Musica e cervello: una stimolazione senza uguali

Precedentemente abbiamo visto come la musica, in particolare la musicoterapia, possa avere degli effetti benefici in persone anziane con decadimento cognitivo, per migliorarne la loro cognizione e tono dell’umore! (clicca Qui, per visualizzare l’articolo precedente).
Oggi invece vorrei parlarti un po’ più in generale di come la musica influenzi il nostro sistema cognitivo sia attraverso il suo semplice ascolto che nella sua pratica!

Sembra strano come alle volte dei semplici strumenti fatti di corde e piatti possano creare una vera e propria dimensione in cui la nostra mente possa rifugirsi. Una dimensione parallela in cui possiamo sentirci confortati, concentrati, in cui possiamo riassaporare vecchie emozioni o viverne delle nuove. Ma come mai il nostro legame con la musica è così forte? Come agisce nello specifico sulla nostra mente, e cos’altro può fare?

Per rispondere a tutte queste domande non basterebbe un libro, difatti dovete sapere che esiste un’intera branca della scienza che cerca di rispondere a tutte queste domande e più: la  Neuromusicologia.

Oggi vorrei provare a darti qualche utile informazione che magari potresti utilizzare per comprendere questa estatica interazione, e qualche piccolo consiglio su come usare la musica per migliorare il tuo benessere quotidiano e la tua performance lavorativa!

Musica e sistema cognitivo

L’ascolto della musica è in grado di influenzare diverse risposte fisiologiche nel nostro corpo e in particolorare si è riscontrato come essa attivi diverse aree del nostro cervello.

Nello specifico, l’ascolto musicale, non coinvolge solo le aree del nostro sistema uditivo ma attiva diverse reti neurali. In uno studio pubblicato sulla nota rivista scientifica NeuroImage, il team di ricerca guidato dal Dr. Vinoo Alluri dell’università dello Jyväskylä (Fillandia), ha registrato

tramite fMRI (risonananza magnetica funzionale, possiamo definirla come una “macchina fotografica” in grado di mostrare l’attiva cerebrale) come il nostro cervello si attivavi durante l’ascolto di un tango!
L’analisi dei dati ha rilevato che l’ascolto della musica, in particolare la sua valenza emozionale e ritmica, attivi le regioni motorie del nostro cervello andando a supportare l’idea che la musica e il movimento sono derettamente interconnesse; il sistema limbico e paralimbico, aree associate alle emozioni; e delle particolari reti neurali associate alla creatività!

Secondo alcuni ricercatori (Gaab 2005, Von Georgi et al. 2006), l’ascolto musicale è in grado di stimolare adeguatamente anche le aree corticali e sub-corticali dell’emisfero destro, responsabile della capacità olistica, connesse in modo diretto al sentimento e alla motivazione.

 

Musica e Biologia

Quindi ricapitolando, l’ascolto della musica permette l’attivazione di diverse aree del nostro cervello, ma allo stesso tempo è stato riscontrato che genera anche delle attivazioni/modificazioni a livello biologico!
Come molti amanti della musica già sanno, l’ascolto della musica può aiutare a migliorare il tono dell’umore tramite l’aumento del neurotrasmettitore Dopamina (comumente chiamato ormone della “felicità”, lo stesso che viene prodotto quando mangiamo la cioccolata)  e dei livelli dell’ormone Ossitocina (l’ormone “dell’Amore”). L’ascolto musicale aiuta a ridurre anche lo stress pecepito tramite la diminuzione dei livelli di cortisolo. Per questo quando vi sentite stressati o emotivamente instabili l’ascolto della musica può essere di benefico, in quanto vi permette di aiutare il vostro corpo a regolare i livelli di questi ormoni.

