4 esercizi per migliorare la comunicazione para-verbale

L’obiettivo di questo articolo è di cominciare ad approfondire la tematica della comunicazione para-verbale, offrendo anche qualche piccolo esercizio per iniziare a diventare consapevoli di quelle che sono le differenze tra le possibili modalità di comunicazione di uno stesso contenuto. Del resto, come ci ricordano le neuroscienze, il cervello risponde alle differenze, più che ai valori assoluti, ai cambiamenti più che alle informazioni costanti. Qualcuno a questo punto potrebbe obiettare che, nonostante tutto, il contenuto verbale rimanga sempre e comunque la parte principale di una comunicazione, che altrimenti non verrebbe neppure iniziata. Tuttavia sappiamo tutti dall’esperienza che tale contenuto può anche non essere per nulla esplicitato verbalmente, ed essere ugualmente trasmesso in maniera ancora più efficace: pensiamo all’occhiataccia di una madre al figlio, sufficiente ad interrompere una delle sue marachelle, o ad un’altra mamma che invece ripete verbalmente centinaia di “basta” e “smettila” ogni giorno, con risultati scarsi o nulli.

Parole, parole parole

Le parole sono strumenti potentissimi. Nei millenni hanno dato vita a quelle narrazioni collettive che hanno spinto l’homo sapiens ad organizzarsi in grandi gruppi e dominare così il regno animale e vegetale (Harari, 2017). Attraverso le parole milioni di persone ogni giorno scambiano informazioni sui libri, nel web, sui giornali, in TV, al bar, nelle scuole, nelle chiese di ogni tipo e perfino sullo spazio. Ma, come recitava una famosissima canzone interpretata magistralmente da Mina, le parole non bastano, soprattutto quando ci sono di mezzo relazioni tra esseri umani, siano esse lavorative o personali (diversamente nel caso di comunicazioni iper-tecniche).
“Parole, parole parole, soltanto parole, parole tra noi”

Ogni giorno sono pronunciate mediamente è 16.200 parole dalle femmine (notoriamente più evolute nelle abilità verbali) e 15.700 dai maschi (da qui si capisce a chi dovrebbe spettare sempre l’ultima parola). Questo equivale a circa mezzo miliardo di parole nell’arco della vita.
Un uomo può arrivare persino a pronunciare 47.500 parole al giorno, mentre un altro magari soltanto 500.

Ora, se davvero il 55% della comunicazione – che passa per il linguaggio non verbale – non è adeguato, nessuno è disposto a prestare reale attenzione al restante 45%. E anche qualora il nostro virtuoso ed educato pubblico si dimostrasse particolarmente attento, c’è un ulteriore 38% della comunicazione che passa attraverso il canale para-verbale, che se non è curato in modo efficace condanna quasi certamente ad una totale e rapida perdita di ogni interesse nel restante 7%, ovvero il nostro fondamentale contenuto. L’ascoltatore così si assenta mentalmente, e forse finisce per allontanarsi anche fisicamente.

Queste percentuali, discusse nel precedente articolo, non vanno prese rigidamente come verità assoluta, ma danno bene l’idea delle proporzioni in gioco.

La comunicazione para-verbale

Le componenti principali della comunicazione para-verbale (CPV) sono:

  • il tono
  • il timbro
  • l’intensità
  • il ritmo

Il tono corrisponde alla nota musicale (o meglio alle note) che assume una conversazione, assomigliando alla melodia di una canzone: il tono può essere piatto o “mono-nota” oppure articolarsi in diverse note, come quando ad esempio si alza l’intonazione al termine di una domanda. È il tono che determina in misura maggiore le inflessioni dialettali.

ESERCIZIO sul tono: parlare basso e parlare alto

Ripetere la seguente frase utilizzando dapprima un tono basso o grave (attenzione, il tono non è il volume della voce), poi con un suono alto o acuto.

“Ho imparato che la gente si dimentica quello che hai detto, la gente si dimentica quello che hai fatto, ma la gente non potrà mai dimenticare come li hai fatti sentire”.

