Il paradosso moderno della rabbia

Basta aprire un quotidiano, ascoltare un telegiornale o scrollare la bacheca dei propri social network, per rendersi immediatamente conto che il sentire dell’uomo contemporaneo è permeato sempre più da emozioni di risentimento, frustrazione e rabbia. Questa emozione, antica quanto la vita stessa, ha assunto un ruolo centrale nella comunicazione moderna, e come un virus (per non dire il virus) si propaga da un individuo all’altro, di comunità in comunità, come risposta primaria e apparentemente indiscussa che abbiamo scelto per affrontare “ciò che non va”. Ma la stiamo usando bene, questa rabbia?

Per rispondere sono costretta un fare un passo indietro e mi dovete permettere una breve lezio su che cosa sia poi, alla fine dei conti, tale emozione. Meglio ancora, su quale sia la sua funzione.

Da Darwin in poi sappiamo che tutti i fenomeni naturali esistono in quanto utili alla sopravvivenza della specie e che, altrimenti, vanno incontro all’estinzione. Le emozioni non fanno eccezione, in particolare quelle primordiali e universali di cui la rabbia fa parte. Essa infatti è annoverata tra quelle che in gergo psicologico vengono chiamate le “emozioni primarie”, quei moti interiori che rientrano nel bagaglio psico-fisiologico di tutti gli individui dalla nascita, a prescindere dalle caratteristiche personali e dal contesto familiare o culturale. Esse sono, tra l’altro, presenti anche nelle altre specie animali.

La prima realtà di cui prendere atto è perciò questa: arrabbiarsi è assolutamente naturale; anzi sarebbe anormale, per non dire patologico, il contrario. Secondo punto importante da considerare è che la funzione evoluzionistica della rabbia è il cambiamento e gli esperti su questo sono allineati. Ci arrabbiamo quando percepiamo qualcosa di scorretto che richiede un intervento e il nostro organismo si accende, preparandosi a (re)agire: aumenta il battito cardiaco, pulsa più sangue nella periferia del corpo, aumenta la tensione muscolare e la sudorazione, e così via.

Quante cose non si sarebbero evolute nella società senza la rabbia? Con ogni probabilità vi sarebbe ancora la schiavitù, magari le donne tuttora non potrebbero votare o, più in generale, il concetto stesso di “diritto” avrebbe un significato completamente diverso. Semplicemente, sarebbe un altro mondo.

La rabbia ci fa pensare “così non va, le cose devono cambiare!” e, a differenza di altre emozioni, ci attiva, ci fornisce l’energia fisica e psicologica per intervenire di conseguenza.

Oggi giorno, però, quanti di noi sanno quali siano le funzioni delle proprie emozioni? Queste cose purtroppo non ce le insegna più nessuno, abbiamo smesso di considerarle importarti e l’analfabetismo emotivo che ne è derivato nella società, in particolare in quella occidentale (dobbiamo nostro malgrado ammetterlo), ha portato ad una rivoluzione dell’uso e del significato della rabbia, sempre più frequentemente fine a sé stessa. Mi spiego: arrabbiarsi, infuriarsi, dichiarare il proprio disappunto oggi giorno sembra bastarci: “la situazione non mi sta bene e mi sono arrabbiato, che altro dovevo fare?”, “ho scritto un post su Facebook, che altro dovevo fare?”, “ho imprecato e me ne sono andato sbattendo la porta, che altro dovevo fare?”. La rabbia diventa l’alibi per non aggiungere altro, per sentirsi soddisfatti del proprio comportamento, per mettere a posto la coscienza illudendosi di aver fatto la propria parte. Ci siamo dimenticati che, invece, nasce in quanto strumento. Sarebbe come dire, perdonate la banalità dell’esempio, che se devo appendere un quadro al muro mi accontento di prendere il martello in mano per poi riappoggiarlo nella cassetta degli attrezzi. Stiamo generando un paradosso psicologico: ci arrabbiamo per mantenere lo status quo, anziché per alterarlo.

Chi fa il mio mestiere incontra tutti i giorni i risultati di tale “inversione di tendenza”, accorgendosi che ne paghiamo il prezzo. Il nostro corpo infatti continua a fare ciò che ha sempre fatto e quando ci arrabbiamo, si attiva. Ma se non mettiamo in campo nulla per contribuire al cambiamento, l’energia rimane inespressa e così si trasforma. La rabbia da antidoto diventa veleno, e corrode: perché da qualche parte quell’energia deve pure andare e se non la veicoliamo verso il cambiamento, assume le sembianze dell’aggressività, scatenandosi contro gli altri, oppure della lamentela nichilista, generando ansia e depressione. Se non esplodiamo, implodiamo.

Ora, per non incorrere io medesima nell’errore di parlare solo di tutto ciò che non va, lasciando a bocca asciutta i più audaci, vi racconto come possiamo riappropriarci della rabbia nella sua versione originaria, sana e funzionale.

PRIMO PASSO: RICONOSCERLA

Erica, 34 anni

“Dott.ssa ieri ho pianto tutto il giorno”

“Che cosa ti ha fatto piangere, Erica?”

“Alla fine ho preso coraggio e la settimana scorsa ho detto a Valerio come mi sento rispetto al fatto che lui ha vent’anni anni in più di me. Gli ho detto che la nostra differenza di età mi spaventa per il futuro. Lui se l’è presa, dice che l’età non conta ed è solo un numero, che è un problema mio.”

“E come ti sei sentita quando ti ha detto questo?”

“No ma aspetta, non è finita qui. Poi io gli ho detto che penso invece che lo dovremmo affrontare insieme, ma lui non capisce. Abbiamo litigato e ora mi ha bloccato da tutte le parti.”

“Ti ha bloccato?”

“Sì è da cinque giorni che è sparito, non posso contattarlo da nessuna parte e io non so che cosa devo fare.”

“Prima ancora di capire cosa fare, Erica, mi racconti come ti senti?”

“Male”

“Che tipo di male senti?”

“Non lo so. Vorrei sapere che cosa devo fare: non so se andare a casa sua per chiedergli scusa,  aspettare che si rifaccia vivo, chiamare sua sorella per sapere se sa qualche cosa che io non so…”

“Sai, cercare di capire cosa fare senza sapere come ci si sente, è un po’ come guidare senza conoscere la segnaletica stradale.”

“Mi sento sempre agitata, piango perché non posso farci niente. Mi ha bloccata! Ti rendi conto? Meno male che dovrebbe essere lui quello maturo!”

“Capisco la frustrazione. Cosa vorresti fare, se potessi contattarlo?”

“Parlargli, dirgli che sbaglia a comportarsi così, che è un cretino!”

“Ti senti arrabbiata?”

“Sì, esatto, sono arrabbiata. Lo vorrei mandare a quel paese e invece non posso nemmeno parlargli, perché ha interrotto qualsiasi comunicazione, come se avessi sbagliato io.”

“Quindi, per cosa vorresti chiedergli scusa?”

“Chiedergli scusa?”

“Sì, prima dicevi che non sai se chiedergli scusa. Ma è così che ti senti?”

“In effetti proprio no.”

 Alla fine Valerio ricomparse qualche giorno dopo, dicendo di aver avuto bisogno di tempo per sé stesso. Erica gli spiegò che al di là del problema della differenza d’età, non era disposta ad accettare di essere lasciata da sola di fronte alle difficoltà e di avere bisogno di un compagno di vita, nel bene e nel male. Dopo averla ascoltata, Valerio le chiese scusa.