L’ascolto della musica ha anche delle influenze a livello della percezione del dolore, questo dato è supportato dal fatto che l’ascolto musicale agisce su una parte del cervello, il Nucleo Accumbens, che è la stessa su cui agisce la morfina (Jeffries, Neuroreport 2003). In più, l’ascolto attivo della musica (cioè quando vi prestiamo diretta attenzione) può favorire la regolazione di ACTH (ormone legato alla produzione di cortisolo) e della prolattina, ormone coinvolto nella stimolazione della lattazione in donne incinte!

 

Consigli per l’uso!

Il mio consiglio per questa settimana è quindi quello di creare degli spazi nella vostra settimana in cui possiate sedervi su un comodo divano o sdraiarvi sul letto e semplicemente ascoltare della musica. Esplorando nuovi brani, generi e ritmi! Poi se avete la possibilità di ascoltare dei concerti dal vivo, meglio ancora! Sappiate che andare a sentire concerti almeno una volta ogni 2/3mesi aiuta ad incrementare la vostra riserva cognitiva! Che scopriremo più avanti cosa sia! 😉

Anthony

 

BIBLIOGRAFIA

Csikszentmihalyi, M., (1990). “Flow: The Psychology of Optimal Experience.” New York: Harper and Row.

Evers, S., & Suhr, B. (2000). Changes of the neurotransmitter serotonin but not of hormones during short time music perception. European archives of psychiatry and clinical neuroscience250(3), 144-147.

Franco, F., Swaine, J. S., Israni, S., Zaborowska, K. A., Kaloko, F., Kesavarajan, I., & Majek, J. A. (2014). Affect-matching music improves cognitive performance in adults and young children for both positive and negative emotions. Psychology of Music42(6), 869-887.

Ferrari , Carlotti S, Addessi A., Pachet F. (2004). “Suonare con il Continuator è un esperienza ottimale?”. In M. Biasutti, “Proceedings if International Symposium on Psychology and Music Education”, Padova.

Gaab, N., Tallal, P., Kim, H., Lakshminarayanan, K., Archie, J. J., Glover, G. H., & Gabrieli, J. D. E. (2005). Neural correlates of rapid spectrotemporal processing in musicians and nonmusicians. Annals of the New York Academy of Sciences1060(1), 82-88.

Lesiuk, T. (2005). The effect of music listening on work performance. Psychology of music33(2), 173-191.

Vinoo Alluri, Petri Toiviainen, Iiro P. Jääskeläinen, Enrico Glerean, Mikko Sams, Elvira Brattico. Large-scale brain networks emerge from dynamic processing of musical timbre, key and rhythm. NeuroImage, 2011; DOI: 10.1016/j.neuroimage.2011.11.019

Von Georgi, R., Grant, P., von Georgi, S., & Gebhardt, S. (2006). Personality, emotion and the use of music in everyday life: Measurement, theory and neurophysiological aspects of a missing link. Tönning, Lübeck, Marburg: Der Andere Verlag.

 

 

 

La comunicazione non verbale

Immagina di presentarti ad un colloquio di lavoro. Finalmente è il tuo turno, ti dirigi verso l’interlocutore con la testa protesa in avanti, quasi nascosta tra le spalle, la schiena leggermente curva, l’incedere incerto. Sei teso perché hai proprio bisogno di quell’impiego. Nel tuo stato di attivazione fisiologica stai sudando e il cuore galoppa, ma le mani sono fredde. Te ne accorgi solamente quando l’interlocutore ti offre la sua mano bollente, ed impiega qualche frazione di secondo prima di lasciare la presa. Accenni ad un sorriso. Ti siedi su una sedia minuscola, davanti a te, dietro la scrivania, il selezionatore ti guarda dall’alto verso il basso, comodo nel suo trono in similpelle, con lo schienale auto-reclinante. Le uniche parole pronunciate fino a quel momento sono “buongiorno” e “salve”, eppure nei primi 5-10 secondi il tuo interlocutore, più o meno consapevolmente, ha già espresso un giudizio su di te, che condizionerà inevitabilmente tutto il resto della conversazione.

