Dall’Agorà ai Social Media: Rischi ed Insidie

Articolo di Dott.sa Cosima Lanzilotti e Dott.sa Antonella Donato

In questo particolare momento storico che ci ha costretti ad una reclusione forzata, ad un isolamento spesso penoso la voglia di libertà e di condivisione ha spesso condotto i nostri pensieri e desideri verso quegli spazi en plein air, spazi di incontri e di scambio. 

Piazza d`Italia, 1913 de Giorgio De Chirico

Tra questi, la piazza, da sempre si configura come spazio comune e libero collegato all’immagine di gente riunita per ascoltare concerti, per manifestare, per condividere un momento di convivialità come l’aperitivo delle 18. E anche se oggi le nostre piazze somigliano più a quelle metafisiche, dipinte da De Chirico, con le ombre del tempo che si allungano come artigli, la loro funzione aggregativa resta. Lo sapevano bene i greci che chiamarono la piazza più importante delle loro città Agorà, dal verbo ageyro: raccogliere, riunire, il luogo di assemblee popolari. Il popolo si riuniva nell’agorà per partecipare alla vita politica, per pregare dèi ed eroi, per assistere a gare ginniche, ippiche e musicali, gli agoni, e per commerciare. Una comunità riunita non scambia soltanto merci, ma anche e soprattutto idee. Varrone (De lingua latina, libr. VI) nel cercare la radice di forum (la piazza centrale di tutte le città romane) la trova nel verbo ferre: portare, e aggiunge “quasi che così i romani designassero il luogo in cui portare le loro merci ma anche le loro controversie”. Nei fora romani infatti si svolgevano anche i processi giudiziari, uno dei più famosi è quello di Gesù di Nazareth. Un processo reso pubblico dà voce non solo alle autorità competenti ma a tutti i presenti che sono autorizzati a esprimere il proprio giudizio, senza freno alcuno e spesso senza competenza alcuna. I processi nei fora terminavano con la condanna che l’imputato, ormai giudicato colpevole, pagava nei confronti della sua comunità.

Con l’avvento dei social, si è assistito ad un’evoluzione di questo spazio fisico. Si è passati dall’Agorà a Piazza Maggiore dei Social Media. Un’immensa piazza fatta di tantissime altre piazzette e corti dove si intavolano dibattiti infiniti, si condivide il caffé pomeridiano, ci si arrabbia, ci si accusa, si leggono le news.

Piazze aperte 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e senza ZTL.  Puoi osservare in silenzio dalla tua finestra o prendere parte alla vita della piazza con qualche click. In questo periodo hanno quasi avuto una funzione terapeutica nel permetterci di seguire concerti online, di sentirci vicini pur essendo lontani. In un certo senso hanno cercato di garantire una continuità nelle abitudini, nella vita.  

Ed è facile scorgere che la differenza più grande tra il passato ed il presente è chiaramente nella portata incontrollata e a lunghissimo raggio delle ripercussioni di questi scambi. L’eco delle piazze non risuona più solo nei quattro cantoni della piazza, ma arriva dall’altra parte del pianeta in un click. 

 

E come già detto nelle piazze non vi è solo pacifica condivisione ma anche momenti di lotta e di accusa.

Quelli ora definiti come linciaggi mediatici, dove il malcapitato di turno è posto sotto accusa e pressione violenta da parte di chiunque senza alcuna misura restrittiva. Tra i più recenti, possiamo citare la liberazione di Silvia Romano. 

Vignetta liberamente adattata dalla vignetta di Luca Carnevale, pubblicata su Identità Insorgenti il 12 Marzo 2020

Questi linciaggi sono spesso il frutto di PseudoProcessi Mediatici approssimativi e veloci, scatenati e archiviati subito.

Le prove e le accuse altrettanto fugaci e inconsistenti. La solidità della loro struttura fatta di opinioni e sbalzi d’umore è paragonabile a quella dei castelli di sabbia. Nel caso di Silvia Romano, le accuse schiaccianti sarebbero state i soldi del riscatto, l’abito indossato, il sorriso troppo splendente, l’abbraccio senza mascherina, la conversione all’Islam.