Morale? Riconoscere le emozioni che si provano e dare loro credito nel guidare le proprie scelte è il primo passo per condurre un’esistenza serena, fatta di relazioni autentiche. Se non ci accorgiamo quale sia il senso del malessere che proviamo, se non riconosciamo la rabbia quando si presenta e non le diamo credito, sarà molto difficile comprendere su che cosa dobbiamo lavorare. Troppo spesso accade di accorgersi solo con il famigerato “senno di poi” di aver agito per rabbia; oppure di fare per norma sociale azioni contrarie al nostro sentire, imprigionando la rabbia dentro di sé, senza spazi di espressione. Abbiamo stabilito che ci sono situazioni in cui “bisogna stare calmi”, altre in cui “la rabbia è sintomo di debolezza”, altre ancora in cui invece “se mi arrabbio sono forte e potente”. Abbiamo deciso arbitrariamente, a priori, come ci dobbiamo sentire a seconda delle circostanze e abbiamo smesso di chiederci come ci sentiamo veramente.

Quindi, in poche parole: se sei arrabbiato, prima di tutto, facci caso.

SECONDO PASSO: CANALIZZARLA

Mario, 57 anni

“Dott.ssa ho avuto un’altra esplosione di rabbia questa settimana”

“Hai voglia di raccontarmela, Mario?”

“C’è un problema a lavoro da me, mi chiedono di inviare le foto dei lavori che faccio ai clienti con il mio cellulare. Io non lo trovo giusto. Non voglio che i clienti abbiano il mio numero privato.”

“Lo hai fatto presente al tuo datore di lavoro?”

“Eccome, ci ho provato, ma non capisce nulla. Mi ha buttato giù il telefono.”

“Glielo hai detto al telefono?”

“Sì, perché mi ha chiamato per chiedermi perché non avevo ancora inviato le ultime foto al cliente, io gli ho detto che forse il cellulare non prendeva bene ma che comunque dovrebbero fornirci loro un dispositivo per farlo.”

“E lui ha buttato giù?”

“Sì, mi ha detto che non aveva tempo per discutere e mi ha buttato giù.”

“E tu?”

“Io sono esploso, quando sono tornato in azienda sono entrato nel suo studio e ho urlato… non mi ricordo bene che cosa gli ho detto… ma insomma, ho detto che questa storia che devo usare il mio telefono deve finire, che sono degli approfittatori e poi me ne sono andato.”

“Ho capito. Ora sei ancora arrabbiato oppure ti è passata?”

“Ancora arrabbiato.”

“Quindi urlare non ti è servito a granché.”

“No.”

“Mario, vorrei capire meglio una cosa. Quando il tuo datore ti ha chiamato tu non sei esploso subito. Quindi la faccenda del telefono inizialmente non era così infuriante per te?”

“All’inizio ero calmo, stavo solo esprimendo il mio punto di vista.”

“E che cos’è che ti ha fatto esplodere?”

“Beh, come mi ha trattato. Il fatto che mi ha buttato giù il telefono, come se non contasse nulla il mio parere. Non lo trovo rispettoso.”

“E questo glielo hai detto?”

“Che cosa?”

“Che credi sia una mancanza di rispetto buttarti giù il telefono e che ti fa sentire come se non contassi nulla.”

“Ah. No. Questo non gliel’ho detto.”

Morale? Il secondo passo, una volta riconosciuta e accolta l’emozione della rabbia, è comprendere quale sia il cambiamento desiderato. Come abbiamo visto, la rabbia ci fornisce l’energia fisica e psicologica per intervenire ma, per tornare all’analogia del martello, dobbiamo assicurarci di non mancare il chiodo. La rabbia ha bisogno di essere canalizzata, cioè fatta defluire in modo assertivo e salutare, così da promuovere il cambiamento auspicato. Quante volte, invece, capita di essere arrabbiati nei confronti di qualcuno e di prendercela, invece, con qualcun altro che non c’entra nulla, solo perché ad un certo punto dobbiamo sfogare l’energia accumulata da qualche parte? Un genitore, il vicino di casa, il governo, l’universo, chiunque sia “a tiro”.

In altri casi, manchiamo proprio il focus e come Mario facciamo una sfuriata senza nemmeno parlare della questione che più di tutte ci ha fatto arrabbiare. Oppure, peggio ancora, teniamo la rabbia nascosta e così lasciamo che ci logori dentro.

La rabbia va espressa prima che diventi aggressività, verso sé stessi o verso gli altri. Ognuno può trovare le sue forme per canalizzarla: parlare, scrivere, cantare, disegnare, e tutto quello che ci consente di tirarla fuori da noi, osservarla e comprenderne l’essenza.

TERZO PASSO: TRASFORMARLA

Giorgio, 23 anni

“Dott.ssa, è giusto che una persona che ha studiato e ha una laurea guadagni mille euro in meno di una che invece si è fermata alle superiori?”

“Tu che cosa ne pensi?”

“Sto pensando di lasciare gli studi”

“Ah. Per guadagnare mille euro in più?”

“Sì, questa storia che un magazziniere fa così tanti soldi e che io se tutto va bene troverò uno stage con solo il rimborso spese è veramente ingiusta. Chi è l’imbecille che ha congeniato una società di questo tipo?”

“Dici che sia stato uno solo?”

“No, in effetti. Probabilmente siamo tutti imbecilli.”

“Ah sì, può essere. Allora dimmi, come sei arrivato a queste conclusioni?”

“Parlando con un mio amico che fa il magazziniere. Quando mi ha detto quanto guadagna mi è letteralmente esploso il cervello!”

“Che cos’è che ti ha fatto così arrabbiare quindi?”

“Lui mi guardava dall’alto al basso, come a dirmi: <ti senti tanto bravo a studiare ma quello furbo sono io>”.

“E tu sei d’accordo con lui.”

“Beh no, non lo so se sono d’accordo.”

“Però stai considerando l’idea di lasciare gli studi, o sbaglio?”

“Diciamo che mi ha confuso”

“Mi sembra di capire, correggimi se sbaglio, che ti abbia fatto arrabbiare perché ti ha dato dello sciocco per aver scelto di studiare”

“Sì esatto, faceva l’altezzoso perché si può permettere un affitto e le vacanze. Io invece sono ancora a casa dei miei. Mi sono sentito piccolo, immaturo. Ora non riesco a pensare ad altro.”

Mettiamo in stand-by un momento il racconto per fare il punto di quello che abbiamo visto sin qui. Se Giorgio non avesse prestato attenzione al suo sentire, come nel caso di Erica, avrebbe potuto chiudere la faccenda decretando che il suo amico si sbagliava, magari dicendoglielo pure in modo aggressivo, per poi continuare la sua vita come se nulla fosse e, con ogni probabilità, la frustrazione prima o poi si sarebbe riaffacciata. Se Giorgio poi non avesse compreso di essersi arrabbiato per come l’amico lo aveva trattato, guardandolo dall’alto al basso, avrebbe potuto pensare che la cosa da cambiare fosse il suo percorso universitario. E in effetti, per un attimo, aveva anche considerato l’ipotesi di  lasciare gli studi. Poi però ha centrato il punto e, nelle settimane successive al colloquio sopra citato, fece l’esercizio di scrivere tutti i giorni una lettera al suo amico, in cui esprimeva tutta la rabbia che sentiva nei suoi confronti; poi, come da me indicato, dopo averla scritta la strappava, senza inviarla e senza rileggerla lui stesso.

