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Quanti cervelli abbiamo? Antico e Nuovo

Nella prima parte dell’articolo abbiamo visto che il nostro telencefalo è diviso in due parti, due veri e propri cervelli separati anche se strettamente interconnessi. [Bonus: sapevi che il corpo calloso che li collega è molto più sviluppato nelle donne? Questo sembrerebbe favorire le facoltà verbali e di multitasking femminili]. Ma oggi vedremo le cose da un altro punto di vista, non più destro-sinistro, ma interno-esterno, ovvero dal basso verso l’alto. All’interno del telencefalo infatti, al centro della testa, si trovano delle strutture che dal punto di vista evoluzionistico sono più antiche e simili al cervello animale.

Il tronco encefalico, formato da midollo allungato, ponte e mesencefalo e posto sulla sommità della colonna vertebrale, sottende alle funzioni vitali di base come la respirazione, la salivazione, la capacità di deglutire, etc. In questa zona si trovano anche le decussazioni, ovvero degli “incroci” in cui la maggior parte dei fasci nervosi provenienti da un lato del corpo passa dal lato opposto prima di salire alla parte alta del cervello. Ecco perché è l’emisfero sinistro che controlla la parte destra del corpo e viceversa.

Il diencefalo è formato dal talamo e dall’ipotalamo. Il primo è una specie di stazione relè che processa le informazioni sensoriali, risponde “si” o “no” (modalità acceso o spento) ed invia il risultato alle strutture superiori del telencefalo che si occuperanno ad esempio di muovere il corpo  per reagire agli stimoli ambientali. Il secondo agisce sul sistema nervoso autonomo (riflessi, movimenti dei visceri, ritmo sonno-veglia, temperatura corporea, appetito) e sul sistema endocrino innervando l’ipofisi, una neuro-ghiandola che trasforma importanti informazioni nervose in messaggi ormonali che raggiungeranno poi le altre ghiandole endocrine.

Il telencefalo, come abbiamo già visto, costituisce la parte superiore del cervello. Esso stesso è formato da una parte più interna e da una più esterna dello spessore di 2-4 mm, evolutivamente più recente, detta corteccia cerebrale che, oltre a processare le informazioni sensoriali e motorie, ci permette ad esempio di sviluppare il pensiero astratto, il problem solving e la meta-cognizione, ossia la consapevolezza dei processi cognitivi in corso.

Quanti cervelli abbiamo quindi?

Da questo punto di vista per così dire verticale, possiamo dire di possedere 2 cervelli, uno più antico al centro, detto anche paleoencefalo, ed uno più recente più esterno.

Conoscere questa distinzione è estremamente importante in tantissimi campi applicativi che hanno a che fare con le neuroscienze: dal marketing alla psicologia clinica, dalla neurologia alla mistica, dall’arte alla performance sportiva. Le informazioni emotive infatti sono processate in modo rapidissimo e subconscio dal paleoencefalo, prima di raggiungere la corteccia cerebrale, sede del pensiero razionale. Per questo motivo alcune musiche ci piacciono più di altre, alcune persone ci piacciono “a pelle” più di altre, alcune automobili ci piacciono più di altre, a prescindere da quello che ci raccontiamo poi razionalmente. La corteccia cerebrale poi, a sua volta, invia informazioni regolatorie ai centri paleoencefalici, creando negli anni determinate preferenze conscie, ovvero quei “gusti” che abbiamo. Così finiremo per amare il jazz piuttosto che il blues, il cabernet piuttosto che il prosecco, Caravaggio piuttosto che Van Gogh, Apple piuttosto che Samsung, il Milan piuttosto che la Juve, la montagna piuttosto che il maree così via…

Quando siamo pronti ad identificarci ed etichettarci  come italiani o stranieri, come di destra o di sinistra, come laziali o romanisti, come atei credenti, non dovremmo mai dimenticare che tutto è iniziato anni ed anni prima a livello emotivo ed inconsapevole, e che il nostro paleonecefalo, votato alla sopravvivenza, continuerà a darci le sue informazioni, che ci piaccia o no.

