Musicoterapia & Demenza. La via per una nuova comunicazione

Quello di cui ti parlerò oggi è uno degli argomenti principe dei miei attuali lavori di ricerca. La musicoterapia, in particolare quella usata per il sostegno di persone affette da demenza.

La musica… un fantastico strumento alla portata di tutti e che presenta un grandissimo potere, sia per la nostra mente che per il nostro organismo.

La musica è intrinsecamente connessa alle nostre emozioni e cognizione. Sin da bambini siamo esposti a stimoli musicali ancora prima che il nostro linguaggio si sia sviluppato. Basti pensare alle ninne nanne che i nostri genitori ci cantavano; o quando da più grandicelli, all’asilo o alla scuola elementare, ci ritrovavamo a cantare a squarciagola canzoni Natalizie indossando un vestito da angioletto con tanto di aureola (sicuramente penso sara’ capitato pure a te!).

E questa esposizione continua lungo l’arco di tutta la nostra vita fino a quando anche le capacità comunicative possono perdersi.

Per questo la musica risulta essere uno degli strumenti che permette di attivare e stimolare diverse parti del nostro cervello, molte di più rispetto al semplice linguaggio.
Ed è da qui che la musica può essere usata come mezzo di comunicazione per interagire con coloro che possono presentare demenza e con le quali può sembrare persa qualsiasi forma di dialogo.

Ma prima di vedere per bene come funziona la musicoterapia e prima di darti qualche piccolo consiglio su come utilizzare la musica con un tuo caro che può presentare una qualche forma di demenza, vorrei darti un piccolo quadro generale sull’invecchiamento e sulla demenza, in modo da fornirti un’ottica di come la musicoterapia possa essere utile per persone che soffrono di questo disturbo.

Anziani demenza e musicoterapia

Con l’aumento della popolazione anziana, aumenta anche l’esigenza di comprendere ed approfondire meglio i problemi di salute fisica, mentale ed emozionale legati all’invecchiamento.

Tra questi vi sono: un generale indebolimento dei sensi, un declino della mobilità e cambiamenti a livello cognitivo (Kukull & Ganguly, 2000). Non tutte le abilità risentono però dell’età. Gli psicologi Horn e Cattel (1966) distinguono tali abilità in “componenti fluide”, quali ragionamento, memoria, pensiero astratto, che sono sensibili all’età e “componenti cristallizzate”, abilità legate alle esperienze accumulate che si mantengono alquanto stabili con l’età.

Il declino delle capacità cognitive è spesso associato all’insorgenza di demenza.

In un report dell’associazione “Alzheier’s disease international” è emerso come nel 2015 in tutto mondo, 46.8 milioni di persone presentavano una forma di demenza e questo dato si prospetta raddoppierà ogni 20 anni fino a raggiungere i 131.5 milioni nel 2050.

In particolare, ad oggi si può dire che il 5% della popolazione mondiale oltre i 65 anni, e ben il 30% oltre gli 85 presenti una qualche forma di demenza.

Vi sono due principali categorie di demenze: reversibili e degenerative.

Quelle reversibili possono dipendere da cause metaboliche, cioè dovute a delle reazioni bio-chimiche che si svolgono nel nostro organismo; o dovute a delle infiammazioni o infezioni. Di solito tali tipi di demenze si possono risolvere o per lo meno stabilizzare se ne viene corretta la causa.

Le demenze degenerative sono invece quelle di cui sicuramente avrai già sentito nominare (le ahimè famose demenza di Alzheimer e malattia di Parkinson o quella a Corpi di Lewy o vascolare) in cui con l’andare del tempo vi è una procedurale e sistematica morte delle cellule cerebrali che può dipendere, a seconda del tipo, da cause diverse.

Oggi giorno non esistono dei trattamenti efficienti che permettono di “guarire” da questi tipi di disturbi. Ma quello su cui si può agire è il rallentamento del decorso della malattia o la sua prevenzione.

Per quanto concerne lo stato umorale, molte patologie che riguardano il sistema cognitivo si associano ad un aumento della depressione, e questo avviene soprattutto nella popolazione anziana 65+ (Gala et al. 2008).

La prevalenza di depressione maggiore nei pazienti anziani è valutata dal 3% al 42% rispettivamente nella popolazione generale e nei soggetti istituzionalizzati (case di riposo, ospedali).

Per trattare persone affette da demenza e depressione, oltre alle terapie farmacologiche vi sono anche interventi non farmacologici o psicosociali che sono centrati sulla cognizione, sulle emozioni, sul comportamento, sulla stimolazione sensoriale, diretti al caregiver (la persona che assiste principalmente il malato) e centrati sul personale di assistenza e sul sistema di cura.

Effetti della musicoterapia in anziani con demenza

La musicoterapia, è uno di questi interventi specifici che rientra tra gli approcci orientati alla stimolazione sensoriale delle persone affette da demenza, che ha finalità preventive e riabilitative. Pone come punto centrale dell’intervento la stimolazione sonoro-musicale, che ha l’obiettivo di mantenere e/o potenziare abilità cognitive quali: memoria, attenzione, coordinazione senso-motoria, capacità di discriminazione e di aver influenze anche sul piano comportamentale.

