I cinque ingredienti della felicità

In un liceo di una piccola provincia italiana un’insegnante di latino e un padre si incontrarono per un colloquio sull’andamento scolastico di un’alunna. 

“La ragazza non studia a sufficienza, si distrae spesso e non è costante” disse la professoressa, “e dovrebbe vedere con che razza di persone si frequenta”. Silenzio.

Poi ancora, “Le dovrò dare il debito anche quest’anno e ho saputo dalla collega che probabilmente avrà anche quello in matematica”. Silenzio. Allora aggiunse “Anche la condotta non è delle migliori, il mese scorso ha preso una nota per essere scesa a fumare una sigaretta tra una lezione e l’altra insieme ad altre sue compagne di classe, non so se la madre glielo ha detto”.

Ci fu un’altra breve pausa e poi il padre finalmente prese parola: “Professoressa la ringrazio per questi aggiornamenti, io e la mia ex moglie certamente vedremo come affrontare la questione. C’è però una cosa più importante che mi preme sapere…”.

“Mi dica.”

“Secondo lei, mia figlia è felice?”

Silenzio.

La felicità  è senza dubbio uno dei misteri più grandi della vita, di cui nessuno è ancora mai riuscito a dare una definizione ultima e dirimente: filosofi, pensatori e ricercatori hanno da sempre cercato di catturarne l’essenza e rispondere alla domanda “quali sono le variabili significative che contribuiscono a rendere una persona felice?” o, in altri termini, “come si fa ad essere felici?”.

A fronte dei miei studi in psicologia e delle tante storie di vita che custodisco grazie alla mia professione, tendo a pensare alla felicità come l’ha proposta Thomas Jefferson nella dichiarazione di Indipendenza americana, ovvero come un diritto inalienabile di tutti gli individui e come un qualcosa che non si ha, ma si persegue.

“We hold these truths to be self-evident: that all men are created equal; that they are endowed by their Creator with certain unalienable rights; that among these are life, liberty, and the pursuit of Happiness” 

 La felicità è una scelta di stile di vita, una forma-mentis propria di quelle persone che, prima ancora di pensare di averla raggiunta, ritengono di meritarsela e di poterla porre in cima alle priorità della propria esistenza. Troppo spesso gli individui, invece, rincorrono altri obiettivi, come ad esempio il successo, l’accumulo di ricchezza, un status sociale elevato ecc. La nostra società è sempre più concentrata sull’accumulo di possedimenti, di qualifiche, di soldi, di etichette sociali: “più ne hai e più la vita ti sta andando bene” pensiamo. Come l’insegnante di latino di quella ragazza del liceo che, concentrata sui successi scolastici, rimase disarmata di fronte ad un padre che le chiedeva se sua figlia fosse felice. Ma, a pensarci bene, quale altro scopo dovrebbe avere un genitore? Quale obiettivo più grande si può perseguire durante una vita? E, infondo, se sei felice, chi può dirti che non hai successo?

Vediamo quindi insieme che cosa sappiamo oggi, grazie agli studi attenti e alle riflessioni di alcuni dei più grandi pensatori della storia, sulle cinque variabili più importanti per condurre una vita all’insegna della felicità.

Indipendenza e libertà

 Il filosofo greco Epicuro, già nel III secolo a.c., parlava di felicità come la “capacità di vivere con quanto basta” o in altri termini “la capacità di bastare a sé stessi”. Lui riteneva, infatti, che tutti i piaceri passeggeri della vita atti a soddisfare bisogni non necessari (come mangiare in ristoranti lussuosi, vestirsi alla moda, accumulare più soldi di quelli che servono per vivere dignitosamente ecc.) siano il grande nemico della felicità in quanto non possono mai realmente essere soddisfatti: ci sarà sempre un altro ristorante da provare, una nuova moda, o la possibilità di diventare più ricchi. L’uomo felice, invece, a suo avviso non ha bisogno di tutto questo perché sa godere dei piccoli piaceri che sono già insiti nella sua natura: mangiare e dissetarsi, ad esempio.

Già allora si percepiva forte la nozione, poi dimostrata dalle ricerche contemporanee, per cui uno dei grandi ingredienti della felicità sia l’indipendenza. L’indipendenza intensa non come autonomia economica e sociale (anche se questa chiaramente può essere un facilitatore), bensì come libertà di pensiero: la capacità di sentirsi causa della vita e non effetto, di assumersi la responsabilità del proprio benessere senza delegarlo a nessun altra persona, condizione o cosa.

Amore e relazioni significative

Un fatto riconosciuto e condiviso da tutta la comunità scientifica è che evolutivamente il grande “cavallo di battaglia” dell’essere umano, rispetto alle altre specie terrestri, è lo sviluppo del linguaggio. Questo comporta che il nostro benessere, essendo animali sociali, dipende largamente dalla salute delle nostre relazioni. Siamo, in altri termini, neuro-biologicamente programmati per vivere in continua interazione con gli altri, curarci delle relazioni, amare ed essere amati.

Alla luce di questi assunti, diventa chiaro che tanto più si fa spazio all’amore e alle relazioni significative ed autentiche, quanta più serenità e felicità si attrae a sé. Per quanto ci piace pensare di non avere bisogno di riconoscimento (“a me non interessa quello che pensano gli altri di me” diciamo), si tratta di un auto-inganno: le relazioni ci fanno da specchio, volenti o nolenti, e il modo in cui gli altri si rapportano a noi ci parla, restituendoci la nostra identità.

