Da ferite a cicatrici: le 10 cose da sapere sul dolore psicologico

Di tutte le emozioni che come psicologi siamo chiamati a curare, il dolore è senza dubbio quella più insidiosa. Se da un lato nella paura, nella rabbia e persino nelle deviazioni del piacere si crea una risposta mentale e corporea di attivazione, di re-azione; il dolore dall’altro inchioda e lascia inermi, apparentemente impotenti e disarmati.

Quando parlo di dolore mi riferisco a quella condizione di profonda afflizione e sofferenza interiore che deriva dall’aver vissuto un evento o condizione particolarmente negativa e potenzialmente traumatica, oppure dall’aver perso qualche cosa o qualcuno di positivo e importante.

Detta così appare chiaro, vero? Ci siamo passati tutti!

Ce lo conferma anche Eugenio Borgna, psichiatra e studioso italiano contemporaneo, che scrive:

“È possibile che un’esistenza si snodi e scorra al di fuori di ogni esperienza di malattia, ma non è possibile che all’esperienza umana sia sottratta la sofferenza”

Il dolore psichico è quindi un’esperienza universale che ognuno di noi conosce molto bene. Tuttavia saperlo affrontare con grazia, in modo salutare ed equilibrato, è tutt’altra partita.

Di seguito quindi ho riassunto in dieci punti le nozioni più rilevanti, da fare proprie, per attrezzarsi nei confronti del dolore.

