Il paradosso moderno della rabbia

Basta aprire un quotidiano, ascoltare un telegiornale o scrollare la bacheca dei propri social network, per rendersi immediatamente conto che il sentire dell’uomo contemporaneo è permeato sempre più da emozioni di risentimento, frustrazione e rabbia. Questa emozione, antica quanto la vita stessa, ha assunto un ruolo centrale nella comunicazione moderna, e come un virus (per non dire il virus) si propaga da un individuo all’altro, di comunità in comunità, come risposta primaria e apparentemente indiscussa che abbiamo scelto per affrontare “ciò che non va”. Ma la stiamo usando bene, questa rabbia?

Per rispondere sono costretta un fare un passo indietro e mi dovete permettere una breve lezio su che cosa sia poi, alla fine dei conti, tale emozione. Meglio ancora, su quale sia la sua funzione.

Da Darwin in poi sappiamo che tutti i fenomeni naturali esistono in quanto utili alla sopravvivenza della specie e che, altrimenti, vanno incontro all’estinzione. Le emozioni non fanno eccezione, in particolare quelle primordiali e universali di cui la rabbia fa parte. Essa infatti è annoverata tra quelle che in gergo psicologico vengono chiamate le “emozioni primarie”, quei moti interiori che rientrano nel bagaglio psico-fisiologico di tutti gli individui dalla nascita, a prescindere dalle caratteristiche personali e dal contesto familiare o culturale. Esse sono, tra l’altro, presenti anche nelle altre specie animali.

La prima realtà di cui prendere atto è perciò questa: arrabbiarsi è assolutamente naturale; anzi sarebbe anormale, per non dire patologico, il contrario. Secondo punto importante da considerare è che la funzione evoluzionistica della rabbia è il cambiamento e gli esperti su questo sono allineati. Ci arrabbiamo quando percepiamo qualcosa di scorretto che richiede un intervento e il nostro organismo si accende, preparandosi a (re)agire: aumenta il battito cardiaco, pulsa più sangue nella periferia del corpo, aumenta la tensione muscolare e la sudorazione, e così via.

Quante cose non si sarebbero evolute nella società senza la rabbia? Con ogni probabilità vi sarebbe ancora la schiavitù, magari le donne tuttora non potrebbero votare o, più in generale, il concetto stesso di “diritto” avrebbe un significato completamente diverso. Semplicemente, sarebbe un altro mondo.

La rabbia ci fa pensare “così non va, le cose devono cambiare!” e, a differenza di altre emozioni, ci attiva, ci fornisce l’energia fisica e psicologica per intervenire di conseguenza.

Oggi giorno, però, quanti di noi sanno quali siano le funzioni delle proprie emozioni? Queste cose purtroppo non ce le insegna più nessuno, abbiamo smesso di considerarle importarti e l’analfabetismo emotivo che ne è derivato nella società, in particolare in quella occidentale (dobbiamo nostro malgrado ammetterlo), ha portato ad una rivoluzione dell’uso e del significato della rabbia, sempre più frequentemente fine a sé stessa. Mi spiego: arrabbiarsi, infuriarsi, dichiarare il proprio disappunto oggi giorno sembra bastarci: “la situazione non mi sta bene e mi sono arrabbiato, che altro dovevo fare?”, “ho scritto un post su Facebook, che altro dovevo fare?”, “ho imprecato e me ne sono andato sbattendo la porta, che altro dovevo fare?”. La rabbia diventa l’alibi per non aggiungere altro, per sentirsi soddisfatti del proprio comportamento, per mettere a posto la coscienza illudendosi di aver fatto la propria parte. Ci siamo dimenticati che, invece, nasce in quanto strumento. Sarebbe come dire, perdonate la banalità dell’esempio, che se devo appendere un quadro al muro mi accontento di prendere il martello in mano per poi riappoggiarlo nella cassetta degli attrezzi. Stiamo generando un paradosso psicologico: ci arrabbiamo per mantenere lo status quo, anziché per alterarlo.

Chi fa il mio mestiere incontra tutti i giorni i risultati di tale “inversione di tendenza”, accorgendosi che ne paghiamo il prezzo. Il nostro corpo infatti continua a fare ciò che ha sempre fatto e quando ci arrabbiamo, si attiva. Ma se non mettiamo in campo nulla per contribuire al cambiamento, l’energia rimane inespressa e così si trasforma. La rabbia da antidoto diventa veleno, e corrode: perché da qualche parte quell’energia deve pure andare e se non la veicoliamo verso il cambiamento, assume le sembianze dell’aggressività, scatenandosi contro gli altri, oppure della lamentela nichilista, generando ansia e depressione. Se non esplodiamo, implodiamo.

