“Dottore, mi dia l’originale che quell’altro non funziona!”

Il mio mestiere di farmacista è scandito da alcune battute ritmiche ricorrenti, una sorta di strofa-ritornello in cui poter suonare la melodia del proprio lavoro. È interessante riscontrare bisogni frequenti e domande comuni fra la gente che si trova davanti il bancone: sono specchio di quello che possiamo dir loro e ci si può accorgere di un andamento generale o di un’evoluzione progressiva.
E a tempo di valzer ecco alternarsi “Può darmi un consiglio?”, “Certo dica pure”, “Qual è il suo problema?”, “Ma è sicuro che funzioni?”. E fra le altre: “Signora, sa che c’è l’equivalente di questo farmaco?”, “DOTTORE, MI DIA L’ORIGINALE CHE QUELL’ALTRO NON FUNZIONA”.

Cos’è dunque questo equivalente?

Non è altro che un farmaco “originale” a cui è scaduto il brevetto,che normalmente dura 20 anniè quindi replicabile e vendibile anche da altri produttori, fermo restando l’obbligo di richiedere (ed ottenere) un’altra Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC).

BRICIOLE SPARSE DI STORIA E NORMATIVA

   Siamo nel periodo ’95-’96 e in Italia si comincia a legiferare a riguardo: si introduce nell’ordinamento italiano la “nozione di farmaco generico”, di lì a breve infatti sarebbero usciti i primi e non bisognava di certo farsi trovare impreparati!
L’ordinamento italiano in materia di brevetto farmaceutico prevedeva un’estensione eventuale della durata per massimo altri 5 anni, per questo motivo l’Italia arriva leggermente dopo alcuni paesi europei… ma ci arriva! Ed ecco la nostra prima molecola nel ’96: la Ticlopidina, un farmaco antiaggregante, precursore di molte altre.

   Il farmaco equivalente, rispetto all’originale, presenta la stessa concentrazione di principio attivo, la stessa forma farmaceutica (compresse, sciroppo, granulato o quant’altro) e la stessa indicazione terapeutica; non ha ovviamente lo stesso nome commerciale del farmaco originatore che è un marchio registrato, ma può averne un altro a sua volta di fantasia o la pura indicazione del principio attivo con il nome dell’azienda produttrice.
Non è una semplice questione di nomi quella che ha attraversato la storia di questi prodotti: se ad oggi usiamo in maniera sovrapponibile il termine “generico” od “equivalente” non sbagliamo in realtà (salvo alcune simpatiche sviste del tipo il “generale”, il “genetico”, quello “normale”…), ma l’impatto che ebbe l’uso di un termine o di un altro sulla popolazione sia di clienti/pazienti, sia su operatori del settore come medici e farmacisti non fu irrilevante.

   Nel testo dilegge del ’96 infatti erano definiti come “generici”, ma questo poteva evocare poca efficacia forse, poca specificità o non corrispondente identità terapeutica! Tant’è che nel 2005 (legge 149) si passa all’uso di “equivalente”, rifacendosi al più scientifico concetto di bioequivalenza (vedremo fra poco).

   Un farmaco per essere uguale ad un altro (nei limiti – peraltro ristretti – imposti dalle norme di buona preparazione) deve essere prodotto da uno stesso impianto, deve avere lo stesso principio attivo con le stesse caratteristiche fisiche e di purezza, stessi eccipienti e dev’essere prodotto con la stessa lavorazione tecnologica.
Equivalenti ed originali non possono essere perciò identici, l’uno non è la fotocopia dell’altro ma sono sostanzialmente “simili”!… E questa similitudine non porta a differenze terapeutiche rilevanti e maggiori effetti avversi in chi lo assume.

Ma come determinare questa equivalenza terapeutica? Quali parametri considerare?

   Normalmente l’equivalenza fra due farmaci si dimostra tramite ricerche cliniche comparative e seguendo disegni sperimentali, nel caso di equivalenti la si può dimostrare in modo indiretto con degli studi di bioequivalenza che considerano parametri come la concentrazione massima a cui arriva il farmaco e il tempo richiesto per ottenerla.
In poche parole: un farmaco deve rilasciare il principio attivo e renderlo disponibile in quantità necessaria all’organismo perché venga indirizzato ai siti d’azione (ecco cos’è la biodisponibilità) e compia una certa azione terapeutica, facile!
Le biodisponibilità del farmaco originale ed equivalentedevono rientrare in un intervallo accettabile, con una differenza concessa del ±20%: questo intervallo è la BIOEQUIVALENZA.

   La normativa prevede che gli equivalenti abbiano “la stessa composizione quali-quantitativa in principi attivi, la stessa forma farmaceutica e le stesse indicazioni terapeutiche”: non stiamo parlando di una ricetta di cucina da seguire pedissequamente…Nulla viene detto sugli eccipienti!
Gli eccipienti sono i componenti che non hanno importanza tanto per l’azione terapeutica, ma quanto per quella formulativa e di allestimento del medicinale. Sono utili per la produzione, per facilitare l’assunzione o per l’assorbimento sistemico. La composizione degli eccipienti infatti può variare e questo può portare a problematiche non solo riguardanti il rilascio del principio attivo, ma anche di natura alimentare, come allergie o intolleranze.
Lo zucchero comune (saccarosio) è uno degli eccipienti usati in produzione farmaceutica, soprattutto per preparazioni solubili o sciroppi. Provate a pensare un diabetico che non si informasse sulla presenza o meno dello zucchero! Attenzione anche per i celiaci: l’amido di mais può essere un altro eccipiente, nelle capsule ad esempio.

   Altro punto che ad onor del vero dev’essere preso in considerazione, volendo avere una panoramica più completa possibile, è l’influenza delle differenze tecnologiche usate per produrre l’originale o l’equivalente. Per tecnologia voglio intendere la procedura o le innovazioni formulative a cui si ricorre per produrre farmaci: per esempio nei medicinali a rilascio prolungato si usano sistemi brevettati per rilasciare il principio attivo in maniera graduale; il farmaco potrebbe quindi essere fuori brevetto, ma magari non il sistema a rilascio modificato, costringendo così il produttore ad usarne un altro. 

  Ma allora questi equivalenti ricalcano totalmente i farmaci originatori? Soprattutto, “funzionano”? E ancora: l’Italia è stata “brava” e si pone in linea con gli altri paesi europei per quanto riguarda l’uso di equivalenti?

Per ora sospendo queste domande e concludo questa prima parte, ma… arrivederci alla prossima!