“Dott.ssa non credo di essere più arrabbiato con il mio amico”

“Ah no? Che cosa è cambiato?”

“Scrivendo, scrivendo, mi sono sempre più calmato”

“Hai espresso la tua rabbia e poi una volta fuori di te non l’hai più sentita dentro”

“Sì proprio così, non sento più la rabbia. Ma sono comunque convinto del fatto che lui non mi deve trattare così.”

“E pensi ancora di interrompere gli studi?”

“No, quella era una fesseria del momento. Rimane però il fatto che non voglio più sentirmi piccolo o scemo perché studio anziché lavorare, voglio essere orgoglioso delle mie scelte.”

“Ecco, era questo il senso della rabbia, mostrarti che ci sono delle cose che devi cambiare, dentro di te”

“Essere più sicuro di me?”

“Te la pongo così: che cosa è importante per te, nella tua vita, per sentirti grande?”

“Ah bella domanda!”

 La risposta alla domanda che gli avevo posto Giorgio la trovò qualche settimana più tardi: “l’indipendenza” mi disse. Giorgio continuò gli studi, ma decise anche di lavorare presso la biblioteca della sua università per iniziare a guadagnare qualcosa. Qualche mese dopo andò in viaggio con il suo amico ad Ibiza, pagandoselo da sé, sentendosi grande.

Morale? Una volta riconosciuta e canalizzata, la rabbia può essere trasformata in grinta, in azione concreta per migliorare la propria condizione interiore e, così, la propria vita.

Oggi giorno il rischio che corriamo è quello di scambiare la violenza e l’aggressività per rabbia, e di legittimarle. Esse tuttavia non portano al cambiamento ma alla stasi, perché sono espressioni fuori-focus di un’energia interiore accumulata ma mai riconosciuta. Il rischio ancora più grande è che mano a mano che ci si rende conto che la strategia non funziona, anzi spesso peggiora la situazione, ci si arrende. “Arrabbiarsi non serve” pensiamo, “protestare non serve”, “dire la propria non serve”. Così sprofondiamo nell’immobilità, teniamo la frustrazione vicina al cuore, dove marcisce. Si trasforma in depressione, apatia, angoscia.

Allora, se sei arrivato a leggere sin qui, ti ringrazio per l’attenzione e ti ripropongo la domanda del principio: la stai usando bene, questa rabbia?

I cinque ingredienti della felicità

In un liceo di una piccola provincia italiana un’insegnante di latino e un padre si incontrarono per un colloquio sull’andamento scolastico di un’alunna. 

“La ragazza non studia a sufficienza, si distrae spesso e non è costante” disse la professoressa, “e dovrebbe vedere con che razza di persone si frequenta”. Silenzio.

Poi ancora, “Le dovrò dare il debito anche quest’anno e ho saputo dalla collega che probabilmente avrà anche quello in matematica”. Silenzio. Allora aggiunse “Anche la condotta non è delle migliori, il mese scorso ha preso una nota per essere scesa a fumare una sigaretta tra una lezione e l’altra insieme ad altre sue compagne di classe, non so se la madre glielo ha detto”.

Ci fu un’altra breve pausa e poi il padre finalmente prese parola: “Professoressa la ringrazio per questi aggiornamenti, io e la mia ex moglie certamente vedremo come affrontare la questione. C’è però una cosa più importante che mi preme sapere…”.

“Mi dica.”

“Secondo lei, mia figlia è felice?”

Silenzio.

La felicità  è senza dubbio uno dei misteri più grandi della vita, di cui nessuno è ancora mai riuscito a dare una definizione ultima e dirimente: filosofi, pensatori e ricercatori hanno da sempre cercato di catturarne l’essenza e rispondere alla domanda “quali sono le variabili significative che contribuiscono a rendere una persona felice?” o, in altri termini, “come si fa ad essere felici?”.

A fronte dei miei studi in psicologia e delle tante storie di vita che custodisco grazie alla mia professione, tendo a pensare alla felicità come l’ha proposta Thomas Jefferson nella dichiarazione di Indipendenza americana, ovvero come un diritto inalienabile di tutti gli individui e come un qualcosa che non si ha, ma si persegue.

“We hold these truths to be self-evident: that all men are created equal; that they are endowed by their Creator with certain unalienable rights; that among these are life, liberty, and the pursuit of Happiness” 

 La felicità è una scelta di stile di vita, una forma-mentis propria di quelle persone che, prima ancora di pensare di averla raggiunta, ritengono di meritarsela e di poterla porre in cima alle priorità della propria esistenza. Troppo spesso gli individui, invece, rincorrono altri obiettivi, come ad esempio il successo, l’accumulo di ricchezza, un status sociale elevato ecc. La nostra società è sempre più concentrata sull’accumulo di possedimenti, di qualifiche, di soldi, di etichette sociali: “più ne hai e più la vita ti sta andando bene” pensiamo. Come l’insegnante di latino di quella ragazza del liceo che, concentrata sui successi scolastici, rimase disarmata di fronte ad un padre che le chiedeva se sua figlia fosse felice. Ma, a pensarci bene, quale altro scopo dovrebbe avere un genitore? Quale obiettivo più grande si può perseguire durante una vita? E, infondo, se sei felice, chi può dirti che non hai successo?

Vediamo quindi insieme che cosa sappiamo oggi, grazie agli studi attenti e alle riflessioni di alcuni dei più grandi pensatori della storia, sulle cinque variabili più importanti per condurre una vita all’insegna della felicità.

Indipendenza e libertà

 Il filosofo greco Epicuro, già nel III secolo a.c., parlava di felicità come la “capacità di vivere con quanto basta” o in altri termini “la capacità di bastare a sé stessi”. Lui riteneva, infatti, che tutti i piaceri passeggeri della vita atti a soddisfare bisogni non necessari (come mangiare in ristoranti lussuosi, vestirsi alla moda, accumulare più soldi di quelli che servono per vivere dignitosamente ecc.) siano il grande nemico della felicità in quanto non possono mai realmente essere soddisfatti: ci sarà sempre un altro ristorante da provare, una nuova moda, o la possibilità di diventare più ricchi. L’uomo felice, invece, a suo avviso non ha bisogno di tutto questo perché sa godere dei piccoli piaceri che sono già insiti nella sua natura: mangiare e dissetarsi, ad esempio.

Già allora si percepiva forte la nozione, poi dimostrata dalle ricerche contemporanee, per cui uno dei grandi ingredienti della felicità sia l’indipendenza. L’indipendenza intensa non come autonomia economica e sociale (anche se questa chiaramente può essere un facilitatore), bensì come libertà di pensiero: la capacità di sentirsi causa della vita e non effetto, di assumersi la responsabilità del proprio benessere senza delegarlo a nessun altra persona, condizione o cosa.

Amore e relazioni significative

Un fatto riconosciuto e condiviso da tutta la comunità scientifica è che evolutivamente il grande “cavallo di battaglia” dell’essere umano, rispetto alle altre specie terrestri, è lo sviluppo del linguaggio. Questo comporta che il nostro benessere, essendo animali sociali, dipende largamente dalla salute delle nostre relazioni. Siamo, in altri termini, neuro-biologicamente programmati per vivere in continua interazione con gli altri, curarci delle relazioni, amare ed essere amati.

