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Da ferite a cicatrici: le 10 cose da sapere sul dolore psicologico

Di tutte le emozioni che come psicologi siamo chiamati a curare, il dolore è senza dubbio quella più insidiosa. Se da un lato nella paura, nella rabbia e persino nelle deviazioni del piacere si crea una risposta mentale e corporea di attivazione, di re-azione; il dolore dall’altro inchioda e lascia inermi, apparentemente impotenti e disarmati.

Quando parlo di dolore mi riferisco a quella condizione di profonda afflizione e sofferenza interiore che deriva dall’aver vissuto un evento o condizione particolarmente negativa e potenzialmente traumatica, oppure dall’aver perso qualche cosa o qualcuno di positivo e importante.

Detta così appare chiaro, vero? Ci siamo passati tutti!

Ce lo conferma anche Eugenio Borgna, psichiatra e studioso italiano contemporaneo, che scrive:

“È possibile che un’esistenza si snodi e scorra al di fuori di ogni esperienza di malattia, ma non è possibile che all’esperienza umana sia sottratta la sofferenza”

Il dolore psichico è quindi un’esperienza universale che ognuno di noi conosce molto bene. Tuttavia saperlo affrontare con grazia, in modo salutare ed equilibrato, è tutt’altra partita.

Di seguito quindi ho riassunto in dieci punti le nozioni più rilevanti, da fare proprie, per attrezzarsi nei confronti del dolore.