Attenzione! Il musicoterapista non è quindi colui che semplicemente “suona, canta e fa ascoltare della musica”.  Ricordiamoci prima di tutto che è un terapista, come lo è uno psicologo, un fisioterapista ecc.
In Inghilterra così come in Italia e altri paesi della comunità Europea, il musicoterapista è una persona qualificata che he ha studiato per almeno 2 anni presso un Istituto specializzato o Università, ha competenze in ambito psicologico-dinamico, cognitivo, relazionale, medico e musicale.
Il suo obiettivo è quello di utilizzare la musica come mezzo di comunicazione e di riabilitazione,  attraverso l’uso di tecniche specifiche, sperimentate e validate.

Se hai un tuo caro che soffre di demenza, ti sarà capitato di vedere come a volte l’ascolto di una determinata musica può ispirare una reazione emozionale. Che sia la loro canzone preferita o il brano musicale del suo matrimonio o una canzone che cantava spesso ai figli. La musica, soprattutto quando è legata alla sfera autobiografica della persona, ridesta ricordi e reazioni che potevano sembrare sepolti.

Diversi studi hanno indagato gli effetti della musicoterapia attiva su pazienti affetti da demenza, in modo da dimostrare la sua efficacia:

Takahashi e Matsushita (2006) dell’università di Juntendo e Toho in Giappone hanno condotto uno studio sugli effetti della musicoterapia in anziani con diagnosi di demenza da moderata a grave. Allo studio, della durata di ben due anni, hanno preso parte 43 soggetti anziani (età media di 83 anni), 24 per il gruppo sperimentale di musicoterapia e 19 per quello di controllo. I ricercatori hanno misurato la pressione del sangue dei soggetti, i livelli di cortisolo nella saliva, e il livello delle funzioni cognitive tramite un test psicologico prima e dopo la prima seduta, dopo 6 mesi, e dopo uno e due anni. Quello che i ricercatori hanno trovato è stato che il gruppo di controllo ha avuto un leggero aumento dei livelli di cortisolo, che indica un aumento dello stress fisico/mentale, rispetto al gruppo sperimentale. La pressione media sistolica del gruppo di controllo era significativamente aumentata nel periodo di due anni rispetto al gruppo sperimentale. Tale aumento può portare ad un maggiore rischio di problemi di sanguinamento cardiovascolare e cerebrale. Mentre per quanto concerne i punteggi ottenuti nei test cognitivi, il gruppo sperimentale si è mantenuto per lo più stabile, mentre è stato osservato un calo della prestazione nel gruppo di controllo. Concludendo, gli autori hanno trovato un effetto positivo a lungo termine per la musicoterapia in pazienti anziani con demenza di tipo moderato-severa.

In uno studio tutto italiano, condotto invece da Raglio e collaboratori nel 2008, si è verificata l’efficacia della Musicoterapia per ridurre i sintomi comportamentali e psicologici della demenza in anziani (detti anche BPSD). Lo studio ha coinvolto ben 59 persone con demenza, suddivise in un gruppo sperimentale che faceva musicoterapia e in uno di controllo che ha ricevuto un altro tipo di intervento non musicale. Prima del trattamento ad ogni partecipante è stata eseguita una batteria di test che misurassero lo stato cognitivo, di salute e comportamentale. E gli stessi test sono stati riproposti dopo 8, 16 e 20 settimane.  Dai risultati è emerso come, anche se la prestazione ai test cognitivi è rimasta stabile nel tempo, vi è stato un decremento significativo dei comportamenti neuropsichiatrici (come allucinazioni, agitazione, disturbo del sonno, aggressività ecc.) rispetto al gruppo di controllo. In oltre è risultata migliorata, sempre per il gruppo sperimentale, la relazione empatica e la partecipazione attiva alle attività di musicoterapia.

Questi dati sono stati riscontrati anche da uno studio condotto da un nostro collaboratore Dr. Ming Hung Hsu, leader dei Musicoterapisti dell’associazione MHA (UK) che da anni si occupa di fornire interventi di musicoterapia a persone anziane in casa di riposo.
Nel suo studio Ming ha riscontrato come un intervento di musicoterapia di 7 mesi abbia portato un miglioramento dei sintomi comportamentali e del benessere psicofisico in coloro che hanno ricevuto l’intervento di musicoterapia.

Questi sono solo alcuni dei numerosi studi che sono stati condotti sugli effetti della musicoterapia e deteriormento cognitivo. Devi sapere che quasi ogni anno ci sono degli esperti che conducono delle revisioni della letteratura su questo tema, le più famose e importanti sono le Cochrane review, che attraverso l’uso di criteri scientifici molto selettivi e “rigidi” selezionano solo gli studi migliori per comprendere l’efficacia di questi interventi, fornendo sempre nuove domande per i ricercatori in modo che possano creare nuovi studi per poter indagare più nello specifico, gli effetti di questa forma di intervento! (ps. Gli studi che abbiamo visto precedentemente sono tra quelli selezionati da questi revisori).