Infine, ripetere nuovamente la frase giocando con toni acuti e gravi nei punti diversi della frase, creando una specie di melodia.

Il timbro corrisponde alla ricchezza armonica di una voce: a parità di tono, a seconda che la voce vibri di più a livello della gola, del naso, della pancia o della testa, il suono che esce cambia notevolmente le proprietà acustiche. Sappiamo tutti quanto un tono stridulo di gola risulti spesso fastidioso, o quanto un tono nasalesia difficile da comprendere.

ESERCIZIO sul timbro: parlare con le parti diverse del tratto fonatorio

Utilizziamo la frase dell’esercizio precedente per sperimentare le differenze nei suoni che escono quando spostiamo volontariamente la vibrazione dell’aria nelle diverse parti del tratto fonatorio (pancia, petto, gola, naso, capo). Può essere utile registrare e riascoltare l’effetto che ne esce

“Ho imparato che la gente si dimentica quello che hai detto, la gente si dimentica quello che hai fatto, ma la gente non potrà mai dimenticare come li hai fatti sentire”.

L’intensità si riferisce al volume della voce, alla pressione sonora dell’aria che esce dalla bocca quando parliamo.

ESERCIZIO sull’intensità: parlare con la matita

Un ottimo esercizio consiste nel pronunciare un testo stringendo una matita tra i denti, e cercando di far passare l’aria sopra la matita, spingendo con il diaframma per aumentare il volume. Questo esercizio aiuta a rafforzare il diaframma, ed è ottimo anche per arricchire il timbro, in quanto agisce sull’articolazione muscolare della fonazione.

Prima di leggere la frase sottostante, provare con la matita in bocca a pronunciare bene tutte le 7 vocali: a – è – è – i – ò – ó – u

“Oggi di silenzio ne ho bisogno, è mio compagno, è il piacere di stare con me stessa, il luogo dove il mio spirito trova ristoro, dove recupero le energie e mi ritempro, è un amico fidato al quale faccio ricorso ogni volta che una svolta, una scelta, una prova o una nuova sfida attraversano la mia vita sicura che nel raccoglimento e nel silenzio troverò le risposte, la giusta via, l’armonia, le parole per comunicare ciò che sento e penso”

Il ritmo si riferisce invece alla velocità con cui parliamo, agli spazi tra una frase e l’altra, tra una parola e l’altra. L’utilizzo delle pause e dei respiri per rafforzare ciò che stiamo dicendo è di capitale importanza, se vogliamo che l’uditorio segua con interesse le nostre argomentazioni.

ESERCIZIO sul ritmo: parlare a diverse velocità

Utilizziamo la stessa frase dell’esercizio precedente. Questa volta cercheremo di pronunciarla in modo rapido senza tener conto delle virgole, respirando il meno possibile. Poi ripeteremo l’esercizio con lentezza, facendo una pausa ogni due-tre parole. Sperimentate le differenze, proveremo infine a recitare la frase con una velocità per noi adeguata, soffermandoci con brevi pause sulle virgole e immediatamente dopo le parole che riteniamo più rilevanti.

“Oggi di silenzio ne ho bisogno, è mio compagno, è il piacere di stare con me stessa, il luogo dove il mio spirito trova ristoro, dove recupero le energie e mi ritempro, è un amico fidato al quale faccio ricorso ogni volta che una svolta, una scelta, una prova o una nuova sfida attraversano la mia vita sicura che nel raccoglimento e nel silenzio troverò le risposte, la giusta via, l’armonia, le parole per comunicare ciò che sento e penso”

Questi esercizi proposti non sono certo risolutivi, ma aiutano inizialmente a diventare più consapevoli di ciò che accade alla nostra voce mentre comunichiamo. Del resto, senza consapevolezza non c’è cambiamento, e senza cambiamento non c’è consapevolezza.
Nel prossimo articolo ci soffermeremo sulla comunicazione non-verbale, con qualche piccolo esercizio per iniziare a padroneggiare l’arte di comunicare con tutto il corpo.