  1. Il dolore è funzionale. Così come quello fisico, anche il dolore psicologico ha la funzione di segnalarci che c’è una ferita che richiede le nostre cure. Senza di esso non saremmo in grado di accorgerci che determinati avvenimenti sono pericolosi e minacciano il nostro benessere mentale. Quindi, quando ci sentiamo addolorati o feriti la prima cosa da chiederci è: “Che cosa mi fa male?”. Quanto più saremo precisi nel rispondere a questa domanda, individuando e circoscrivendo la ferita, tanto più saremo in grado di prenderci cura adeguatamente del nostro dolore.
  2. Il dolore segnala ciò che è importante. Quando accade qualcosa di significativo nella nostra vita il dolore ci permette di comprenderne a fondo il valore, sia essa una persona, una storia, un avvenimento. Ciò è vero per gli eventi negativi, rispetto ai quali la portata del dolore ci mostra quanto abbiano segnato la traccia della nostra vita, insegnandoci a prenderne le distanze. Ma è anche vero per i fatti positivi, perché nel momento in cui vengono a mancare si trasformano in sofferenza. Avete presente quando si dice: “capisci quanto è importante una persona solo quando la perdi”? Ecco: il principio è il medesimo. Il dolore in alcune circostanze – come nel caso di un lutto – ci permette di attribuire importanza a ciò che non c’è più.
  3. Il dolore è accompagnato da altre emozioni. È raro che a seguito di una esperienza dolorosa non nascano, in seno alla sofferenza pura, anche altre emozioni, quali la rabbia, la paura, l’angoscia e in alcuni casi persino il piacere. Il dolore infatti spesso si cela dietro alla foga di altre istanze che rischiano di prendere il sopravvento, facendoci perdere di vista che ci sono delle ferite di cui prenderci cura. Per questo è importante ricordarsi di non escluderlo e, anzi, di considerarlo come la questione primaria. Se qualcosa ci fa arrabbiare, ci mette ansia oppure se è un periodo in cui ci stiamo abbandonando più del solito a vizi piacevoli, chiediamoci: “C’è un dolore nascosto lì sotto?”
  4.  Dal dolore non si scappa, oppure, per dirla in altri termini, “se lo cacci dalla porta rientra dalla finestra”. Ignorare una sofferenza non è mai utile perché, anche se abbiamo la parvenza di essere riusciti a metterla a tacere, trova sempre il modo per spuntare nuovamente: magari in altra forma attraverso la somatizzazione, oppure travestita da un’emozione diversa, o peggio ancora potrebbe uscire tutta insieme in una volta, in un episodio esplosivo, improvviso e inaspettato. È centrale quindi attraversare il dolore e viverlo tutto, un passo alla volta.
  5.  Il dolore si tratta con l’amore. Sembra banale ma non lo è per nulla: l’amore è l’ingrediente principale della ricetta per trattare con successo una ferita psicologica. La sofferenza ha bisogno dell’affetto che ci possono dare gli altri, che quindi dobbiamo evitare di allontanare rischiando di cadere nell’isolamento e nella solitudine; e la sofferenza ha bisogno anche dell’amore che possiamo dare a noi stessi. Durante l’elaborazione di un dolore è essenziale ricordarsi di prendersi cura di sé: con piccoli gesti come la qualità del cibo e il mantenimento dell’igiene, sino all’occupare il tempo con attività che piacciono: musica, passeggiate, lettura e tutto ciò che si predilige. Nei periodi critici dobbiamo assicurarci di fare spazio sia per gli altri che per noi stessi.
  6.  Il dolore ha bisogno di uno spazio dedicato. In particolar modo quando una sofferenza sembra inseguirci, trasbordando in ogni situazione, è importante costruirle una sua “casa”, ovvero dei confini entro cui potersi esprimere a pieno. Quando stiamo vivendo un dolore forte una delle prime cose da decidere è quali sono i confini giornalieri in cui ci sarà consentito di dare libero sfogo all’emotività. Ognuno può scegliere una modalità a sé più congeniale: una telefonata con una persona cara, a cui chiediamo di poterci ascoltare per trenta minuti al giorno; un’ora di solitudine nella propria stanza in cui piangere; l’ascolto quotidiano di una canzone che rievoca le sensazioni più dolorose; o qualsiasi altra forma che consenta di dire: “Questo è il momento oggi in cui vivrò il mio dolore”.
  7.  Elaborare un dolore fa male. Il motivo per cui tante persone non si concedono alla sofferenza ed evitano di elaborarla è che attraversare il dolore è ancor più “doloroso” del dolore di per sé. È un processo che può diventare lungo e richiede grande forza interiore, perché disinfettare una ferita brucia ma è l’unico modo per evitare ripercussioni ancor peggiori e aiutare la cicatrizzazione.
  8.  Il dolore non scompare mai del tutto. Continuando con la nostra metafora, consideriamo che le ferite più profonde si rimarginano e smettono di fare male ogni volta che le si tocca, ma non scompaiono completamente: diventano una cicatrice, un segno indelebile a ricordo di ciò che è stato importante. Il dolore quindi ha bisogno di entrare a fare parte della biografia di chi lo ha provato, di trovare il suo significato. L’elaborazione consente proprio questo: una ri-narrazione della propria storia di vita così da fare spazio all’episodio doloroso, dandogli un suo ruolo e un suo “perché”.
  9. La scrittura è una forma terapeutica eccellente: non è sicuramente l’unico modo e si possono trovare infinite forme espressive utili e bastevoli all’elaborazione del dolore. È doveroso però sottolineare che la scrittura è tra le forme più studiate e utilizzate in ambito psicologico, in quanto si è dimostrato che porta con sé delle proprietà terapeutiche straordinarie. La scrittura in primis consente di rallentare il dialogo interiore, in quanto l’essere umano in media pensa ad una velocità di 1400 parole/minuto, parla a 125 parole/minuto e scrive a 40 parole/minuto. Scrivere è come vedere i nostri pensieri al rallentatore e rende più semplice selezionare quelli rilevanti e utili. La scrittura quindi permette di fare ordine nella confusione che sentiamo durante l’elaborazione di un dolore, aiutando la “pulizia del pensiero” e creando così una narrazione coerente e sempre più accettabile dell’accaduto. Infine la scrittura genera, poco a poco, una sensazione di distacco emotivo dal contenuto narrato, facendolo uscire simbolicamente dal cuore per essere riposto sulla pagina, fuori da sé.
  10. I dolori passati vanno custoditi. “Il dolore psichico è essenziale alla costituzione dell’IO”, disse Freud, ovvero è importante per la consapevolezza che ognuno ha di sé e della propria storia, grazie alla quale interagisce con il mondo circostante. Una volta elaborato, un dolore lascia un segno indelebile, una cicatrice appunto. L’ultimo passo è quello di scegliere come voler portare questo segno: come condanna o come amuleto?