Alla luce di questi assunti, diventa chiaro che tanto più si fa spazio all’amore e alle relazioni significative ed autentiche, quanta più serenità e felicità si attrae a sé. Per quanto ci piace pensare di non avere bisogno di riconoscimento (“a me non interessa quello che pensano gli altri di me” diciamo), si tratta di un auto-inganno: le relazioni ci fanno da specchio, volenti o nolenti, e il modo in cui gli altri si rapportano a noi ci parla, restituendoci la nostra identità.

E poi, per dirla con George Clooney in Tra le nuvole, “Pensa ai momenti più felici della tua vita. Eri forse da solo?”.

Senso di scopo e motivazione

 Secondo la filosofia giapponese il metodo per vivere più a lungo e più felici è trovare il proprio ikigai. Letteralmente significa “il motivo per alzarsi al mattino” e si esplicita nel punto di convergenza tra passione, ciò che si ama, missione, ciò che serve al mondo, vocazione, ciò che sai fare, professione, qualche cosa per cui essere pagato.

Certamente un fattore che, anche nella ricerca occidentale, si è dimostrato imprescindibile per vivere una vita piena e felice è il senso di scopo: avere una direzione da perseguire, una motivazione per svegliarci al mattino, appunto. Non a caso una delle fasi di vita più critiche oggi giorno è il pensionamento, in cui sempre più raramente si diventa nonni perché le nuove generazioni fanno meno figli di un tempo, ancor più raramente si viene considerati “saggi” e così, d’un tratto si perde passione, missione, vocazione e professione tutte in una volta.

Abbiamo bisogno di percepire la nostra vita non come fine a sé stessa, ma come direzionata a qualche cosa che trascende il quotidiano: l’espressione dei propri valori e la loro diffusione, la costruzione di un progetto personale o di carriera, la devozione ad un impegno sociale, la creazione di una miglior vita per i propri figli ecc.

Moto e proattività

 A braccetto con l’esigenza di avere una direzione e uno scopo nella vita, troviamo il bisogno di percepire il moto: sentire che stiamo, più o meno lentamente, procedendo.

Molte persone invece hanno il vizio di fermarsi, non agire e di perdersi nei meandri dei propri pensieri, in quando cadono nella trappola di pensare di poter progettare la felicità a tavolino. Dedicano tempo a elucubrazioni articolate su che cosa sia corretto o giusto fare per raggiungere i propri scopi, analizzano diverse possibilità e scenari, ma domanda dopo domanda rendono impossibile qualsiasi risposta. Alla fine non fanno altro che immobilizzarsi sempre più, intrappolati nel dubbio e nel timore di sbagliare.

È stato invece rilevato da molti studiosi come la proattività sia un fattore che fa la differenza nel determinare la qualità di vita di una persona: in altri termini la felicità si fa, non si pensa. È chiaro che la riflessione e l’introspezione sono mezzi psicologici utili e potenti, segno di intelligenza e cultura, ma vanno dosati con attenzione perché possono diventare un terreno molto scivoloso. Di fronte ad un dubbio che non trova soluzione la persona felice si butta, lancia una monetina e inizia a “fare qualche cosa”, consapevole che nel continuare a procedere troverà la propria strada più facilmente: se imbocca quella giusta tanto meglio, ma se sceglie quella sbagliata sa che lo capirà presto e potrà agire di conseguenza. In entrambi i casi avrà fatto un passo avanti.

Flessibilità e resilienza

 Ultima, ma non per importanza, caratteristica centrale di una persona felice è la capacità di affrontare l’infelicità. Può sembrare un paradosso forse, ma a pensarci bene non è pensabile immaginare una vita priva di infelicità, di sofferenza, di difficoltà. Per questo tanto più un individuo impara a stare anche nella sofferenza e ad essere flessibile, adattandosi alle diverse condizioni che la vita gli presenta, tanto più potrà sviluppare la grande qualità che chiamiamo resilienza (dal lat. resiliens, “rimbalzare”).

Una persona felice è pressoché sempre una persona resiliente, ovvero qualcuno in grado di fronteggiare traumi e difficoltà in modo elastico, trasformandoli in opportunità per la crescita e il cambiamento. La felicità quindi non è propria di chi  scappa dalla sofferenza, stando alla larga da questioni critiche o che semplicemente “pensa positivo”. Il trucco sta invece nell’imparare ad abbracciare le difficoltà senza scappare, mutandole lentamente in qualcosa che fortifica anziché distruggere, in occasioni per conoscere meglio sé stessi riuscendo così, anche se sommersi nelle proprie lacrime, a rialzarsi.

Ora, conosciuti i cinque ingredienti verrebbe da chiedersi come vanno dosati…

Infatti, il dibattito più grande oggi giorno è su quale di queste qualità sia la più significativa per condurre una vita all’insegna della felicità: è più importante l’indipendenza o l’amore? La motivazione a portare a termine uno scopo o la flessibilità? E così via.

Personalmente ritengo che siano tutte e cinque necessarie, ma nessuna sufficiente, come in una ricetta appunto: ogni ingrediente ha il suo ruolo e senza di esso la torta non sarà la stessa.

Penso anche che siano qualità difficili da interiorizzare e fare proprie: sono semi che un genitore può piantare nell’infanzia e li vedrà crescere molti anni dopo, oppure possono essere piantati da adulti e potrebbero richiedere il doppio della cura per sbocciare. In entrambi i casi è necessario annaffiare il terreno e fare un grande lavoro interiore, di maturazione, di accettazione e soprattutto di amore verso sé stessi.

Fatica, lacrime e sudore fanno parte di questo percorso ma, alla fine, il gioco vale la candela.

“Quando andai a scuola, mi domandarono come volessi essere da grande. Io scrissi “felice”. Mi dissero che non avevo capito il compito, e io dissi loro che non avevano capito la vita.” John Lennon

Attacchi di panico: 5 falsi miti da sfatare!

Tachicardia, respiro affannoso, dolore al petto, paura di morire e di impazzire: il panico è un’onda violenta che spazza tutto ciò che incontra, lasciandosi dietro un deserto colmo di angoscia e sofferenza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il disturbo di panico colpisce almeno il 20% della popolazione. Trattandosi di una tematica ormai estremamente comune e sentita, spesso la disinformazione naviga a gonfie vele dando vita a molteplici falsi miti che alimentano credenze erronee. Vediamo quali sono quindi i cinque falsi miti più comuni sugli attacchi di panico! 

Mito #1. Gli attacchi di panico possono portare alla pazzia o alla totale perdita di controllo di se stessi: Falso. In preda a un attacco di panico potrei fare del male a mio marito, ai miei figli o aggredire il vicino di casa? Assolutamente no. Le sensazioni terrificanti che travolgono corpo e mente durante l’attacco di panico non si tramutano in azioni concrete; in altre parole, la perdita di controllo o il timore di impazzire rimangono solo sensazioni, seppur intense e invalidanti, sensazioni che derivano dall’alterazione del normale equilibrio corporeo tra ossigeno e anidride carbonica. 

Mito #2. Vuoi risolvere il panico? Mangia sano, evita caffè, fai attività fisica… Falso. Ricaricarsi con una buona colazione al mattino, dedicare mezz’ora al giorno all’esercizio fisico, praticare la meditazione: è indubbio che uno stile di vita salutare non possa che essere benefico. Affermare però che ciò che è benefico sia automaticamente terapeutico è un vero azzardo. Gli attacchi di panico rappresentano un disturbo psicologico caratterizzato da un preciso meccanismo di funzionamento (se vuoi approfondire questa tematica, ti consiglio la lettura dell’articolo “Panico: il controllo che fa perdere il controllo); per sbloccare tale patologia è necessario un intervento mirato. 