Immagina ora di entrare nella medesima stanza con una postura eretta ma rilassata, l’incedere sicuro, né troppo rapido né troppo lento, lo sguardo orizzontale che danza dolcemente tra gli occhi del tuo interlocutore e l’ambiente circostante. Il volto è disteso e sorridente mentre stringete le mani, poi si ricompone, pronto per questa conversazione importante. La sedia è sempre piccola, ma la postura degli arti inferiori sembra quasi dare una spinta verso l’alto a tutto il corpo. Le uniche parole pronunciate fino a quel momento sono “buongiorno” e “salve”, eppure nei primi 5-10 secondi il tuo interlocutore, più o meno consapevolmente, ha già espresso un giudizio su di te, che condizionerà inevitabilmente tutto il resto della conversazione.

Come abbiamo visto nel precedente articolo vi sono tre modalità che interagiscono e si completano durante una comunicazione tra esseri umani: verbale, para-verbale e non-verbale (CNV). La CNV è la modalità che trasmette i contenuti in modo più forte ed immediato (nel senso di non-mediato dalle parole). Le informazioni sensoriali non verbali vengono elaborate in modo estremamente rapido dalle strutture cerebrali profonde alla base del cervello (es. nuclei del talamo) prima di essere inviate alla corteccia. Il cervello antico funziona in modo rapido, on/off, acceso/spento, attivo/disattivo, ed invia segnali neurali all’ipotalamo, il quale stimola l’ipofisi, che regola la produzione degli ormoni rilasciati poi in tutto l’organismo. La corteccia frontale (e in parte temporale), responsabile tra le altre cose della comprensione e produzione linguistica e del pensiero astratto razionale, è in comparazione molto più lenta. Essa può certamente influire sull’elaborazione sensoriale-percettiva di base, regolandola attraverso meccanismi di retroazione (feedback), ma sappiamo che tale attivazione corticale è spesso insufficiente ad estinguere una risposta sottocorticale. Ad esempio una persona che soffre di aracnofobia, di fronte alla percezione sensoriale della presenza di un ragno, scapperà a gambe levate urlando (risposta neuro-endocrina-muscolare), nonostante la sua parte razionale gli suggerisca che “tanto è solo un ragnetto“. Insomma, per riassumere, il cervello che osserva è più rapido ed influenzabile del cervello che pensa.

Perché la comunicazione non verbale è importante?

Tutto comunica qualcosa, anche il silenzio inerte. Come ci ricorda Paul Watzlawick è impossibile non comunicare. Pertanto è fondamentale saper usare bene il corpo per migliorare l’efficacia della comunicazione. Prima di interagire con altre persone dovremmo soffermarci per breve tempo a valutare il nostro stato emotivo. Come mi sento? In me predominano sensazioni di impazienza, rabbia, ansia o risentimento? Ognuna di tali emozioni infatti influisce direttamente sul nostro modo di porci rispetto al prossimo e può dare origine a involontarie fughe di informazioni attraverso il linguaggio non verbale, a loro volta causa di problemi nelle relazioni interpersonali, di qualsiasi genere esse siano.

Sappiamo anche dalle neuroscienze che le abitudini non verbali influiscono sui tratti emotivi di base. Questo significa che il corpo influenza la mente, non solo viceversa. A lungo andare, educare il corpo ad un certo tipo di movimenti e gesti finisce per influenzare lo stato mentale ed emotivo. Si badi bene che questo vale sia nel bene che nel male.

Comunicare bene con tutto il corpo quindi facilita le relazioni interpersonali e modifica il nostro stato mentale. Tuttavia è questa un’arte che non si impara in un batter d’occhio semplicemente studiando sui libri. Richiede dedizione, esercizio, fallimenti e successi. La cosa bella è che in questo viaggio di apprendimento finiamo per conoscerci meglio, ascoltarci, amarci e rispettarci di più.

Quali sono gli indicatori non verbali?