Il dolore può essere custodito e considerato prezioso, ogni tanto gli si può fare visita, attraverso pensieri e gesti malinconici. Ciò che conta è ricordarsi che quella ferita rimarginata è parte di ciò che ci ha portato ad essere chi siamo.

“Ciò che non mi uccide mi rende più forte” – Friedrich Nietzsche

Paura e noia da corona virus? – Qualche consiglio per gestirle

La tematica del #coronavirus è diventata una problematica soggettiva che può acquisire sfaccettature diverse a seconda della personalità di ognuno di noi. In questo periodo difficile e nuovo, possiamo ritrovarci a sperimentare una limitazione giustificata della nostra libertà di movimento e ad affrontare sentimenti che possono in qualche modo alterare la nostra quotidianità.

L’isolamento, se non strutturato, può portare ad alimentare alcune nostre incertezze e paure che possono intaccare la nostra mente e creare ansie eccessive, a volte difficili da gestire, che possono distorcere la nostra percezione del rischio.

Ricordiamoci che la paura è un’emozione utile se naturalmente proporzionata al pericolo che abbiamo di fronte e l’esposizione mediatica eccessiva, distorta da notizie fasulle postate sui social (vedi la bufala sul fatto che i cani potessero essere fonte di disseminazione del virus) possono alimentarla.
Per questo è importante affidarsi alle informazioni fornite dai siti delle autorità Statali (in appendice) o da personale competente (medici, infermieri, professori universitari etc) e non basarci solo sul “il mio amico mi ha detto che” o “ho ricevuto un messaggio su WhatsApp che dice che..”. Cerchiamo sempre di verificare le nostre fonti!

È inoltre importante ricordarci che l’eventuale esposizione al virus non è sintomo di malattia, e che la contagiosità non equivale alla reale possibilità di averne anche i sintomi. Di fatti, vi sono molte persone che sono asintomatiche, cioè risultano positive al virus ma non mostrano gli effetti collaterali. Ricordiamoci inoltre che esistono, come abbiamo precedentemente visto nell’articolo in cui abbiamo parlato dell’uso delle mascherine, indicazioni pratiche per ridurre il pericolo di contagio.

Ma come fare per ridurre la paura se “eccessiva” e che quindi potrebbe spingerci a comportamenti irrazionali e contro produttivi? Ecco qui che la ragione ci viene in aiuto. Ragionare in modo oggettivo sui rischi reali e rispettare le varie azioni semplici ma molto efficaci suggerite dalle Autorità sanitarie, ci può aiutare a trovare un equilibrio tra i vari sentimenti che il nostro corpo-mente sta sperimentando.

Un metodo pratico che vi consiglio di usare, nel caso sentite che la paura e/o l’ansia vi stia sovraccaricando, è quello di prendere un pezzo di carta bianca e con dei colori diversi, iniziare a scrivere in modo casuale e di getto tutte le parole, emozioni, frasi che vi vengono in mente in relazione alla situazione che vi sta struggendo. Non esistono regole su come scrivere sul foglio, l’importante è riempirlo! Una volta fatto, piegatelo a metà e tagliatelo/stracciatelo in tanti piccoli pezzi, più piccoli sono meglio è! (alleniamo un po’ il nostro Flow state). Prendete poi il tutto e gettatelo in un sacchetto dell’immondizia o bruciatelo nel caso abbiate un caminetto, e mentre lo gettate/bruciate fate un bel respiro profondo. Questo piccolo gioco dall’apparenza molto semplice, ha una capacità psicologica molto forte che permetterà al conscio di scaricare e distaccarsi dalle paure e ansie che vi pressano. Potrete notare, inoltre, che vi aiuterà a sentirvi meglio e a valutare le varie situazioni con nuovi punti di vista!

Qui di seguito vi lascio anche il link (Clicca qui ) per scaricare gratuitamente un vademecum PDF creato dal “Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi” con alcuni consigli e azioni utili che possiamo mettere in pratica per ridurre la paura ed evitare che si trasformi in panico. Nel caso sentite l’esigenza di un supporto psicologico ho inserito in appendice vari numeri telefonici utili che potrebbero esservi di aiuto.