Mito #3. Ho il panico? Ne parlo continuamente e mi faccio rassicurare: così mi sentirò meglio! Falso. E’ convinzione comune che condividere difficoltà e problemi personali faccia bene, sempre e comunque. L’era cogitocentrica moderna racchiude la tendenza a divinizzare la razionalità, considerandola la soluzione di tutti i problemi: se ci ragiono, se divento consapevole di ciò che mi accade, se rifletto, se ne parlo, allora riuscirò a gestire e controllare la realtà. Purtroppo pochi sanno che parlare della paura è come mettere un fertilizzante speciale ad una pianta: la si fa crescere a dismisura. Più parlo delle mie paure, più le incremento. E le rassicurazioni? Allo stesso modo, farsi rassicurare è un’arma a doppio taglio. Quando chiedo aiuto e lo ottengo, ricevo contemporaneamente due messaggi. Il primo è: “Ti voglio bene, ti aiuto e ti proteggo”. Il secondo messaggio, che è meno ovvio ma più forte e sottile, è: “Ti aiuto perché da solo non puoi farcela, perché se ti lasciassi da solo ti sentiresti male”. In altre parole ogni volta che chiedo e ottengo rassicurazioni, viene confermata la mia incapacità: sto dicendo a me stesso che da solo non posso farcela, che sono debole, che sono fragile.  

Mito #4. Dal disturbo di panico non si guarisce Falso. Don D. Jackson, fondatore del Mental Research Institute di Palo Alto, dichiara con un’affermazione decisamente forte che «Non esistono pazienti impossibili ma soltanto terapeuti incapaci». Le tipologie di psicoterapia scientificamente efficaci per la risoluzione degli attacchi di panico sono due: la terapia cognitivo-comportamentale e la terapia breve strategica. Con l’approccio breve-strategico, solamente nella sede centrale di Arezzo sono stati trattati circa 15.000 casi di panico con risultati di efficacia pari al 90% e con una media di 7 sedute (circa 3-6 mesi di terapia). In altre parole 9 persone su 10 nel giro di qualche mese hanno risolto il problema del panico sia a breve che a lungo termine. Non si tratta di magia, si tratta di scienza. 

Mito #5. Il disturbo di panico deriva dall’aver avuto un’infanzia infelice o da un trauma inconscio. Culturalmente abituati ad un approccio medico causale per il quale se si ha mal di schiena, si prende la pastiglia, vi è la tendenza a ricercare la causa anche dei disagi psicologici. “Soffro di panico  perché anche la bisnonna ne soffriva” “Ho l’ansia perché ho avuto un’infanzia difficile e tumultuosa”. Se da un lato identificare il presunto responsabile dei nostri mali infonde un’apparente sicurezza, dall’altro priva della possibilità di intervenire sulla situazione presente. D’altronde se sono nato/a così, che cosa ci posso fare? Vi svelo un segreto: i problemi psicologici non hanno una causa specifica; la ricerca spasmodica del “perché” non solo non può avere una risposta univoca ma ci fuorvia dall’unica cosa che è davvero importante: cambiare il presente. L’amara e preziosa verità è che siamo noi i diretti responsabili delle nostre sofferenze e delle nostre gioie: siamo noi i registi della nostra vita. Non si nasce panicanti, paurosi, senza autostima, arrabbiati o infelici: lo si diventa nel tempo. Perciò, citando lo scrittore irlandese George Bernard Shaw “Non aspettare il momento opportuno: crealo!”

 

Bibliografia di riferimento

Nardone, G. (2016). La terapia degli attacchi di panico: Liberi per sempre dalla paura patologica. Ponte alle Grazie.

Nardone, G. (2013). Psicotrappole. Ponte alle Grazie.

 

 

 

Panico: il controllo che fa perdere il controllo

Avete mai sentito parlare del dio Pan, colui che ha dato il nome alla comune parola “panico”? La leggenda narra che questo dio greco, metà uomo e metà caprone, si divertiva a comparire all’improvviso lungo il cammino dei viandanti suscitando un terrore inaudito, per poi scomparire con grande lestezza. Questa leggenda evidenzia due caratteristiche indispensabili dell’attacco di panico, spesso ignorate o travisate: è improvviso e ha una durata molto limitata

Che cos’è un attacco di panico?
L’attacco di panico è un periodo di
paura intensa e improvvisa in assenza di vero pericolo; raggiunge il picco di massima intensità in circa 5-10 minuti e lentamente decade, con una durata complessiva non superiore ai 15-20 minuti. Nonostante sia estremamente limitato nel tempo, l’attacco di panico è uno tsunami psicologico: quando travolge, porta con sé un terrore sconvolgente; quando scompare, si lascia dietro un deserto colmo di angoscia e sofferenza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il disturbo di panico è una delle patologie psicologiche più diffuse, con un’incidenza della popolazione colpita pari ad almeno il 20%. Data la complessità della tematica, proviamo a fare un pò di chiarezza. 

Come si riconosce un attacco di panico?
I sintomi, sia fisici sia psicologici, sono molteplici: dolore al petto, stordimento, capogiri, tachicardia, intorpidimenti delle estremità, difficoltà respiratoria o senso di soffocamento; meno conosciute ma coerenti con un quadro di panico sono le condizioni di derealizzazione e depersonalizzazione, sensazioni di scollegamento rispettivamente dall’ambiente circostante o dal proprio corpo, come se si stesse vivendo la propria vita dall’esterno. Oltre a una sintomatologia fisica estremamente invalidante si aggiunge una componente psicologica, connotata dalla paura di impazzire, di morire e di perdere il controllo. Ed è proprio il concetto di “perdita di controllo” che ci porta al secondo quesito. 

Come si arriva all’attacco di panico?
che vi racconti una breve storia. Un giorno un millepiedi incontra una curiosa formica la quale, sorpresa dalla sua scioltezza nel camminare, gli chiede: “Caro millepiedi, ma come fai a camminare così abilmente e in modo così grazioso con tutte quelle zampe?” Il millepiedi, perplesso e incuriosito dalla domanda, inizia a pensarci. Non trovando risposta, guarda le sue zampe mentre cammina, concentrandosi su ogni singolo movimento. Si sforza di capire, controllando sempre più accuratamente i suoi passi; così inciampa e… non riesce più a camminare. Proprio come il millepiedi ha tentato di controllare con la ragione e il pensiero qualcosa di automatico e di spontaneo, ovvero il camminare, se tentiamo di controllare le reazioni psicofisiologiche ugualmente spontanee e automatiche, il nostro corpo va in tilt. Per essere più precisi: se di fronte ad una reazione normale di paura o una reazione di attivazione, ad esempio conseguente ad una camminata veloce o ad una corsa, iniziamo a pensare “Senti come sta andando veloce il cuore? E’ un infarto!! Non è che sto per morire? Cosa sta succedendo? Non voglio stare male, non devo stare male. Devo assolutamente rallentare il cuore, il respiro…” otteniamo l’effetto paradossale dell’aumento della paura stessa. E’ la paura portata all’estremo: il panico, ovvero l’eccesso di controllo che fa perdere il controllo. 