Come riporta Michael Argyle nel suo famoso seppur datato studio sulla comunicazione (Il corpo e il suo linguaggio – seconda edizione, Zanichelli 1992), vi sono diversi indicatori da considerare quando analizziamo una comunicazione dal punto di vista non verbale. Ecco una piccola lista per gli amanti degli elenchi puntati:

  • Mimica facciale (espressione del volto)
  • Postura
  • Prossemica (vicinanza o lontananza, spazio occupato)
  • Contatto Oculare
  • Movimenti degli arti (gesti)
  • Il toccare e il contatto corporeo
  • Abiti ed aspetto esteriore (modo di vestire, trucco, capelli, odore)

Poiché è difficile cogliere contemporaneamente tutti gli aspetti sopracitati, è molto utile utilizzare dei riduttori di complessità, ossia cercare di percepire di pancia soltanto 2 indicatori di massima:

  1. serenità vs disagio (o ansia)
  2. chiusura vs apertura

Queste due dimensioni possono orientare la nostra percezione nei confronti di chi abbiamo di fronte. Attenzione! Il modo in cui noi reagiamo alla posizione non verbale dell’interlocutore spesso sfugge al nostro controllo, e finiamo per emettere noi stessi dei segnali che hanno talvolta un effetto di rinforzo retroattivo: ecco perché una persona ci sta sempre più antipatica ogni volta che la incontriamo e conversiamo.

Concludiamo questo articolo con due semplicissimi esercizi che possono iniziare a farci addentrare nel mondo affascinante della comunicazione non verbale

Esercizio n° 1 

Allenati a guardare (in TV o su internet) dei videoclip senza audio. Abbassa a zero il volume del dispositivo ed osserva attentamente gli indicatori della simpatica lista precedente. Ti stupirai nel constatare quanti dettagli sarai in grado di cogliere una volta che la parte verbale smette di disturbare.

Esercizio n° 2

Racconta ad un amico le tue ultime ferie oppure un’esperienza particolare vissuta in vacanza, una gita…L’altro ti deve ascoltare e/o rispondere con gesti, espressioni facciali e linguaggio del corpo adeguate oppure non adeguate. Come ti senti? Che sensazione provi? Fate poi cambio e mettiti nei panni dell’ascoltatore.

 

 

Quanti cervelli abbiamo? Antico e Nuovo

Nella prima parte dell’articolo abbiamo visto che il nostro telencefalo è diviso in due parti, due veri e propri cervelli separati anche se strettamente interconnessi. [Bonus: sapevi che il corpo calloso che li collega è molto più sviluppato nelle donne? Questo sembrerebbe favorire le facoltà verbali e di multitasking femminili]. Ma oggi vedremo le cose da un altro punto di vista, non più destro-sinistro, ma interno-esterno, ovvero dal basso verso l’alto. All’interno del telencefalo infatti, al centro della testa, si trovano delle strutture che dal punto di vista evoluzionistico sono più antiche e simili al cervello animale.

Il tronco encefalico, formato da midollo allungato, ponte e mesencefalo e posto sulla sommità della colonna vertebrale, sottende alle funzioni vitali di base come la respirazione, la salivazione, la capacità di deglutire, etc. In questa zona si trovano anche le decussazioni, ovvero degli “incroci” in cui la maggior parte dei fasci nervosi provenienti da un lato del corpo passa dal lato opposto prima di salire alla parte alta del cervello. Ecco perché è l’emisfero sinistro che controlla la parte destra del corpo e viceversa.

Il diencefalo è formato dal talamo e dall’ipotalamo. Il primo è una specie di stazione relè che processa le informazioni sensoriali, risponde “si” o “no” (modalità acceso o spento) ed invia il risultato alle strutture superiori del telencefalo che si occuperanno ad esempio di muovere il corpo  per reagire agli stimoli ambientali. Il secondo agisce sul sistema nervoso autonomo (riflessi, movimenti dei visceri, ritmo sonno-veglia, temperatura corporea, appetito) e sul sistema endocrino innervando l’ipofisi, una neuro-ghiandola che trasforma importanti informazioni nervose in messaggi ormonali che raggiungeranno poi le altre ghiandole endocrine.