Suggerimenti per l’utilizzo della musica

Anche tu, nel tuo piccolo, puoi fare qualcosa.
Seleziona qualche musica che sai può piacere alla persona interessata e prova a fargliela ascoltare. Se non conosci i suoi gusti prova a vedere tra le raccolte dei sui cd, nastri, dischi per capire almeno il tipo di genere che poteva apprezzare maggiormente in gioventù.

Un consiglio che ti do, se usi servizi internet come youtube o spotify, è di stare attento alle pubblicità che possono comparire e che possono risultare un po’ assordanti e confondenti, andando così ad alterare la persona.

Meglio presentare la musica in sottofondo ambientale tramite l’uso di casse o registratori, in modo da poter controllare più facilmente il volume e adattarlo alle esigenze della persona.
Se riconosci che puoi usare delle cuffie, ti consiglio di evitare gli auricolari perché possono essere scomodi e non facili da sistemare nel padiglione auricolare, meglio delle cuffie come quelle in figura.

Cerca di rimanere vicino al tuo caro mentre ascolta le canzoni, in modo da poter monitorare  la situazione e vedere come reagisce. Se sembra provare disagio ti consiglio di abbassare la musica fino a spegnerla e aspettare un po’, provando poi un altro genere. Nel caso in cui sia possibile una semplice conversazione con la persona, puoi anche chiederle direttamente se le piace o meno.

Se invece vedi che rispondono in maniera positiva, allora prova ad usare la canzone per interagire con loro. Canticchiano? Allora prova a cantare con loro! Battono il ritmo? Batti il ritmo anche tu! (non troppo forte però). Anche se non sembra la tua presenza è importante. Cercare di stabilire una relazione permette di attivare determinate abilità socio-cognitive, che favoriscono il coinvolgimento e la motivazione della persona, andando a sua volta ad influire sull’umore.

Per iniziare, scegli un momento in cui la persona e abbastanza vigile, evita la mattina presto o il primo pomeriggio subito dopo il pranzo.

Inizia con musiche leggere, non troppo dinamiche o energiche. Ad esempio eviterei di far ascoltare come prima canzone “Don’t stop me know” dei Queen, o “Non sono una signora” della Bertè che possono risultare abbastanza forti e vivaci; come anche eviterei come prima canzone di far ascoltare “Caruso” di Dalla in quanto può risultare una canzone molto emotiva e innescare ricordi molto forti nella persona.
Se, e nel caso, queste canzoni potrebbero essere usate come intermezzo, da inserire quindi dopo che la persona avrà iniziato a prendere confidenza e si sarà abituata alla musica.
Ricordiamoci che sono persone fragili, e alcune tipologie di musiche che presentano dei suoni più assordanti possono dar fastidio perché percepite come “martelli pneumatici” in testa!

Per questo ti consiglio nuovamente di aggiustare il volume, se possibile, in modo da regolarlo in base al gusto e alle esigenze della persona.

Un piccolo accorgimento:

Come abbiamo visto prima, la musica è strettamente connessa alla sfera emotiva e alla memoria e quindi potrebbe risvegliare delle emozioni molto forti legate al vissuto della persona, per questo ci tengo a sottolineare l’importanza di stare sempre accanto alla persona durante l’ascolto, così che in caso notassi qualche segno di stress, ti invito a spegnere la musica e a stare vicino alla persona cara, parlardogli in tono gentile e rassicurante.
Alle volte è normale esprimere sentimenti tristi in relazione ad un forte ricordo emotivo associato alla musica, e semplicemente lo stare accanto alla persona durante questo momento, può essere la migliore ed efficace risposta che tu possa donarle.

 

BIBLIOGRAFIA

Gala, C., Peirone, A., Bellodi, S., Pasquale, L., & Redaelli, C. (2008). Depressione e deterioramento cognitivo nell’anziano. G GERONtOL56(1), 25-33.

Horn, J. L., & Cattell, R. B. (1966). Refinement and test of the theory of fluid and crystallized general intelligences. Journal of educational psychology57(5), 253.

Hsu, M. H., Flowerdew, R., Parker, M., Fachner, J., & Odell-Miller, H. (2015). Individual music therapy for managing neuropsychiatric symptoms for people with dementia and their carers: a cluster randomised controlled feasibility study. BMC geriatrics15(1), 84.

Kukull, W. A. & Ganguli, M., (2000). Epidemiology of dementia: Concepts and

Overview. Neurologic Clinics, 18(4), 923-950.

Raglio, A., Bellelli, G., Traficante, D., Gianotti, M., Ubezio, M. C., Villani, D., & Trabucchi, M. (2008). Efficacy of music therapy in the treatment of behavioral and psychiatric symptoms of dementia. Alzheimer Disease & Associated Disorders22(2), 158-162.

Takahashi, T., & Matsushita, H. (2006). Long-term effects of music therapy on elderly with moderate/severe dementia. Journal of Music Therapy43(4), 317-333.