Come si può evitare che la paura sana si trasformi in un attacco di panico?
Una volta che la molla del panico scatta, l’unica cosa che si può fare è lasciare che segua il suo spontaneo decorso. Dobbiamo quindi evitare che la paura superi la soglia critica, determinando quella pericolosa escalation che trasforma una normale reazione di paura o ansia in panico. Ed è proprio questo l’obiettivo della tecnica della “peggiore fantasia”, strategia elaborata dal Prof. Giorgio Nardone, direttore e fondatore del Centro di Terapia Breve Strategica di Arezzo. Quando qualcosa spaventa, quando la paura o l’ansia influenzano la giornata, quando pensieri negativi e preoccupazioni disturbano la quotidianità, si dedichi mezz’ora di tempo alla “peggiore fantasia”.

Ogni giorno, preferibilmente dopo pranzo, prendi una sveglia e impostala in modo che suoni dopo mezz’ora. Recati in un luogo della casa appartato, dove nessuno ti può disturbare. Abbassa le tapparelle, mettiti comodo e inizia a pensare volontariamente a tutte le tue peggiori fantasie, a tutto quello che può accadere di male, a tutto ciò che può andare storto. Sforzati di stare il più male possibile, sforzati di provare più ansia possibile, più paura possibile. In quella mezz’ora puoi fare tutto quello che vuoi. Se ti viene da gridare, puoi gridare; se vuoi imprecare, puoi imprecare; se vuoi piangere, puoi piangere. Una volta che la sveglia suona… stop. E’ tutto finito. Ti alzi, vai a lavarti il viso e riprendi la tua giornata.

La paura ha un funzionamento paradossale: se cerco di contenerla o di scacciarla, mi travolgerà. E se decidessi di toccare con mano i miei fantasmi per farli scomparire? 

Concludo l’articolo con una splendida frase di Martin Luther King, frase che non ha bisogno di spiegazioni o di commenti: “Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio si alzò, andò ad aprire e non trovò nessuno”. 

 

 

Bibliografia di riferimento
Nardone, G. (2016). La terapia degli attacchi di panico: Liberi per sempre dalla paura patologica. Ponte alle Grazie

https://www.msdmanuals.com/it-it/casa/disturbi-di-salute-mentale/disturbi-dissociativi/disturbo-di-depersonalizzazione-derealizzazione

Nardone, G., & Balbi, E. (2012). Solcare il mare all’insaputa del cielo: Lezioni sul cambiamento terapeutico e le logiche non ordinarie. Ponte alle Grazie

Le fobie: paurosi si nasce o si diventa?

Da sempre l’essere umano si è dovuto confrontare con il timore e la paura. La paura ci sorprende, mettendoci di fronte la nostra limitata capacità di controllo rispetto a ciò che ci circonda. Quando la paura nei confronti di un evento o stimolo si presenta come intensa, incontrollata, persistente e irrazionale, possiamo parlare di fobia. Chi soffre di una fobia riconosce che la propria paura sia sproporzionata ed eccessiva ma è altrettanto incapace di controllarla razionalmente.  

 

Le fobie…queste creative!

Le fobie possono riguardare la quasi totalità degli oggetti, situazioni, luoghi e animali con cui ci confrontiamo quotidianamente. Anche stimoli comuni, parte integrante della vita di tutti noi, rappresentano per alcuni delle vere e proprie fonti di terrore. Altre fobie invece sono così particolari da essere ritenute quasi un’invenzione giornalistica o televisiva. Qualche esempio? Si possono temere le persone calve (peladofobia) o con la barba (pogonofobia); si può aver paura dell’aglio (alliumfobia), di addormentarsi e non svegliarsi più (somnifobia); si possono temere i numeri (numerofobia), i colori (cromatofobia), le parole troppo lunghe, gli elementi raggruppati per 4, gli angoli, i tappi… Come si può facilmente intuire, l’elenco delle possibili fonti di paura è pressoché infinito e, come vedremo tra poco, è destinato ad aggiornarsi continuamente.

 

Le fobie… sono influenzate dalla cultura

Cambiamenti sociali

e culturali possono influenzare lo sviluppo delle fobie, contribuendo alla nascita di nuove forme fobiche e alla sostituzione di altre ormai ancestrali. A tal proposito possiamo dire che la paura dei serpenti è stata quasi totalmente soppiantata da quella dei piccioni, di fatto animali molto più comuni e diffusi. Inoltre, con lo sviluppo tecnologico, i dispositivi elettronici sono diventati parte integrante della nostra realtà lavorativa, personale e interpersonale: ed ecco che si sviluppa una nuova fobia, la nomofobia (no-mobile-phobia), ovvero la paura di rimanere senza cellulare ed essere esclusi dalla rete di comunicazione mobile.

 

La paura sana ci fa riconoscere un pericolo; la paura patologica ci rende schiavi 

Chi può dire di non avere mai avuto paura di un cane, del buio, di rimanere solo, del confronto o dei ladri? La paura è un’emozione primaria che ci permette di fronteggiare una situazione di pericolo, consentendoci di riconoscerlo e di affrontarlo. La paura ha assicurato e continua ad assicurare la sopravvivenza di molte specie, compresa quella umana. Può capitare però che la risposta di paura sia intensa, incontrollata, persistente, irrazionale e sproporzionata rispetto al reale pericolo. Immaginiamo una persona che ha paura dei cani; per il timore di incontrarli ed esserne aggredita, evita di andare a trovare l’amica che tanto vorrebbe vedere, di andare a passeggiare nei campi pur volendo mantenersi in forma,…. In questo caso si stanno orientando le scelte in base alla paura dei cani, limitando la propria quotidianità non a seconda di ciò che è utile o non utile fare o di ciò che si vuole o non si vuole fare ma in funzione di ciò che si sente di poter o non poter fare. Siamo all’interno di una gabbia costruita da limitazioni e precauzioni, gabbia destinata a diventare sempre più stringente e opprimente: le fobie tendono infatti a dilagare e ad appropriarsi della nostra vita, in un circolo vizioso fatto di rinunce e limitazioni che porta a nuove rinunce, sempre più frequenti e invalidanti.

 

… Chi è l’artefice delle nostre fobie? 

Ciò che conta quindi non è di che cosa io possa avere paura ma che cosa farò o eviterò di fare in virtù della percezione che ho di quella determinata realtà. In altre parole siamo noi, con le nostre reazioni, a trasformare una paura sana in una fobia. A questo punto la domanda sorge spontanea: che cosa ci impedisce di invertire il processo e trasformare una fobia in una paura sana? Ecco quindi che diviene fondamentale comprendere quali sono quelle azioni concrete che, se ripetute nel tempo, determinano lo sviluppo della forma fobica: in altre parole, dobbiamo identificare gli ingredienti alla base delle fobie. 