Il telencefalo, come abbiamo già visto, costituisce la parte superiore del cervello. Esso stesso è formato da una parte più interna e da una più esterna dello spessore di 2-4 mm, evolutivamente più recente, detta corteccia cerebrale che, oltre a processare le informazioni sensoriali e motorie, ci permette ad esempio di sviluppare il pensiero astratto, il problem solving e la meta-cognizione, ossia la consapevolezza dei processi cognitivi in corso.

Quanti cervelli abbiamo quindi?

Da questo punto di vista per così dire verticale, possiamo dire di possedere 2 cervelli, uno più antico al centro, detto anche paleoencefalo, ed uno più recente più esterno.

Conoscere questa distinzione è estremamente importante in tantissimi campi applicativi che hanno a che fare con le neuroscienze: dal marketing alla psicologia clinica, dalla neurologia alla mistica, dall’arte alla performance sportiva. Le informazioni emotive infatti sono processate in modo rapidissimo e subconscio dal paleoencefalo, prima di raggiungere la corteccia cerebrale, sede del pensiero razionale. Per questo motivo alcune musiche ci piacciono più di altre, alcune persone ci piacciono “a pelle” più di altre, alcune automobili ci piacciono più di altre, a prescindere da quello che ci raccontiamo poi razionalmente. La corteccia cerebrale poi, a sua volta, invia informazioni regolatorie ai centri paleoencefalici, creando negli anni determinate preferenze conscie, ovvero quei “gusti” che abbiamo. Così finiremo per amare il jazz piuttosto che il blues, il cabernet piuttosto che il prosecco, Caravaggio piuttosto che Van Gogh, Apple piuttosto che Samsung, il Milan piuttosto che la Juve, la montagna piuttosto che il maree così via…

Quando siamo pronti ad identificarci ed etichettarci  come italiani o stranieri, come di destra o di sinistra, come laziali o romanisti, come atei credenti, non dovremmo mai dimenticare che tutto è iniziato anni ed anni prima a livello emotivo ed inconsapevole, e che il nostro paleonecefalo, votato alla sopravvivenza, continuerà a darci le sue informazioni, che ci piaccia o no.

Quanti cervelli abbiamo? Destra e Sinistra

Se tralasciamo qui la suggestiva intuizione dei tempi recenti che vorrebbe paragonare l’intestino ad un secondo cervello e ci concentriamo invece su quello che nei libri di anatomia viene propriamente definito come Encefalo, possiamo affermare con un certo grado di sicurezza che il cervello è soltanto uno, quello contenuto nella scatola cranica e che è separato dal midollo spinale da un piano immaginario convenzionalmente posto al di sotto della decussazione delle piramidi (grazie Wikipedia!).

Della macrostruttura dell’encefalo si conosce quasi tutto da decenni, per non dire secoli. La microstruttura e la funzionalità d’altro canto sono estremamente complesse, e anche se gli studi di neuroimmagine hanno contribuito in maniera decisiva ad aumentarne la conoscenza, molti sono ancora i misteri irrisolti sulla comunicazione tra le varie aree cerebrali e tra le cellule non neuronali. Ma veniamo al titolo: quanti cervelli abbiamo? Le risposte sono diverse, a seconda del punto di vista da cui osserviamo.

Il cervello destro e il cervello sinistro

Immaginiamo di avere a disposizione un manichino esattamente identico ad un essere umano e di voler esaminare il contenuto della testa. Sotto all’osso del cranio, una volta tolto un tessuto protettivo formato da tre membrane, ci imbatteremmo in una struttura di poco meno di 1 kg e mezzo, suddivisa in due aree simmetriche denominate emisferi la cui superficie è costituita da numerose circonvoluzioni, come mostra l’immagine a lato. Questa struttura è detta Telencefalo. Alla sua base troviamo esternamente una struttura più piccola chiamata Cervelletto, in corrispondenza della nuca. Non parleremo del cervelletto in questo articolo, ci accontenteremo di sapere che tra le sue funzioni più conosciute troviamo l’equilibrio posturale, la coordinazione motoria ed alcuni aspetti cognitivi legati all’attenzione e all’apprendimento.