Quanti cervelli abbiamo? Destra e Sinistra

Se tralasciamo qui la suggestiva intuizione dei tempi recenti che vorrebbe paragonare l’intestino ad un secondo cervello e ci concentriamo invece su quello che nei libri di anatomia viene propriamente definito come Encefalo, possiamo affermare con un certo grado di sicurezza che il cervello è soltanto uno, quello contenuto nella scatola cranica e che è separato dal midollo spinale da un piano immaginario convenzionalmente posto al di sotto della decussazione delle piramidi (grazie Wikipedia!).

Della macrostruttura dell’encefalo si conosce quasi tutto da decenni, per non dire secoli. La microstruttura e la funzionalità d’altro canto sono estremamente complesse, e anche se gli studi di neuroimmagine hanno contribuito in maniera decisiva ad aumentarne la conoscenza, molti sono ancora i misteri irrisolti sulla comunicazione tra le varie aree cerebrali e tra le cellule non neuronali. Ma veniamo al titolo: quanti cervelli abbiamo? Le risposte sono diverse, a seconda del punto di vista da cui osserviamo.

Il cervello destro e il cervello sinistro

Immaginiamo di avere a disposizione un manichino esattamente identico ad un essere umano e di voler esaminare il contenuto della testa. Sotto all’osso del cranio, una volta tolto un tessuto protettivo formato da tre membrane, ci imbatteremmo in una struttura di poco meno di 1 kg e mezzo, suddivisa in due aree simmetriche denominate emisferi la cui superficie è costituita da numerose circonvoluzioni, come mostra l’immagine a lato. Questa struttura è detta Telencefalo. Alla sua base troviamo esternamente una struttura più piccola chiamata Cervelletto, in corrispondenza della nuca. Non parleremo del cervelletto in questo articolo, ci accontenteremo di sapere che tra le sue funzioni più conosciute troviamo l’equilibrio posturale, la coordinazione motoria ed alcuni aspetti cognitivi legati all’attenzione e all’apprendimento.

La prima possibile risposta alla domanda “Quanti cervelli abbiamo?” è quindi DUE (tre se contiamo il cervelletto). Comunemente nei siti web e nei libri divulgativi sentiamo parlare di emisfero destro e di emisfero sinistro, e delle incredibili differenze tra i due. In questo senso, come possiamo affermare di avere due occhi, due narici, due mani e due gambe, è altrettanto possibile dire che abbiamo appunto due cervelli: uno destro ed uno sinistro che, certo, comunicano tra loro, ma in alcuni casi sottendono a funzioni diverse se non addirittura opposte. Il cervello sinistro codifica la maggior parte delle informazioni verbali sia legate alla comprensione che alla produzione del linguaggio, è implicato nell’apprendimento dell’aritmetica, percepisce ed elabora le informazioni in modo analitico. Il cervello destro è invece abituato a processare le informazioni in modo sintetico, con una visione globale, e predilige i compiti di orientamento nello spazio. In un certo senso è più sensibile alle informazioni fisiche dell’ambiente a 360°, laddove invece il sinistro, soprattutto nella zona fronte-temporale, tende ad essere più deputato ad operazioni astratte. Quando impariamo le tabelline, quando ascoltiamo una conversazione, quando stiliamo un preventivo, quando portiamo alla memoria categorie simboliche come il concetto di “gatto” stiamo attivando maggiormente le regioni frontali e temporali dell’emisfero sinistro. Il destro continua a funzionare per raccogliere informazioni sensoriali ed ambientali, ma l’attivazione è prevalentemente a sinistra. Quando invece ascoltiamo per la prima volta una canzone strumentale, oppure quando dipingiamo o ci immergiamo in un tramonto, si attiva l’emisfero destro. Entrambi gli emisferi codificano contemporaneamente le informazioni provenienti dai sensi ed inviano ai muscoli i comandi motori. Inoltre si scambiano informazioni attraverso il corpo calloso, un insieme di fasci al centro tra i due emisferi.