 

Gli ingredienti delle fobie 

Tipicamente le persone con una fobia tendono: 

  1. a parlare, con più o meno insistenza, dell’oggetto/situazione temuta 
  2. a chiedere aiuto e rassicurazione 
  3. a evitare l’oggetto temuto 

 

Proviamo ora ad analizzare questi comportamenti: 

  1. “Sai, io ho davvero paura dei topi. L’altro giorno mi è capitato di vederne uno in cantina e… bla bla bla…” Parlare del problema è un beneficio illusorio: se al momento parlarne crea un momentaneo benessere, a lungo termine ti viene confermato che, se ne parli, il problema esiste, è presente proprio perché l’altro ti ascolta. Inoltre la paura funziona così: più ne parli più aumenta. Ogni volta che parli di ciò che temi è come se tu stessi mettendo un fertilizzante speciale ad una pianta: la stai facendo crescere a dismisura. 
  2. “Per favore puoi andare tu a fare la spesa perché quel supermercato mi crea ansia…?” Ogni volta che chiediamo aiuto e lo otteniamo, riceviamo contemporaneamente due messaggi. Il primo, più immediato, è: “Ti voglio bene quindi ti aiuto e ti proteggo”. Il secondo messaggio, che è meno ovvio ma più forte e sottile, è: “Ti aiuto perché da solo non puoi farcela, perché se ti lasciassi da solo ti sentiresti male”… non è altro che una conferma della nostra incapacità. A lungo termine, delegare e chiedere rassicurazioni non fa altro che aumentare la nostra incapacità, sia percepita che effettiva.  
  3. “Possiamo evitare di prendere l’aereo e organizzare una vacanza qui vicino?”. L’evitamento genera uno stato di sollievo, sollievo che però è solamente momentaneo: ogni evitamento conferma la nostra incapacità nel fronteggiare l’oggetto temuto, rendendoci a poco a poco sempre meno capaci. “L’esperienza è la madre di ogni nostra certezza” e se accumuliamo esperienze fatte di rinunce e fallimenti, alla fine diventeremo persone fallimentari. Inoltre ogni evitamento ci mostra che la cosa che abbiamo evitato sarebbe stata davvero minacciosa e la volta dopo aumenterà la minacciosità. È una spirale che si autoalimenta e porta ad una paura sempre più grande, sempre più generalizzata. E’ come un virus che dilaga, virus che ci farà sentire e diventare persone incapaci.  

 

Questo non significa che da oggi non dobbiamo più parlare delle nostre preoccupazioni, non dobbiamo più chiedere aiuto agli altri, e abbiamo invece l’obbligo di confrontarci con ogni situazione possibile. Si tratta solo di considerare che non si nasce paurosi, indecisi, incapaci o insicuri ma lo si diventa nel tempo. Proprio come si impara a parlare, a camminare e a mangiare, si acquisiscono delle modalità di reazione che ci portano prima a comportarci come insicuri e incapaci e poi a diventarlo davvero.

Si diventa fobici ogni volta che si sceglie di evitare qualcosa di temibile, che si sceglie di delegare una questione spinosa, che si sceglie di chiedere aiuto e rassicurazione. Come sostiene Alessandro Salvini, psicologo contemporaneo, ognuno costruisce la propria realtà che poi subisce o gestisce.

 

FONTI E BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

https://www.psicologiacontemporanea.it/la-rivista/Fobie/

https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/cards/18-fobie-piu-assurde-cui-soffre-gente/cromatofobia_principale.shtml

Nardone, G. (2010). Paura, panico, fobie. Ponte alle Grazie

Nardone, G. (2012). Oltre i limiti della paura. Bur.

Da ferite a cicatrici: le 10 cose da sapere sul dolore psicologico

Di tutte le emozioni che come psicologi siamo chiamati a curare, il dolore è senza dubbio quella più insidiosa. Se da un lato nella paura, nella rabbia e persino nelle deviazioni del piacere si crea una risposta mentale e corporea di attivazione, di re-azione; il dolore dall’altro inchioda e lascia inermi, apparentemente impotenti e disarmati.

Quando parlo di dolore mi riferisco a quella condizione di profonda afflizione e sofferenza interiore che deriva dall’aver vissuto un evento o condizione particolarmente negativa e potenzialmente traumatica, oppure dall’aver perso qualche cosa o qualcuno di positivo e importante.

Detta così appare chiaro, vero? Ci siamo passati tutti!

Ce lo conferma anche Eugenio Borgna, psichiatra e studioso italiano contemporaneo, che scrive:

“È possibile che un’esistenza si snodi e scorra al di fuori di ogni esperienza di malattia, ma non è possibile che all’esperienza umana sia sottratta la sofferenza”

Il dolore psichico è quindi un’esperienza universale che ognuno di noi conosce molto bene. Tuttavia saperlo affrontare con grazia, in modo salutare ed equilibrato, è tutt’altra partita.

Di seguito quindi ho riassunto in dieci punti le nozioni più rilevanti, da fare proprie, per attrezzarsi nei confronti del dolore.