Ora, per non incorrere io medesima nell’errore di parlare solo di tutto ciò che non va, lasciando a bocca asciutta i più audaci, vi racconto come possiamo riappropriarci della rabbia nella sua versione originaria, sana e funzionale.

PRIMO PASSO: RICONOSCERLA

Erica, 34 anni

“Dott.ssa ieri ho pianto tutto il giorno”

“Che cosa ti ha fatto piangere, Erica?”

“Alla fine ho preso coraggio e la settimana scorsa ho detto a Valerio come mi sento rispetto al fatto che lui ha vent’anni anni in più di me. Gli ho detto che la nostra differenza di età mi spaventa per il futuro. Lui se l’è presa, dice che l’età non conta ed è solo un numero, che è un problema mio.”

“E come ti sei sentita quando ti ha detto questo?”

“No ma aspetta, non è finita qui. Poi io gli ho detto che penso invece che lo dovremmo affrontare insieme, ma lui non capisce. Abbiamo litigato e ora mi ha bloccato da tutte le parti.”

“Ti ha bloccato?”

“Sì è da cinque giorni che è sparito, non posso contattarlo da nessuna parte e io non so che cosa devo fare.”

“Prima ancora di capire cosa fare, Erica, mi racconti come ti senti?”

“Male”

“Che tipo di male senti?”

“Non lo so. Vorrei sapere che cosa devo fare: non so se andare a casa sua per chiedergli scusa,  aspettare che si rifaccia vivo, chiamare sua sorella per sapere se sa qualche cosa che io non so…”

“Sai, cercare di capire cosa fare senza sapere come ci si sente, è un po’ come guidare senza conoscere la segnaletica stradale.”

“Mi sento sempre agitata, piango perché non posso farci niente. Mi ha bloccata! Ti rendi conto? Meno male che dovrebbe essere lui quello maturo!”

“Capisco la frustrazione. Cosa vorresti fare, se potessi contattarlo?”

“Parlargli, dirgli che sbaglia a comportarsi così, che è un cretino!”

“Ti senti arrabbiata?”

“Sì, esatto, sono arrabbiata. Lo vorrei mandare a quel paese e invece non posso nemmeno parlargli, perché ha interrotto qualsiasi comunicazione, come se avessi sbagliato io.”

“Quindi, per cosa vorresti chiedergli scusa?”

“Chiedergli scusa?”

“Sì, prima dicevi che non sai se chiedergli scusa. Ma è così che ti senti?”

“In effetti proprio no.”

 Alla fine Valerio ricomparse qualche giorno dopo, dicendo di aver avuto bisogno di tempo per sé stesso. Erica gli spiegò che al di là del problema della differenza d’età, non era disposta ad accettare di essere lasciata da sola di fronte alle difficoltà e di avere bisogno di un compagno di vita, nel bene e nel male. Dopo averla ascoltata, Valerio le chiese scusa.

Morale? Riconoscere le emozioni che si provano e dare loro credito nel guidare le proprie scelte è il primo passo per condurre un’esistenza serena, fatta di relazioni autentiche. Se non ci accorgiamo quale sia il senso del malessere che proviamo, se non riconosciamo la rabbia quando si presenta e non le diamo credito, sarà molto difficile comprendere su che cosa dobbiamo lavorare. Troppo spesso accade di accorgersi solo con il famigerato “senno di poi” di aver agito per rabbia; oppure di fare per norma sociale azioni contrarie al nostro sentire, imprigionando la rabbia dentro di sé, senza spazi di espressione. Abbiamo stabilito che ci sono situazioni in cui “bisogna stare calmi”, altre in cui “la rabbia è sintomo di debolezza”, altre ancora in cui invece “se mi arrabbio sono forte e potente”. Abbiamo deciso arbitrariamente, a priori, come ci dobbiamo sentire a seconda delle circostanze e abbiamo smesso di chiederci come ci sentiamo veramente.

Quindi, in poche parole: se sei arrabbiato, prima di tutto, facci caso.