Concludiamo questa prima parte di viaggio alla scoperta del cervello con questo video pazzesco di 18 minuti (in inglese, sottotitolato in italiano) in cui una neuroscienziata racconta cos’ha provato quando il suo cervello sinistro si è spento a causa di un ictus, lasciando attivo soltanto il destro, fino al ricovero in ospedale e alla riabilitazione durata mesi e mesi.

Musica & Concentrazione, consigli per l’uso!

Quanti di voi ascoltano musica per concentrarsi a lavoro o per studiare?
Io sono uno di quelli, anche in questo momento sto ascoltando della musica mentre scrivo questo articolo, mi aiuta a rimanere in focus, e ad isolarmi dal mondo esterno. Quasi, come avevo scritto nella prefazione del precedente articolo, fossi entrato in un’altra dimensione.

La musica infatti ci aiuta a entrare in un particolare stato, chiamato “Flow” o “Esperienza Ottimale”, un concetto introdotto e più che studiato dal Dr. Csikszentmihalyi.

Il Flow è quello stato in cui le persone sono così coinvolte in un’attività che niente sembra avere più importanza. Uno stato di assortiemento al compito, tant’è che ci si dimentica per qualche tempo tutto ciò che non ha a che fare con il compito stesso. Si allenta la consapevolezza del sè, il tempo scorre rapido e il compito viene percepito come degno di essere affrontato di per sè (Ferrari et al. 2004).

La musica quindi può aiutare a focalizzare l’attenzione di chi l’ascolta, ma deve essere specificamente scelta.
Ad esempio, in questo momento sto ascoltando “Run to you” di Tom Gregory, una canzone di tipo dance elettronico che porò ha dei lineamenti soft e caldi, che in questo momento mi aiutano ad entrare in questo “stato ottimale”. Se però iniziassi  ad ascoltare quealche canzone dei “One Republic” o di “Zucchero” ad esempio, inizierei a cantare e a concentrarmi sui ritmi delle canzoni e quindi morale della favola mi distrarrei e non riuscirei a scrivere un bel niente!
L’ascolto di musica quindi funziona se in linea con il nostro stato emotivo legato al compito. Secondo uno studio condotto dalla professoressa Fabia Franco ed Emma Ward della Middlesex University di Londra, l’ascolto della musica permette di migliorare le funzioni cognitive legate alla concentrazione e alla memoria, ma solo quando queste sono in linea con il nostro stato umorale.

Ad esempio, se ci sentiamo felici ed ascoltiamo musica “felice” avremo un miglioramento della nostra performance, ma se invece iniziamo ad ascoltare una musica “triste” che è quindi in contrasto con il mio stato umorale, avremo un calo della prestazione. Possiamo immaginare il nostro cervello quando ascolta della musica in linea con in nostro stato umorale come una nave a vela che viaggia seguendo la corrente, mentre nel caso opposto la nave viaggia contro corrente. Nave dunque in quest’ultimo caso che, invece di “fluire” e scorrere scorrere veloce nell’acqua, deve impiegare più risorse ed energie per poter porter raggiungere la sua destinazione.

Questo dato è stato supportato anche da dei risultati riscontrati a livello biologico da una ricerca condotta dai Dr Stefan Evers e Birgit Suhr del dipartimento di Neurologia dell’Università di Münster, in cui i due ricercatori hanno riscontrato come l’ascolto di musica considerata ‘piacevole’ fose associata ad un aumento dei livelli di serotonona mentre l’ascolto di musica considerata ‘non-piacevole’ inducesse un decremento dei livelli di questo ormone. La serotonina è un neurotrasmettitore che partecipa a numerose funzioni biologiche, nel sistema nervoso centrale, che vanno dalla regolazione del tono dell’umore, del sonno, della temperatura corporea, della sessualità, all’empatia, funzioni cognitive, creatività e appetito.

 

Suggerimenti per l’utilizzo della musica.. qualche consiglio utile!