  1. Il dolore è funzionale. Così come quello fisico, anche il dolore psicologico ha la funzione di segnalarci che c’è una ferita che richiede le nostre cure. Senza di esso non saremmo in grado di accorgerci che determinati avvenimenti sono pericolosi e minacciano il nostro benessere mentale. Quindi, quando ci sentiamo addolorati o feriti la prima cosa da chiederci è: “Che cosa mi fa male?”. Quanto più saremo precisi nel rispondere a questa domanda, individuando e circoscrivendo la ferita, tanto più saremo in grado di prenderci cura adeguatamente del nostro dolore.
  2. Il dolore segnala ciò che è importante. Quando accade qualcosa di significativo nella nostra vita il dolore ci permette di comprenderne a fondo il valore, sia essa una persona, una storia, un avvenimento. Ciò è vero per gli eventi negativi, rispetto ai quali la portata del dolore ci mostra quanto abbiano segnato la traccia della nostra vita, insegnandoci a prenderne le distanze. Ma è anche vero per i fatti positivi, perché nel momento in cui vengono a mancare si trasformano in sofferenza. Avete presente quando si dice: “capisci quanto è importante una persona solo quando la perdi”? Ecco: il principio è il medesimo. Il dolore in alcune circostanze – come nel caso di un lutto – ci permette di attribuire importanza a ciò che non c’è più.
  3. Il dolore è accompagnato da altre emozioni. È raro che a seguito di una esperienza dolorosa non nascano, in seno alla sofferenza pura, anche altre emozioni, quali la rabbia, la paura, l’angoscia e in alcuni casi persino il piacere. Il dolore infatti spesso si cela dietro alla foga di altre istanze che rischiano di prendere il sopravvento, facendoci perdere di vista che ci sono delle ferite di cui prenderci cura. Per questo è importante ricordarsi di non escluderlo e, anzi, di considerarlo come la questione primaria. Se qualcosa ci fa arrabbiare, ci mette ansia oppure se è un periodo in cui ci stiamo abbandonando più del solito a vizi piacevoli, chiediamoci: “C’è un dolore nascosto lì sotto?”
  4.  Dal dolore non si scappa, oppure, per dirla in altri termini, “se lo cacci dalla porta rientra dalla finestra”. Ignorare una sofferenza non è mai utile perché, anche se abbiamo la parvenza di essere riusciti a metterla a tacere, trova sempre il modo per spuntare nuovamente: magari in altra forma attraverso la somatizzazione, oppure travestita da un’emozione diversa, o peggio ancora potrebbe uscire tutta insieme in una volta, in un episodio esplosivo, improvviso e inaspettato. È centrale quindi attraversare il dolore e viverlo tutto, un passo alla volta.
  5.  Il dolore si tratta con l’amore. Sembra banale ma non lo è per nulla: l’amore è l’ingrediente principale della ricetta per trattare con successo una ferita psicologica. La sofferenza ha bisogno dell’affetto che ci possono dare gli altri, che quindi dobbiamo evitare di allontanare rischiando di cadere nell’isolamento e nella solitudine; e la sofferenza ha bisogno anche dell’amore che possiamo dare a noi stessi. Durante l’elaborazione di un dolore è essenziale ricordarsi di prendersi cura di sé: con piccoli gesti come la qualità del cibo e il mantenimento dell’igiene, sino all’occupare il tempo con attività che piacciono: musica, passeggiate, lettura e tutto ciò che si predilige. Nei periodi critici dobbiamo assicurarci di fare spazio sia per gli altri che per noi stessi.
  6.  Il dolore ha bisogno di uno spazio dedicato. In particolar modo quando una sofferenza sembra inseguirci, trasbordando in ogni situazione, è importante costruirle una sua “casa”, ovvero dei confini entro cui potersi esprimere a pieno. Quando stiamo vivendo un dolore forte una delle prime cose da decidere è quali sono i confini giornalieri in cui ci sarà consentito di dare libero sfogo all’emotività. Ognuno può scegliere una modalità a sé più congeniale: una telefonata con una persona cara, a cui chiediamo di poterci ascoltare per trenta minuti al giorno; un’ora di solitudine nella propria stanza in cui piangere; l’ascolto quotidiano di una canzone che rievoca le sensazioni più dolorose; o qualsiasi altra forma che consenta di dire: “Questo è il momento oggi in cui vivrò il mio dolore”.
  7.  Elaborare un dolore fa male. Il motivo per cui tante persone non si concedono alla sofferenza ed evitano di elaborarla è che attraversare il dolore è ancor più “doloroso” del dolore di per sé. È un processo che può diventare lungo e richiede grande forza interiore, perché disinfettare una ferita brucia ma è l’unico modo per evitare ripercussioni ancor peggiori e aiutare la cicatrizzazione.
  8.  Il dolore non scompare mai del tutto. Continuando con la nostra metafora, consideriamo che le ferite più profonde si rimarginano e smettono di fare male ogni volta che le si tocca, ma non scompaiono completamente: diventano una cicatrice, un segno indelebile a ricordo di ciò che è stato importante. Il dolore quindi ha bisogno di entrare a fare parte della biografia di chi lo ha provato, di trovare il suo significato. L’elaborazione consente proprio questo: una ri-narrazione della propria storia di vita così da fare spazio all’episodio doloroso, dandogli un suo ruolo e un suo “perché”.
  9. La scrittura è una forma terapeutica eccellente: non è sicuramente l’unico modo e si possono trovare infinite forme espressive utili e bastevoli all’elaborazione del dolore. È doveroso però sottolineare che la scrittura è tra le forme più studiate e utilizzate in ambito psicologico, in quanto si è dimostrato che porta con sé delle proprietà terapeutiche straordinarie. La scrittura in primis consente di rallentare il dialogo interiore, in quanto l’essere umano in media pensa ad una velocità di 1400 parole/minuto, parla a 125 parole/minuto e scrive a 40 parole/minuto. Scrivere è come vedere i nostri pensieri al rallentatore e rende più semplice selezionare quelli rilevanti e utili. La scrittura quindi permette di fare ordine nella confusione che sentiamo durante l’elaborazione di un dolore, aiutando la “pulizia del pensiero” e creando così una narrazione coerente e sempre più accettabile dell’accaduto. Infine la scrittura genera, poco a poco, una sensazione di distacco emotivo dal contenuto narrato, facendolo uscire simbolicamente dal cuore per essere riposto sulla pagina, fuori da sé.
  10. I dolori passati vanno custoditi. “Il dolore psichico è essenziale alla costituzione dell’IO”, disse Freud, ovvero è importante per la consapevolezza che ognuno ha di sé e della propria storia, grazie alla quale interagisce con il mondo circostante. Una volta elaborato, un dolore lascia un segno indelebile, una cicatrice appunto. L’ultimo passo è quello di scegliere come voler portare questo segno: come condanna o come amuleto?

Il dolore può essere custodito e considerato prezioso, ogni tanto gli si può fare visita, attraverso pensieri e gesti malinconici. Ciò che conta è ricordarsi che quella ferita rimarginata è parte di ciò che ci ha portato ad essere chi siamo.

“Ciò che non mi uccide mi rende più forte” – Friedrich Nietzsche

La Depressione, un fenomeno in aumento.

Depressione. Una semplice parola che si presenta in continuazione in qualsiasi canale informativo, talvolta in modo anche improprio, forse per il solo semplice fatto che va sempre bene: è un fenomeno dai contorni non ben delineati, confusi, che calza a pennello quando non si sa a chi imputare uno stato di malessere; un pò come il buco dell’ozono: piove troppo? Colpa del buco dell’ozono. Fa troppo caldo? Buco dell’ozono. Ci sono gli uragani? Sempre colpa sua. Seguendo la similitudine con la depressione, anche nel caso del buco dell’ozono, se i fenomeni fossero visti in più ampia scala, ci si accorgerebbe che il famoso buco è una parte del problema. Un problema che ha avuto degli antecedenti, delle concause, delle conseguenze e dei fattori di mantenimento.

L’anno 2017 è stato l’anno in cui l’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) ha messo al centro del dibattito proprio la depressione, andandola ad indagare su un piano di percentuali. Vediamo in questo report come i casi siano notevolmente aumentati negli ultimi 10 anni (un aumento pari a circa il 20%) andando ad influire negativamente sia sulla spesa medica ( il 4,3% della spesa sanitaria globale è rappresentato solo dalla depressione) sia in termini di perdita economica (uno studio del 2011, stimava una perdita di 16.300 milioni di dollari tra il 2011 ed il 2030).

Riprendendo la similitudine con il buco dell’ozono, precedentemente menzionato, vediamo come la depressione, come qualsiasi altro disturbo della sfera psico-fisica, non è un’isola, non è cioè non collegata con altri problemi/patologie. Il problema del buco dell’ozono trova parte della causa nell’inquinamento, che gioca a sua volta un ruolo chiave nel riscaldamento terrestre, a sua volta influenzato dal buco dell’ozono. Da non sottovalutare sono altre variabili extraterrestri (cioè variabili che riguardano le condizioni chimico-fisiche di altri pianeti), che magari possono giocare un ruolo nella traiettoria evolutiva del problema.

In ugual misura, cercare di definire la depressione senza considerare tutto ciò che ruota intorno a questo fenomeno potrebbe essere fuorviante. Così come per far l’analisi logica di una parte della frase abbiamo bisogno dell’intera frase da cui essa proviene, per definire la depressione abbiamo bisogno della persona, dei suoi vissuti, del suo presente e del suo futuro.

Definire il problema è il punto di partenza per affrontarlo, non il punto di arrivo. Arrivare ad un chiaro quadro di ciò che ha portato ad una situazione di sofferenza sarà il primo passo per un cammino, non sempre e necessariamente lungo e costoso, per una risoluzione efficace e duratura dei sintomi.

Fonti

  • www.epicentro.iss.it/temi/mentale/aggiornamenti.asp
  • www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=2448
  • Bloom, D.E., Cafiero, E.T., Jané-Llopis, E., Abrahams-Gessel, S., Bloom, L.R., Fathima, S., Feigl,A.B., Gaziano, T., Mowafi, M., Pandya, A., Prettner, K., Rosenberg, L., Seligman, B., Stein, A.Z., & Weinstein, C. (2011).The Global Economic Burden of Noncommunicable Diseases. Geneva: World Economic Forum.