SECONDO PASSO: CANALIZZARLA

Mario, 57 anni

“Dott.ssa ho avuto un’altra esplosione di rabbia questa settimana”

“Hai voglia di raccontarmela, Mario?”

“C’è un problema a lavoro da me, mi chiedono di inviare le foto dei lavori che faccio ai clienti con il mio cellulare. Io non lo trovo giusto. Non voglio che i clienti abbiano il mio numero privato.”

“Lo hai fatto presente al tuo datore di lavoro?”

“Eccome, ci ho provato, ma non capisce nulla. Mi ha buttato giù il telefono.”

“Glielo hai detto al telefono?”

“Sì, perché mi ha chiamato per chiedermi perché non avevo ancora inviato le ultime foto al cliente, io gli ho detto che forse il cellulare non prendeva bene ma che comunque dovrebbero fornirci loro un dispositivo per farlo.”

“E lui ha buttato giù?”

“Sì, mi ha detto che non aveva tempo per discutere e mi ha buttato giù.”

“E tu?”

“Io sono esploso, quando sono tornato in azienda sono entrato nel suo studio e ho urlato… non mi ricordo bene che cosa gli ho detto… ma insomma, ho detto che questa storia che devo usare il mio telefono deve finire, che sono degli approfittatori e poi me ne sono andato.”

“Ho capito. Ora sei ancora arrabbiato oppure ti è passata?”

“Ancora arrabbiato.”

“Quindi urlare non ti è servito a granché.”

“No.”

“Mario, vorrei capire meglio una cosa. Quando il tuo datore ti ha chiamato tu non sei esploso subito. Quindi la faccenda del telefono inizialmente non era così infuriante per te?”

“All’inizio ero calmo, stavo solo esprimendo il mio punto di vista.”

“E che cos’è che ti ha fatto esplodere?”

“Beh, come mi ha trattato. Il fatto che mi ha buttato giù il telefono, come se non contasse nulla il mio parere. Non lo trovo rispettoso.”

“E questo glielo hai detto?”

“Che cosa?”

“Che credi sia una mancanza di rispetto buttarti giù il telefono e che ti fa sentire come se non contassi nulla.”

“Ah. No. Questo non gliel’ho detto.”

Morale? Il secondo passo, una volta riconosciuta e accolta l’emozione della rabbia, è comprendere quale sia il cambiamento desiderato. Come abbiamo visto, la rabbia ci fornisce l’energia fisica e psicologica per intervenire ma, per tornare all’analogia del martello, dobbiamo assicurarci di non mancare il chiodo. La rabbia ha bisogno di essere canalizzata, cioè fatta defluire in modo assertivo e salutare, così da promuovere il cambiamento auspicato. Quante volte, invece, capita di essere arrabbiati nei confronti di qualcuno e di prendercela, invece, con qualcun altro che non c’entra nulla, solo perché ad un certo punto dobbiamo sfogare l’energia accumulata da qualche parte? Un genitore, il vicino di casa, il governo, l’universo, chiunque sia “a tiro”.

In altri casi, manchiamo proprio il focus e come Mario facciamo una sfuriata senza nemmeno parlare della questione che più di tutte ci ha fatto arrabbiare. Oppure, peggio ancora, teniamo la rabbia nascosta e così lasciamo che ci logori dentro.

La rabbia va espressa prima che diventi aggressività, verso sé stessi o verso gli altri. Ognuno può trovare le sue forme per canalizzarla: parlare, scrivere, cantare, disegnare, e tutto quello che ci consente di tirarla fuori da noi, osservarla e comprenderne l’essenza.

TERZO PASSO: TRASFORMARLA

Giorgio, 23 anni

“Dott.ssa, è giusto che una persona che ha studiato e ha una laurea guadagni mille euro in meno di una che invece si è fermata alle superiori?”

“Tu che cosa ne pensi?”

“Sto pensando di lasciare gli studi”

“Ah. Per guadagnare mille euro in più?”

“Sì, questa storia che un magazziniere fa così tanti soldi e che io se tutto va bene troverò uno stage con solo il rimborso spese è veramente ingiusta. Chi è l’imbecille che ha congeniato una società di questo tipo?”

“Dici che sia stato uno solo?”

“No, in effetti. Probabilmente siamo tutti imbecilli.”

“Ah sì, può essere. Allora dimmi, come sei arrivato a queste conclusioni?”

