Pride e Pregiudizio

Nel mese di giugno, le marce LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Trans) si propagano come un’onda per diversi paesi, invocando parità di diritti in un mondo dove l’omofobia, a volte, è norma.

Oltre ad essere l’intero mese dedicato all’Orgoglio LGBT, il giorno 28 giugno, in particolare, celebra mondialmente il PRIDE in memoria di ciò che è avvenuto nel 1969 a New York. Cinquant’anni fa, in questa data, le persone presenti allo Stonewall Inn, un locale frequentato prevalentemente da omossessuali e trans, hanno deciso di reagire alla polizia che, frequentemente, irrompeva nel locale. È stata in onore di questa prima rivolta che, un anno dopo, ha avuto inizio la sfilata Pride.
Sono tre le principali premesse del movimento: che le persone siano fiere della propria orientazione sessuale e identità di genere; che la diversità è un dono e non una vergogna e che l’orientamento sessuale e l’identità di genere sono innati o comunque non possono essere alterati intenzionalmente. Queste premesse, e le sfilate, servono a ricordare a tutte le persone, che si sentono parte del movimento, che devono essere orgogliose e non devono vergognarsi per la propria orientazione sessuale. È inoltre questo un modo per sensibilizzare la popolazione sull’importanza di combattere l’omofobia in modo che, un giorno, si possa costruire una società libera da preconcetti di genere.

Nonostante siano passati anni e la comunità LGBT abbia conseguito notevoli vittorie, come la possibilità di sposarsi e adottare dei figli, ancora esiste la necessità di continuare la mobilitazione. In Italia 23,3% della popolazione LGBT è stata oggetto di minacce o aggressioni fisiche. Nell’indagine del 2018 “Gli italiani e le discriminazioni”, realizzata da Amnesty International in collaborazione con Doxa, si vede il 61,3% dei cittadini tra i 18 e i 74 anni ritenere che in Italia gli omossessuali siano molto o abbastanza discriminati. In risposta a ciò il 40,3% delle persone LGBT afferma di essere stato discriminato nel corso della propria vita: il 24% a scuola o in università e il 22% sul posto di lavoro.

Oltre ai casi di violenza basati sull’omofobia, che possono andare da casi di bullismo a veri e propri
omicidi, bisogna tener conto del fatto che ancora esistono paesi, in Africa, Asia, Sud America e Oceania,
dove l’omosessualità è ancora un reato e viene punita o con l’arresto o, nel peggiore dei casi, con la pena capitale.

Tuttavia i preconcetti omofobici non sono solo di origine esterna alla comunità LGBT ma perfino internamente al movimento ci sono forme di discriminazione.

Da un focus group con persone interne alla comunità LGBT, a cui ho partecipato recentemente, è emerso che i pregiudizi interni alla comunità sono soprattutto basati sulla visibilità che alcune categorie hanno in più rispetto ad altre. Un esempio tangibile può essere dato dal fatto che spesso la popolazione omossessuale discrimina quella dei bisessuali e dei trans attraverso preconcetti relativi al fatto che l’orientazione sessuale di questi ultimi sia dovuta all’indecisione.

Spesso il problema è dato dalla riproduzione di pregiudizi sociali di carattere generale 

all’interno della comunità: considerare alcune persone meno gay di altre o, al contrario, considerare una persona gay troppo effeminata sono esempi di ciò. Allo stesso modo alcune lesbiche vengono discriminate per il fatto di essere troppo femminili invece di vestirsi in modo mascolino, facendo emergere, così, una tendenza a voler generalizzare la sessualità e l’espressione di genere di un individuo come se fossero un’unica cosa.

Le sfilate Pride continuano ad esistere con lo scopo di sensibilizzare tutti, comunità LGBT inclusa, sulla discriminazione, così che “lo sguardo dell’altro” non faccia sentire nessuno diverso e a disagio, e per ricordare che siamo tutti ugualmente umani e per questo si dovrebbero avere gli stessi diritti, non solo in teoria ma anche in pratica.