Altra faccenda invece è la “noia”… durante questi giorni mi capita spesso di sentire i miei amici dire: “boh non so come far passare sta quarantena”, “sta reclusione mi sta uccidendo..” (forse gli unici a godersi realmente questo periodo sono i gamers, tra i quali mi includo… che finalmente hanno tutte le ore che vogliono per giocare ai videogames!).

La noia, se poi siamo una persona che non è abituata a stare a casa, può essere una pena molto pesante da subire. Ecco perché in questi casi è importante adottare delle piccole strategie che possono aiutarci a vivere questa esperienza in modo diverso! Il mio maestro di arti marziali, nonché monaco buddista del tempio Tenryuzanji, in una sua recente intervista rilasciata sul blog di “FilosofiaClinica”che potete leggere qui, ha dato un consiglio che psicologicamente parlando ha un valore fondamentale, ovvero il non chiamare questo periodo che stiamo vivendo come  “Confinamento, reclusione, restrizione, poiché hanno una natura negativa che indebolisce la nostra mente ed il nostro spirito! Sfruttiamo la parola “ritiro”, iniziamo a dire “io sono in ritiro”, (ritiro mentale, per la riscoperta di noi stessi)”.

Se ci pensiamo, il solo chiamare questo periodo in un modo diverso ci può aiutare ad affrontarlo diversamente, in maniera più positiva e attiva!

Fondamentale è cercare di crearsi una routine quotidiana con piccoli obbiettivi da raggiungere. La pianificazione aiuta la nostra mente a non rimanere in uno stato di vuoto/nullafacenza che potrebbe “essere usato”, anche inconsciamente, per alimentare le nostre paure e incertezze. Proprio come in un ritiro, costruire una routine quotidiana con degli obbiettivi ci porta a investire positivamente le nostre energie per raggiungerli, con la soddisfazione che vi è dietro il raggiungimento!

Iniziative, se uno vuole, ne può trovare tante!
Provate a fare una lista delle cose che avete sempre voluto apprendere, leggere o fare (ad esempio perché non imparare a fare i nodi scout? Potrebbero sempre tornare utili!) e poi cercate di pianificarla all’interno delle vostre giornate. Se riuscite, iniziate a meditare e fare/aumentare l’attività fisica; In letteratura ci sono vari studi scientifici che hanno dimostrato come prendersi cura della propria mente e del proprio corpo aiuta a ridurre i livelli di stress (riduzione ad es. del cortisolo nel sangue) e di conseguenza a limitare gli stati di ansia! Ricordiamoci: Mens sana in corpore sano! (“una mente sana in un corpo sano”)

La tecnologia in questi casi ci viene molto in aiuto con varie App e siti Web:

Duolinguo: per chi volesse imparare una nuova lingua
Yousician: per chi volesse imparare a suonare la chitarra/basso/pianoforte
Yoga: con Eliana Dell’Anna per chi volesse iniziare a cimentarsi in questa stupenda arte
Relax Meditation meditazione zendà l’accesso gratuito al percorso di introduzione alla meditazione.
FreeLetics: se volete qualche suggerimento per fare allenamento a casa (vi sfido a completare il programma “afrodite”)

TEDx con un infinità video fatti da professionisti che parlano di scienza, cultura, religione etc in modo semplice diretto e divertente! (provate a dare un occhio a questa lezione fatta da Paolo Bonolis)

Iniziative quindi ce ne sono, ma qual è, allora, l’unico ostacolo che ci potrebbe spingere a non pianificare/raggiungere tali obbiettivi?