“Parlando con un mio amico che fa il magazziniere. Quando mi ha detto quanto guadagna mi è letteralmente esploso il cervello!”

“Che cos’è che ti ha fatto così arrabbiare quindi?”

“Lui mi guardava dall’alto al basso, come a dirmi: <ti senti tanto bravo a studiare ma quello furbo sono io>”.

“E tu sei d’accordo con lui.”

“Beh no, non lo so se sono d’accordo.”

“Però stai considerando l’idea di lasciare gli studi, o sbaglio?”

“Diciamo che mi ha confuso”

“Mi sembra di capire, correggimi se sbaglio, che ti abbia fatto arrabbiare perché ti ha dato dello sciocco per aver scelto di studiare”

“Sì esatto, faceva l’altezzoso perché si può permettere un affitto e le vacanze. Io invece sono ancora a casa dei miei. Mi sono sentito piccolo, immaturo. Ora non riesco a pensare ad altro.”

Mettiamo in stand-by un momento il racconto per fare il punto di quello che abbiamo visto sin qui. Se Giorgio non avesse prestato attenzione al suo sentire, come nel caso di Erica, avrebbe potuto chiudere la faccenda decretando che il suo amico si sbagliava, magari dicendoglielo pure in modo aggressivo, per poi continuare la sua vita come se nulla fosse e, con ogni probabilità, la frustrazione prima o poi si sarebbe riaffacciata. Se Giorgio poi non avesse compreso di essersi arrabbiato per come l’amico lo aveva trattato, guardandolo dall’alto al basso, avrebbe potuto pensare che la cosa da cambiare fosse il suo percorso universitario. E in effetti, per un attimo, aveva anche considerato l’ipotesi di  lasciare gli studi. Poi però ha centrato il punto e, nelle settimane successive al colloquio sopra citato, fece l’esercizio di scrivere tutti i giorni una lettera al suo amico, in cui esprimeva tutta la rabbia che sentiva nei suoi confronti; poi, come da me indicato, dopo averla scritta la strappava, senza inviarla e senza rileggerla lui stesso.

“Dott.ssa non credo di essere più arrabbiato con il mio amico”

“Ah no? Che cosa è cambiato?”

“Scrivendo, scrivendo, mi sono sempre più calmato”

“Hai espresso la tua rabbia e poi una volta fuori di te non l’hai più sentita dentro”

“Sì proprio così, non sento più la rabbia. Ma sono comunque convinto del fatto che lui non mi deve trattare così.”

“E pensi ancora di interrompere gli studi?”

“No, quella era una fesseria del momento. Rimane però il fatto che non voglio più sentirmi piccolo o scemo perché studio anziché lavorare, voglio essere orgoglioso delle mie scelte.”

“Ecco, era questo il senso della rabbia, mostrarti che ci sono delle cose che devi cambiare, dentro di te”

“Essere più sicuro di me?”

“Te la pongo così: che cosa è importante per te, nella tua vita, per sentirti grande?”

“Ah bella domanda!”

 La risposta alla domanda che gli avevo posto Giorgio la trovò qualche settimana più tardi: “l’indipendenza” mi disse. Giorgio continuò gli studi, ma decise anche di lavorare presso la biblioteca della sua università per iniziare a guadagnare qualcosa. Qualche mese dopo andò in viaggio con il suo amico ad Ibiza, pagandoselo da sé, sentendosi grande.

Morale? Una volta riconosciuta e canalizzata, la rabbia può essere trasformata in grinta, in azione concreta per migliorare la propria condizione interiore e, così, la propria vita.

Oggi giorno il rischio che corriamo è quello di scambiare la violenza e l’aggressività per rabbia, e di legittimarle. Esse tuttavia non portano al cambiamento ma alla stasi, perché sono espressioni fuori-focus di un’energia interiore accumulata ma mai riconosciuta. Il rischio ancora più grande è che mano a mano che ci si rende conto che la strategia non funziona, anzi spesso peggiora la situazione, ci si arrende. “Arrabbiarsi non serve” pensiamo, “protestare non serve”, “dire la propria non serve”. Così sprofondiamo nell’immobilità, teniamo la frustrazione vicina al cuore, dove marcisce. Si trasforma in depressione, apatia, angoscia.

Allora, se sei arrivato a leggere sin qui, ti ringrazio per l’attenzione e ti ripropongo la domanda del principio: la stai usando bene, questa rabbia?