  1. Il dolore è funzionale. Così come quello fisico, anche il dolore psicologico ha la funzione di segnalarci che c’è una ferita che richiede le nostre cure. Senza di esso non saremmo in grado di accorgerci che determinati avvenimenti sono pericolosi e minacciano il nostro benessere mentale. Quindi, quando ci sentiamo addolorati o feriti la prima cosa da chiederci è: “Che cosa mi fa male?”. Quanto più saremo precisi nel rispondere a questa domanda, individuando e circoscrivendo la ferita, tanto più saremo in grado di prenderci cura adeguatamente del nostro dolore.
  2. Il dolore segnala ciò che è importante. Quando accade qualcosa di significativo nella nostra vita il dolore ci permette di comprenderne a fondo il valore, sia essa una persona, una storia, un avvenimento. Ciò è vero per gli eventi negativi, rispetto ai quali la portata del dolore ci mostra quanto abbiano segnato la traccia della nostra vita, insegnandoci a prenderne le distanze. Ma è anche vero per i fatti positivi, perché nel momento in cui vengono a mancare si trasformano in sofferenza. Avete presente quando si dice: “capisci quanto è importante una persona solo quando la perdi”? Ecco: il principio è il medesimo. Il dolore in alcune circostanze – come nel caso di un lutto – ci permette di attribuire importanza a ciò che non c’è più.
  3. Il dolore è accompagnato da altre emozioni. È raro che a seguito di una esperienza dolorosa non nascano, in seno alla sofferenza pura, anche altre emozioni, quali la rabbia, la paura, l’angoscia e in alcuni casi persino il piacere. Il dolore infatti spesso si cela dietro alla foga di altre istanze che rischiano di prendere il sopravvento, facendoci perdere di vista che ci sono delle ferite di cui prenderci cura. Per questo è importante ricordarsi di non escluderlo e, anzi, di considerarlo come la questione primaria. Se qualcosa ci fa arrabbiare, ci mette ansia oppure se è un periodo in cui ci stiamo abbandonando più del solito a vizi piacevoli, chiediamoci: “C’è un dolore nascosto lì sotto?”
  4.  Dal dolore non si scappa, oppure, per dirla in altri termini, “se lo cacci dalla porta rientra dalla finestra”. Ignorare una sofferenza non è mai utile perché, anche se abbiamo la parvenza di essere riusciti a metterla a tacere, trova sempre il modo per spuntare nuovamente: magari in altra forma attraverso la somatizzazione, oppure travestita da un’emozione diversa, o peggio ancora potrebbe uscire tutta insieme in una volta, in un episodio esplosivo, improvviso e inaspettato. È centrale quindi attraversare il dolore e viverlo tutto, un passo alla volta.
  5.  Il dolore si tratta con l’amore. Sembra banale ma non lo è per nulla: l’amore è l’ingrediente principale della ricetta per trattare con successo una ferita psicologica. La sofferenza ha bisogno dell’affetto che ci possono dare gli altri, che quindi dobbiamo evitare di allontanare rischiando di cadere nell’isolamento e nella solitudine; e la sofferenza ha bisogno anche dell’amore che possiamo dare a noi stessi. Durante l’elaborazione di un dolore è essenziale ricordarsi di prendersi cura di sé: con piccoli gesti come la qualità del cibo e il mantenimento dell’igiene, sino all’occupare il tempo con attività che piacciono: musica, passeggiate, lettura e tutto ciò che si predilige. Nei periodi critici dobbiamo assicurarci di fare spazio sia per gli altri che per noi stessi.
  6.  Il dolore ha bisogno di uno spazio dedicato. In particolar modo quando una sofferenza sembra inseguirci, trasbordando in ogni situazione, è importante costruirle una sua “casa”, ovvero dei confini entro cui potersi esprimere a pieno. Quando stiamo vivendo un dolore forte una delle prime cose da decidere è quali sono i confini giornalieri in cui ci sarà consentito di dare libero sfogo all’emotività. Ognuno può scegliere una modalità a sé più congeniale: una telefonata con una persona cara, a cui chiediamo di poterci ascoltare per trenta minuti al giorno; un’ora di solitudine nella propria stanza in cui piangere; l’ascolto quotidiano di una canzone che rievoca le sensazioni più dolorose; o qualsiasi altra forma che consenta di dire: “Questo è il momento oggi in cui vivrò il mio dolore”.
  7.  Elaborare un dolore fa male. Il motivo per cui tante persone non si concedono alla sofferenza ed evitano di elaborarla è che attraversare il dolore è ancor più “doloroso” del dolore di per sé. È un processo che può diventare lungo e richiede grande forza interiore, perché disinfettare una ferita brucia ma è l’unico modo per evitare ripercussioni ancor peggiori e aiutare la cicatrizzazione.
  8.  Il dolore non scompare mai del tutto. Continuando con la nostra metafora, consideriamo che le ferite più profonde si rimarginano e smettono di fare male ogni volta che le si tocca, ma non scompaiono completamente: diventano una cicatrice, un segno indelebile a ricordo di ciò che è stato importante. Il dolore quindi ha bisogno di entrare a fare parte della biografia di chi lo ha provato, di trovare il suo significato. L’elaborazione consente proprio questo: una ri-narrazione della propria storia di vita così da fare spazio all’episodio doloroso, dandogli un suo ruolo e un suo “perché”.
  9. La scrittura è una forma terapeutica eccellente: non è sicuramente l’unico modo e si possono trovare infinite forme espressive utili e bastevoli all’elaborazione del dolore. È doveroso però sottolineare che la scrittura è tra le forme più studiate e utilizzate in ambito psicologico, in quanto si è dimostrato che porta con sé delle proprietà terapeutiche straordinarie. La scrittura in primis consente di rallentare il dialogo interiore, in quanto l’essere umano in media pensa ad una velocità di 1400 parole/minuto, parla a 125 parole/minuto e scrive a 40 parole/minuto. Scrivere è come vedere i nostri pensieri al rallentatore e rende più semplice selezionare quelli rilevanti e utili. La scrittura quindi permette di fare ordine nella confusione che sentiamo durante l’elaborazione di un dolore, aiutando la “pulizia del pensiero” e creando così una narrazione coerente e sempre più accettabile dell’accaduto. Infine la scrittura genera, poco a poco, una sensazione di distacco emotivo dal contenuto narrato, facendolo uscire simbolicamente dal cuore per essere riposto sulla pagina, fuori da sé.
  10. I dolori passati vanno custoditi. “Il dolore psichico è essenziale alla costituzione dell’IO”, disse Freud, ovvero è importante per la consapevolezza che ognuno ha di sé e della propria storia, grazie alla quale interagisce con il mondo circostante. Una volta elaborato, un dolore lascia un segno indelebile, una cicatrice appunto. L’ultimo passo è quello di scegliere come voler portare questo segno: come condanna o come amuleto?

Il dolore può essere custodito e considerato prezioso, ogni tanto gli si può fare visita, attraverso pensieri e gesti malinconici. Ciò che conta è ricordarsi che quella ferita rimarginata è parte di ciò che ci ha portato ad essere chi siamo.

“Ciò che non mi uccide mi rende più forte” – Friedrich Nietzsche