La prima possibile risposta alla domanda “Quanti cervelli abbiamo?” è quindi DUE (tre se contiamo il cervelletto). Comunemente nei siti web e nei libri divulgativi sentiamo parlare di emisfero destro e di emisfero sinistro, e delle incredibili differenze tra i due. In questo senso, come possiamo affermare di avere due occhi, due narici, due mani e due gambe, è altrettanto possibile dire che abbiamo appunto due cervelli: uno destro ed uno sinistro che, certo, comunicano tra loro, ma in alcuni casi sottendono a funzioni diverse se non addirittura opposte. Il cervello sinistro codifica la maggior parte delle informazioni verbali sia legate alla comprensione che alla produzione del linguaggio, è implicato nell’apprendimento dell’aritmetica, percepisce ed elabora le informazioni in modo analitico. Il cervello destro è invece abituato a processare le informazioni in modo sintetico, con una visione globale, e predilige i compiti di orientamento nello spazio. In un certo senso è più sensibile alle informazioni fisiche dell’ambiente a 360°, laddove invece il sinistro, soprattutto nella zona fronte-temporale, tende ad essere più deputato ad operazioni astratte. Quando impariamo le tabelline, quando ascoltiamo una conversazione, quando stiliamo un preventivo, quando portiamo alla memoria categorie simboliche come il concetto di “gatto” stiamo attivando maggiormente le regioni frontali e temporali dell’emisfero sinistro. Il destro continua a funzionare per raccogliere informazioni sensoriali ed ambientali, ma l’attivazione è prevalentemente a sinistra. Quando invece ascoltiamo per la prima volta una canzone strumentale, oppure quando dipingiamo o ci immergiamo in un tramonto, si attiva l’emisfero destro. Entrambi gli emisferi codificano contemporaneamente le informazioni provenienti dai sensi ed inviano ai muscoli i comandi motori. Inoltre si scambiano informazioni attraverso il corpo calloso, un insieme di fasci al centro tra i due emisferi.

Concludiamo questa prima parte di viaggio alla scoperta del cervello con questo video pazzesco di 18 minuti (in inglese, sottotitolato in italiano) in cui una neuroscienziata racconta cos’ha provato quando il suo cervello sinistro si è spento a causa di un ictus, lasciando attivo soltanto il destro, fino al ricovero in ospedale e alla riabilitazione durata mesi e mesi.

ADHD e le aree esecutive della corteccia frontale

Che cos’è l’ADHD?

L’ADHD è definito come disturbo da deficit di attenzione e iperattività ed è diagnosticato secondo una di queste tipologie

• Tipo inattentivo
• Tipo iperattivo/impulsivo
• Tipo combinato

La diagnosi di basa sui sintomi che si sono presentati negli ultimi 6 mesi, ma non esiste un test di laboratorio per diagnosticare l’ADHD. La diagnosi prevede infatti la raccolta di informazioni da parte di genitori, insegnanti e altri, attraverso il riempimento di particolari check-list ed una valutazione medica (compresi test della vista e dell’udito) per escludere altre patologie mediche. I sintomi non sono il risultato di deficit od ostilità o incapacità di comprendere un compito o le istruzioni.

Gli scienziati non hanno ancora individuato le cause specifiche dell’ADHD. Ci sono evidenze che aspetti genetici contribuiscano all’ADHD.  Ad esempio, 3 bambini su 4 con l’ADHD hanno un parente con lo stesso disordine. Altri fattori che sembra potrebbero contribuire allo sviluppo dell’ADHD sono: la nascita prematura, danni neurologici e la madre che fuma, beve o attraversa uno stress intenso durante la gravidanza.