La Pigrizia!! Il caro vizio capitale, che persino Dante nella sua Divina Commedia condanna al punto tale da porre questa categoria di anime al di fuori delle porte dell’Inferno. Oggi sappiamo però che dietro questa dimensione psicologica di solito si celano paure, affiliazioni, mancato supporto emotivo o persino una malattia soggiogante. Ma questo è un altro argomento e vedremo di affrontarlo nel prossimo articolo. 🙂

 

Siti Ufficiali per informazioni sul corona virus:

 

Numeri utili per assistenza sanitaria e psicologica:

Ministero della Salute: 1500

Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi (Cnop) ha promosso l’iniziativa #psicologionline: i cittadini tramite un apposito motore di ricerca (accessibile dal sito Cnop) possono trovare lo psicologo o psicoterapeuta più vicino e prenotare un teleconsulto gratuito (via telefono o piattaforma di videochiamata). In caso di necessità verranno programmati interventi a distanza più strutturati. Oltre 4mila professionisti dislocati in tutta Italia hanno già aderito al progetto.

Anche la Società psicanalitica italiana (Spi) ha messo a disposizione un servizio di ascolto e consulenza di psicologia psicanalitica (da 1 a 4 teleconsulti gratuiti) per problematiche connesse all’emergenza coronavirus. I Centri psicoanalitici associati alla Spi, presenti su tutto il territorio nazionale (Roma, Milano, Bologna, Genova, Torino, Firenze, Pavia, Padova, Napoli, Palermo) forniranno per il progetto i nominativi dei professionisti disponibili per l’ascolto tramite telefono o piattaforma di videochiamata.

Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) mette a disposizione gratuitamente una rete di sostegno psicologico fornita da psicologi e psicoterapeuti cognitivo-comportamentali per fronteggiare l’emergenza di natura psicologica connessa con la diffusione del COVID-19. All’ iniziativa hanno già aderito circa 500 Soci (tra psicologi, psichiatri e psicoterapeuti). Alla pagina del progetto Amicopsicologo è possibile trovare lo psicologo o psicoterapeuta più vicino da contattare.
L’iniziativa è rivolta ai cittadini e agli operatori sanitari; a questi ultimi è dedicato un elenco specifico di professionisti.

Per gli anziani

Un numero verde per offrire supporto psicologico agli anziani che vivono soli, iniziativa lanciata da Senior Italia FederAnziani, WINDTRE e SIPEm SoS Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza. Il servizio di ascolto psicologico è gratuito e risponde al numero verde 800 991 414 dal lunedì alla domenica, dalle ore 14 alle ore 19.

Chiamando infine il numero verde 800.065510 della Croce Rossa si può ricevere assistenza psicologica e telecompagnia contro stress e incertezza.

Depressione e ambiente di lavoro

La depressione, come abbiamo visto nell’articolo precedente, è un fenomeno in aumento.

Secondo la “World Health Organization”, attualmente nel mondo vi sono più di 300 milioni di persone che ne sono affette. La depressione è diversa dal quel che può essere una fluttuazione temporanea dell’umore che può scatenarsi come risposta temporanea alle varie e quotidiane sfide della vita. Quando queste variazioni perdurano per un lungo lasso di tempo e presentono un’intensità moderata/severa, potrebbero sfociare in sintomi depressivi che possono portare a diversi e seri problemi salutari che a loro volta vanno a compromettere le normali funzioni della vita di tutti i giorni.
La persona con una forte depressione può provare frequenti e intensi stati di isoddisfazione e tristezza e può non provare più piacere nelle attività quotidiane che svolgeva. L’umore è tendenzialmente negativo per la maggior parte del tempo, con presenza di pensieri di tipo negativo e pessimistico relativamente a se stessi e al proprio futuro.

Tutti questi vari sintomi possono portare la persona ad intaccare il rendimento nel proprio lavoro o scolastico e nelle relazioni familiari. Nei peggiori dei casi, la depressione può portare anche al suicidio. Oggi anno, quasi 800 000 persone commettono suicidio, ad oggi difatti risulta essere la seconda causa di morte tra i giovani nella fascia di eta 15-29 anni.

Vi sono varie cause che possono portare una persona a sperimentare dei sintomi depressivi, tra questi troviamo: presenza di disabilità, la morte di una persona cara, disturbi del sonno, sesso (le donne sono più a rischio degli uomini), isolamento sociale e lo stress percepito a lavoro (Wang & Patten, 2001; Cole & Dendukuri 2003; Hays et al., 1997; Oxman & Hull, 1997).

Oggi vorrei concentrarmi in particolare sullo stress da lavoro e come esso possa, a lungo andare, provocare l’insorgenza di patologie depressive e nei peggiori dei casi di depressione maggiore.