E poi, per dirla con George Clooney in Tra le nuvole, “Pensa ai momenti più felici della tua vita. Eri forse da solo?”.

Senso di scopo e motivazione

 Secondo la filosofia giapponese il metodo per vivere più a lungo e più felici è trovare il proprio ikigai. Letteralmente significa “il motivo per alzarsi al mattino” e si esplicita nel punto di convergenza tra passione, ciò che si ama, missione, ciò che serve al mondo, vocazione, ciò che sai fare, professione, qualche cosa per cui essere pagato.

Certamente un fattore che, anche nella ricerca occidentale, si è dimostrato imprescindibile per vivere una vita piena e felice è il senso di scopo: avere una direzione da perseguire, una motivazione per svegliarci al mattino, appunto. Non a caso una delle fasi di vita più critiche oggi giorno è il pensionamento, in cui sempre più raramente si diventa nonni perché le nuove generazioni fanno meno figli di un tempo, ancor più raramente si viene considerati “saggi” e così, d’un tratto si perde passione, missione, vocazione e professione tutte in una volta.

Abbiamo bisogno di percepire la nostra vita non come fine a sé stessa, ma come direzionata a qualche cosa che trascende il quotidiano: l’espressione dei propri valori e la loro diffusione, la costruzione di un progetto personale o di carriera, la devozione ad un impegno sociale, la creazione di una miglior vita per i propri figli ecc.

Moto e proattività

 A braccetto con l’esigenza di avere una direzione e uno scopo nella vita, troviamo il bisogno di percepire il moto: sentire che stiamo, più o meno lentamente, procedendo.

Molte persone invece hanno il vizio di fermarsi, non agire e di perdersi nei meandri dei propri pensieri, in quando cadono nella trappola di pensare di poter progettare la felicità a tavolino. Dedicano tempo a elucubrazioni articolate su che cosa sia corretto o giusto fare per raggiungere i propri scopi, analizzano diverse possibilità e scenari, ma domanda dopo domanda rendono impossibile qualsiasi risposta. Alla fine non fanno altro che immobilizzarsi sempre più, intrappolati nel dubbio e nel timore di sbagliare.

È stato invece rilevato da molti studiosi come la proattività sia un fattore che fa la differenza nel determinare la qualità di vita di una persona: in altri termini la felicità si fa, non si pensa. È chiaro che la riflessione e l’introspezione sono mezzi psicologici utili e potenti, segno di intelligenza e cultura, ma vanno dosati con attenzione perché possono diventare un terreno molto scivoloso. Di fronte ad un dubbio che non trova soluzione la persona felice si butta, lancia una monetina e inizia a “fare qualche cosa”, consapevole che nel continuare a procedere troverà la propria strada più facilmente: se imbocca quella giusta tanto meglio, ma se sceglie quella sbagliata sa che lo capirà presto e potrà agire di conseguenza. In entrambi i casi avrà fatto un passo avanti.

Flessibilità e resilienza

 Ultima, ma non per importanza, caratteristica centrale di una persona felice è la capacità di affrontare l’infelicità. Può sembrare un paradosso forse, ma a pensarci bene non è pensabile immaginare una vita priva di infelicità, di sofferenza, di difficoltà. Per questo tanto più un individuo impara a stare anche nella sofferenza e ad essere flessibile, adattandosi alle diverse condizioni che la vita gli presenta, tanto più potrà sviluppare la grande qualità che chiamiamo resilienza (dal lat. resiliens, “rimbalzare”).

Una persona felice è pressoché sempre una persona resiliente, ovvero qualcuno in grado di fronteggiare traumi e difficoltà in modo elastico, trasformandoli in opportunità per la crescita e il cambiamento. La felicità quindi non è propria di chi  scappa dalla sofferenza, stando alla larga da questioni critiche o che semplicemente “pensa positivo”. Il trucco sta invece nell’imparare ad abbracciare le difficoltà senza scappare, mutandole lentamente in qualcosa che fortifica anziché distruggere, in occasioni per conoscere meglio sé stessi riuscendo così, anche se sommersi nelle proprie lacrime, a rialzarsi.

Ora, conosciuti i cinque ingredienti verrebbe da chiedersi come vanno dosati…

Infatti, il dibattito più grande oggi giorno è su quale di queste qualità sia la più significativa per condurre una vita all’insegna della felicità: è più importante l’indipendenza o l’amore? La motivazione a portare a termine uno scopo o la flessibilità? E così via.

Personalmente ritengo che siano tutte e cinque necessarie, ma nessuna sufficiente, come in una ricetta appunto: ogni ingrediente ha il suo ruolo e senza di esso la torta non sarà la stessa.

Penso anche che siano qualità difficili da interiorizzare e fare proprie: sono semi che un genitore può piantare nell’infanzia e li vedrà crescere molti anni dopo, oppure possono essere piantati da adulti e potrebbero richiedere il doppio della cura per sbocciare. In entrambi i casi è necessario annaffiare il terreno e fare un grande lavoro interiore, di maturazione, di accettazione e soprattutto di amore verso sé stessi.

Fatica, lacrime e sudore fanno parte di questo percorso ma, alla fine, il gioco vale la candela.

“Quando andai a scuola, mi domandarono come volessi essere da grande. Io scrissi “felice”. Mi dissero che non avevo capito il compito, e io dissi loro che non avevano capito la vita.” John Lennon