Dal punto di vista delle neuroscienze, l’ADHD è un disordine dovuto ad alterazioni funzionali (non strutturali) di specifiche regioni del Sistema Nervoso Centrale (SNC), in particolare dei gruppi di neuroni coinvolti nei processi di inibizione e autocontrollo (corteccia prefrontale e gangli basali); tale disturbo neurobiologico si manifesta nell’alterazione dell’elaborazione delle risposte agli stimoli esterni.

Le funzioni esecutive della corteccia frontale

Il colore rosso indica una MINORE ATTIVAZIONE, ovvero una prevalenza di tracciato theta anziché beta o gamma nell’EEG

La corteccia frontale non si occupa di elaborare primariamente le informazioni provenienti dai recettori sensoriali, ma regola le FUNZIONI ESECUTIVE ossia quelle capacità tipicamente umane di manipolare e riorganizzare le informazioni per risolvere problemi e migliorare la risposta adattiva agli stimoli ambientali.

L’ADHD non è un disturbo dell’attenzione, ma dell’autoregolazione (anche se comporta di conseguenza un deficit di attenzione).

Vanno considerate 6 abilità mentali fondamentali che nell’ADHD sono compromesse (funzioni esecutive della corteccia prefrontale).

  1. Consapevolezza di sé
  2. Inibizione
  3. Memoria di lavoro
  4. Auto-motivazione
  5. Regolazione delle emozioni
  6. Pianificazione e problemsolving
Di seguito esamineremo una ad una le 6 funzioni compromesse con alcuni consigli utili, principalmente per gli insegnanti ed educatori,  su come affrontare le conseguenti difficoltà.

Consapevolezza di sé

L’ADHD interferisce con la consapevolezza di sé e delle proprie azioni. Occorre allenare i ragazzi ad essere più consapevoli di quello che fanno: ad esempio possiamo fermarli e chiedergli di descrivere ciò che stanno facendo. È possibile anche filmarli (attenzione alla privacy), soprattutto quando si comportano bene,  e mostrare loro il video. (Videotape self-modeling). Questa tecnica è già usata con successo nello spettro dell’autismo. Si può anche riempire una tabella indicando 5-6 comportamenti di cui volete che siano consapevoli, e dare loro la possibilità di auto-valutarsi alla fine di ogni lezione attribuendosi un punteggio.

Inibizione

L’inibizioneè la capacità di fermarsi e pensare prima di agire, ovvero la capacità della parte anteriore del cervello di mediare la risposta (altrimenti “im-mediata”) del sistema motorio alla stimolazione sensoriale. Si possono concordare delle tecniche per “fermarsi”, ignote agli altri compagni di classe, ad esempio utilizzando una graffetta, il picchiettio di un dito…ovviamente lo studente deve essere collaborativo, cosa che non sempre accade.Oppure si possono utilizzare delle parole magiche, come ad esempio “tartaruga”. Quando dico “tartaruga” lo studente si comporta come una tartaruga, si deve sedere a braccia e gambe rannicchiate e deve iniziare a guardarsi attorno (più adatto alla scuola primaria).

La memoria di lavoro (MdL)

La memoria di lavoro è una funzione esecutiva del cervello frontale che permette di mantenere “pronte” alcune informazioni rilevanti per il compito che sto svolgendo.  Ti ricorda:

  • Che cosa stai facendo
  • Quali step devi affrontare
  • Se li stai facendo
I ragazzi ADHD non riescono a tenere in mente le cose che devono fare, e quindi fanno letteralmente quello che gli capita. La MdL trattiene una RAPPRESENTAZIONE MENTALE che gli ADHD non sono in grado di avere né di mantenere. Con un ADHD le rappresentazioni mentali NON FUNZIONANO. Inutile usarle. Ecco perché durante le verifiche, anche con lo schema stampato davanti, spesso hanno difficoltà a trovare la risposta giusta. Occorre quindi utilizzare strumenti che “scarichino” su un dispositivo fisico la loro MdL. È stato dimostrato che supporti tecnologici come memo vocali e applicazioni dei tablet non funzionano, perché non vengono usate o vengono comunque smarrite.