Perchè si possa parlare di disturbo depressivo maggiore, la persona deve presentare almeno 5 o più dei sintomi qui riportati.

  • Umore depresso per la maggior parte della giornata o quasi tutti i giorni
  • Perdita di interesse e/o piacere nelle attività
  • Significativa perdita o aumento di peso o del senso di fame
  • Disturbi del sonno, ipersonnia o insonnia.
  • Agitazione o rallentamento psicomotorio
  • Spossatezza eccessiva, mancanza di energie, affaticabilità
  • Sentimenti di svalutazione o colpa ingiustificati
  • Ridotta capacità di pensare e concetrazione
  • Pensieri ricorrenti di morte, ideazione al suicidio e/o di comportamenti autolesionistici.

Perchè la diagnosi venga fatta, tali sintomi devono essere presenti per almeno 2 settimane.

Vi sono varie possibilità per le quali una persona può incorrere il rischio di sviluppare una depressione in ambito lavorativo.

La prima può essere dovuta dal fatto che la persona e l’ambiente dove essa lavora non siano adatti l’uno all’altra. L’ambiente diventa quindi fonte di stress. Manca una corrispondenza tra le caratteristiche della persona (ad es. abilità, valori) e l’ambiente (ad es. richieste, forniture).
Questa mancanza di corrispondenza, si ipotizzata sia alla base della generazione di esiti negativi per la salute (Edwards & Cooper, 1990).
La persona che si sente costretta in un ruolo che non rispechia i suoi talenti o valori, si sente sfruttata, e a lungo andare rischia di diventare apatica, di sentirsi svalutata e tenderà ad isolarsi, sviluppando piano piano altre sintomatologie legate allo stato depressivo.

Un altra possibilità è quella spiegata nel modello “domanda-controllo” (Karasek, 1979). Questo modello postula che i risultati negativi sulla salute, come l’affaticamento, la depressione e altre malattie fisiche, derivino dalle situazioni in cui il controllo sul proprio lavoro è basso e le esigenze psicologiche imposte dal proprio lavoro sono alte. Karasek e Theorell (1990) hanno successivamente esteso questo modello includendo i concetti di sforzo fisico, insicurezza del lavoro e sostegno sociale di supervisori e colleghi. Il supporto di supervisori e colleghi può agire come meccanismo di tamponamento tra fattori di stress psicologico sul lavoro e risultati di salute avversi, influenzando il processo fisiologico di base importante per il mantenimento della salute a lungo termine (Karasek & Theorell, 1990).

Un altro aspetto chiave che influisce in tutto questo è quello della sicurezza del lavoro, che spesso è imprevedibile per i lavoratori ed è spesso al di fuori del loro controllo. La minaccia di diventare disoccupati può causare persino problemi di tipo psichiatrico (Brenner & Levi, 1987).

Queste ipotesi sono state tutte supportate da vari studi che hanno rilevato come l’insicurezza del lavoro e la mancanza di supporto da parte di colleghi e supervisori sono associati ad un aumentato livello di sintomi depressivi (Stansfeld et al., 1997; Wilkins & Beaudet, 1998; Stansfeld et al., 1999). Infine, anche uno sforzo fisico eccessivo con un basso controllo sul ritmo del lavoro può portare a stress psicologici e alcune malattie fisiche (Karasek & Theorell, 1990).
Ricordiamoci che mente e corpo sono strettamente correlate, e quando si ha un affaticamento in uno anche l’altro ne risponde!

Ma come possiamo prevenire la possibilità dell’insorgenza della depressione dovuta da stress da lavoro?

Innanzi tutto fare sport!! Secondo una revisione della letteratura condotta dagli scienziati dell’istituto per la Salute e le Scienze Sociali della Central Queensland University in Australia, svolgere attività fisica moderata per almeno tre volte a settimana, aiuta a ridurre i sintomi della depressione.