Come spesso accadeva in passato, non è raro che le accuse partano non solo da opinioni personali ma anche da delazioni (denunciare segretamente) attuali incarnate nelle forme delle fake news. Messe in circolo da sciacalli delle penne oscure. Le penne, anzi le tastiere su cui scrivere sono armi potenti come coltelli e antiche guillotines. 

E il primo pericolo, tra i più insidiosi viene da noi stessi. Precisamente dalla fame cieca e non selettiva con cui vengono fagocitate le notizie. E proprio a proposito di questo The Science Post ha lanciato un esperimento semplice ma dalle conclusioni spiazzanti. Ha pubblicato un articolo che conteneva al suo interno solo dei  «lorem ipsum» delle bozze, degli appunti degli autori. Il titolo ironicamente era “Il 70 per cento degli utenti Facebook legge solo i titoli delle notizie scientifiche prima di commentarle”. 

Risultato: questo articolo è stato postato e condiviso migliaia di volte. La gente quindi attratta dalla golosità di quel titolo aveva condiviso l’eclatante notizia senza nemmeno leggerne il contenuto non rendendosi conto dello scherzetto fatto. 

Selezionare le informazioni veritiere è diventato sempre più difficile. E le trappole non vengono solo dalle manipolazioni del web ma da noi stessi e dalla nostra capacità di prestare attenzione. La grande quantità di materiale in circolazione, l’altissima frequenza di stimolazione non gioca di certo a nostro favore. 

Il rischio è che in questo magma indistinto di informazioni e stimoli non si riesca più a fare una attenta ed accurata selezione. Ritrovandoci ad essere catturati da qualsiasi stimolo faccia breccia in noi. Come il titolo interessante del giornale condiviso senza leggere nemmeno il contenuto. Sembrerebbe che basti farsi un’idea generale tanto s’è capito e condividere.

Questo quadro diventa ancor più complicato se pensiamo a come le emozioni spesso mal gestite e poco digerite intervengano in quei processi di selezione prima e di giudizio dell’informazione poi. La lava delle emozioni si riversa sulle nuove piazze bruciando tutto quello che incontra senza fare distinzione alcuna e spandendosi impetuosa e incandescente, quello che lascia dietro è terra arsa e giudizi lancinanti e pericolosi. 

Inoltre le pressioni sociali del momento storico giocano anch’esse a sfavore nel privilegiare come valori quelli  della velocità e della prestazione, bisogna essere sempre aggiornati, stare sul pezzo. Certamente questo ha un impatto importante su quello che deve essere un processo calmo di attenta selezione e discriminazione, di accurata analisi. 

In un clima psicologico di questo tipo è facile che una miccia faccia divampare incendi. Incendi di sfoghi, di insulti e di polemiche che oltre a non avere sempre delle solide fondamenta trovano spesso delle calamite umane, dei capri espiatori. 

La libertà di espressione è una cosa sacra e santa. Ma insieme a questa è necessario avere una consapevole responsabilità dei contenuti espressi e una cura delle modalità scelte.

Distinguere il suono in mezzo al rumore assordante non è sempre facile ed è anche cognitivamente faticoso. Motivo per cui alle risorse attentive e di memoria si aggiunge quella fondamentale della motivazione. Motivazione a comprendere, analizzare prima di emettere giudizi ed accuse pubblicamente. Perché come sappiamo non c’è più sordo di chi non vuol sentire e cieco di chi non vuol vedere. 

E per una volta non aspettatevi come risorsa quella della gettonatissima resilienza. Parola vietata dal Comune di Bugliano con tanto di multa da 25 euro. Scelta assolutamente anticostituzionale! Bisognerebbe scendere in piazza per manifestare contro questa decisione del sindaco Fabio Buggiani.  Bisogna solo trovare il paese ed il sindaco… 😉

Qualche consiglio per evitare di incappare in fake news e in giudizi troppo precoci: 

Verificare le fonti di lettura, la data ed i nomi (come nel caso di Bugliano anche un ripasso di geografia)

Leggere per intero gli articoli

Prediligere la qualità alla quantità

Mettere a confronto diversi articoli dello stesso tema

Senza bisogno di ricorrere a restrizioni legislative, al controllo del Leviatano, siamo promotori di libero scambio. Libero da quelli che sono i nostri personali giudizi dettati dalle nostre storie personali e dalle nostre emozioni.