La carta è sempre migliore.

Strumenti potenzialmente utili: carte (es. da gioco), liste su fogli di carta, segnali, qualsiasi cosa che abbia una consistenza fisica che li aiuti a ricordare quello che deve essere fatto. Occorre registrare quindi le informazioni da qualche parte, in un luogo fisico che sia di supporto (sostitutivo) alla rappresentazione mentale che non sono in grado di creare.

Auto-motivazione

Quando fanno qualcosa di bello (film, videogiochi, attività di loro interesse) non hanno problemi di alcun tipo, a dimostrazione che l’ADHD non è un deficit primariamente attentivo. Di fronte ad un compito noioso (per loro, ma anche per i compagni) non sono in grado di motivarsi a svolgerlo. I compagni fanno un sacco di cose che non vorrebbero fare, motivandole con una soddisfazione futura (voto, gratificazione dei genitori…).  I ragazzi ADHD si rifiutano di fare perché non sono in grado di motivarsi, di orientare l’azione al raggiungimento di un obiettivo, e in questo NON HANNO SCELTA, semplicemente NON CE LA FANNO. Per dare loro una motivazione occorre utilizzare qualcosa di REALE, di concreto, dei premi fisici che li motivino a fare cose che altrimenti non sono in grado di motivarsi a fare. Se l’ambiente non fornisce (spontaneamente o meno) dei rinforzi, il comportamento non accade.

Esempio di premi:

  • Uscire per una corsetta all’aperto
  • Prendere una cioccolata o un dolcetto
  • Utilizzare particolare strumentazione nei laboratori, etc…

Regolazione delle emozioni

Gli ADHD non riescono ad inibire forti emozioni, o comunque non a lungo. Non riescono a moderarle.  Spesso le emozioni sono troppo forti ed inappropriate. Occorre trovare un sistema per renderli più consapevoli e per inibire le emozioni eccessive (Terapia Razionale Emotiva, filastrocche…). Se ciò non risultasse efficace, si può prevedere un angolo tranquillo dove possono calmarsi da soli ed esprimere le emozioni liberamente (buttare fuori, sbollire). Anche in questo caso può essere molto utile filmarli per 20-30 secondi e poi mostrare loro come sono stati “bravi” a calmarsi. Questo allena parallelamente anche la prima funzione esecutiva che abbiamo visto, ovvero la consapevolezza di sé

Pianificazione e problem-solving

I ragazzi ADHD hanno difficoltà anche a manipolare le poche informazioni che riescono a trattenere nella MdL I cuccioli umani impiegano più di 10-12 anni per sviluppare il sistema nervoso centrale, a differenza degli altri animali. Durante questi anni, attraverso il gioco mentale coordinano le funzioni motorie con lo sviluppo delle abilità strategiche e di rappresentazione mentale astratta. Occorre sfruttare questo stesso principio di “apprendimento” attraverso il gioco. Quando c’è un problema di matematica bisogna renderlo più fisico che mentale, utilizzando ad esempio:

  • Biglie
  • Tavole numeriche
  • Abaco
  • Calcolatrice

Un compito affrontato in modo solo mentale sarà probabilmente fallito.

In sintesi

L’ADHD è un disturbo neurologico dello sviluppo e va inteso come una vera e propria disabilità. Il principio fondamentale da utilizzare è quello che già spontaneamente utilizziamo con qualsiasi tipo di disabilità, ovvero la COMPASSIONE, il non-giudizio, anche laddove è molto facile perdere la pazienza (sia per gli insegnanti, sia per i compagni).

Per altre forme di disabilità si costruiscono rampe, si prevedono agevolazioni di vario genere. Questo non toglie valore a nessuno, non rende meno importante una persona, anzi le fornisce strumenti e strategie alternative in un percorso di vita già difficoltoso.