di multa da 25 euro. Scelta assolutamente anticostituzionale! Bisognerebbe scendere in piazza per manifestare contro questa decisione del sindaco Fabio Buggiani.  Bisogna solo trovare il paese ed il sindaco… 😉

Qualche consiglio per evitare di incappare in fake news e in giudizi troppo precoci: 

Verificare le fonti di lettura, la data ed i nomi (come nel caso di Bugliano anche un ripasso di geografia)

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