Qundo lavori, studi o hai bisogno di concentrarti, prova a trovare una musica che sia in linea con il tuo stato umorale. Questo la aiuterà ad entrare nel famoso “stato di flusso”!
Attenzione che anche il silenzio ha il suo valore, ed è possibile che delle volte il nostro corpo non voglia sentire nessuna musica. Quindi regola principale, prova ad ascoltare e capire il tuo corpo, inizia ad ascoltare qualche canzone in linea con i tuoi sentimenti, prova anche a sperimentare nuove musiche, questo andrà a stimolare la tua curiosità e il sistema dell’aspettativa! Spotify presenta (gratuitamente) delle belle playlist che puoi scegliere in base al tuo “mood”, se vedi che però nessuna musica ti soddisfa, allora spegni tutto e ascolta il tuo respiro 🙂

Se vuoi usare la musica per rilassarti, abbinala alla respirazione!
Fai un paio di respiri profondi e lunghi, questo aiuterà il tuo corpo ad entrare in uno stato di tranquillità e ad agevolare la mente ad entrare in uno stato di rilassamento.

Se devi affrontare un esame od una prova, in cui ti viene richiesto l’uso delle tue abilità mnemoniche e logiche, cerca di ascoltare mezzoretta prima dell’inizio del compito, della musica in linea con il tuo umore e non opposta!
Quindi se sei agitato cerca di evitare la musica rilassante e lenta, piuttosto prova ad ascoltare della musica che presenta dei ritmi scanditi e/o che presenti una melodia movimentata e incalzante!

Se sei un datore di lavoro che vuole migliorare le performance/mood dei propri dipendenti (soprattutto in anziende manufatturiere) metti della musica in background (non a volumi troppo alti). Essa permetterà di aumentare la performance cognitiva, l’accuratezza e renderà il completamento di compiti ripetitivi più efficiente!

Se possibile però, sarebbe meglio se i dipendenti potessero ascoltare la loro musica preferita. In uno studio condotto da Teresa Lesiuk, l’autrice ha individuato come i dipendenti che sono liberi di ascoltare la propria musica completassero i compiti proposti più velocemente, e presentassero delle idee migliori rispetto a coloro che non ascoltavano musica, inquanto essa migliorava il loro umore!

 

BIBLIOGRAFIA

Csikszentmihalyi, M., (1990). “Flow: The Psychology of Optimal Experience.” New York: Harper and Row.

Evers, S., & Suhr, B. (2000). Changes of the neurotransmitter serotonin but not of hormones during short time music perception. European archives of psychiatry and clinical neuroscience250(3), 144-147.

Franco, F., Swaine, J. S., Israni, S., Zaborowska, K. A., Kaloko, F., Kesavarajan, I., & Majek, J. A. (2014). Affect-matching music improves cognitive performance in adults and young children for both positive and negative emotions. Psychology of Music42(6), 869-887.

Ferrari , Carlotti S, Addessi A., Pachet F. (2004). “Suonare con il Continuator è un esperienza ottimale?”. In M. Biasutti, “Proceedings if International Symposium on Psychology and Music Education”, Padova.

Gaab, N., Tallal, P., Kim, H., Lakshminarayanan, K., Archie, J. J., Glover, G. H., & Gabrieli, J. D. E. (2005). Neural correlates of rapid spectrotemporal processing in musicians and nonmusicians. Annals of the New York Academy of Sciences1060(1), 82-88.

Lesiuk, T. (2005). The effect of music listening on work performance. Psychology of music33(2), 173-191.

Vinoo Alluri, Petri Toiviainen, Iiro P. Jääskeläinen, Enrico Glerean, Mikko Sams, Elvira Brattico. Large-scale brain networks emerge from dynamic processing of musical timbre, key and rhythm. NeuroImage, 2011; DOI: 10.1016/j.neuroimage.2011.11.019

Von Georgi, R., Grant, P., von Georgi, S., & Gebhardt, S. (2006). Personality, emotion and the use of music in everyday life: Measurement, theory and neurophysiological aspects of a missing link. Tönning, Lübeck, Marburg: Der Andere Verlag.