Se però gli impegni lavorativi non permettono di trovare del tempo per l’attività fisica, svolgere attività di mindfullness e meditazione almeno due volte a settimana, aiuta a ridurre i pensieri ricorsivi, l’agitazione, ansia e credenze disfunzionali (Ramel, 2004; Marchand, 2012). La meditazione come vedremo più avanti può portare diversi benefici non solo a livello mentale ma anche fisico!

Anche le attività sociali giocano un ruolo fondamentale! Esse sono un fattore che incide positivamente sulla salute mentale.
E fin qua nulla di nuovo penserete.. ma c’è da dire che le attività sociali svolgono anche un fattore preventivo contro il decadimento cognitivo, aiutando il cervello a mantenersi sano e stimolato.  Riducono lo stress accumulato durante la giornata e aiutano a produrre endorfine e ormoni che aiutano il corpo a rilassarsi (Wang et al 2002; Abbott et al. 2003; Zunzunegui, Alvarado, Del Ser & Otero, 2003).

Nel caso in cui non vi sentite realizzati e pensate che il vostro lavoro non sia adatto a voi, cercate di non scoraggiarvi e continuate a cercare nuove prospettive che possano essere più alla vostra altezza o che si adattino meglio ai vostri bisogni! Con questo però non voglio invitare nessuno a licenziarsi di sana pianta e lasciare una sicurezza alle spalle per poi trovarsi allo sbaraglio! Ma potreste iniziare a cercare, quando tornate a casa dopo cena, leggendo alcuni annunci lavorati, e nel caso poi cambiare lavoro.

Se vi sentite sopraffatti dalle richieste lavorative, non abbiate paura di chiedere aiuto o di parlare con un vostro superiore! Alle volte è proprio la mancanza di dialogo che ci proietta in situazioni dove tutto è dovuto o si da per scontato!

Un’altra cosa che potete fare nel vostro piccolo, se vi accorgete che nel posto in cui lavorate un vostro collega sembra “depresso”, il mio consiglio è quello di stargli vicino, cercate di approcciare un dialogo e in caso aiutatelo a rivolgersi ad un esperto.

Se siete voi a sentirvi in difficoltà potete chiedere aiuto ad un vostro superiore o alla figura specializzata di riferimento nella vostra azienda.
Nel caso il mio consiglio è sempre quello di rivolgervi al vostro medico di famiglia o di chiedere supporto ad uno psicologo-psicoterapeuta che avrà gli strumenti adatti per venirvi in aiuto.

 

Bibliografia

Brenner, S. -O., & Levi, L. (1987). Long-term unemployment among women in Sweden. Social Science and Medicine, 25, 153-161.

Cole, M. G., & Dendukuri, N. (2003). Risk factors for depression among elderly community subjects: a systematic review and meta-analysis. American Journal of Psychiatry, 160(6), 1147- DOI: https://doi.org/10.1176/appi.apj.160.6.1147

Edwards, I R., & Cooper, C. L. (1990). The personenvironment fit approach to stress: Recurring problems and some suggested solutions. Journal of Organizational Behavior, 11, 293-307.

Hays, J. C., Krishnan, K. R., George, L. K., Pieper, C. F., Flint, E. P., & Blazer, D. G. (1997). Psychosocial and physical correlates of chronic depression. Psychiatry Research, 72(3), 149-159. DOI: https://doi.org/10.1016/S0165-1781(97)00105-4

Karasek, R. A. (1979). Job demands, job decision latitude, and mental strain: Implications for job redesign. Administration Sciences Quarterly, 24, 285-307

Karasek, R., & Theorell, T. (1990). A comparison of men’s and women’s jobs. In R. Karasek & T. Theorell (Eds.), Healthy work: Stress, productivity, and the reconstruction of working life (pp. 44-45). New York: Basic Books

Marchand, W. R. (2012). Mindfulness-based stress reduction, mindfulness-based cognitive therapy, and Zen meditation for depression, anxiety, pain, and psychological distress. Journal of Psychiatric Practice®, 18(4), 233-252.

Oxman, T. E., & Hull, J. G. (1997). Social support, depression, and activities of daily living in older heart surgery patients. The Journals of Gerontology Series B: Psychological Sciences and Social Sciences, 52(1), 1-14. DOI: https://doi.org/10.1093/geronb/52B.1.P1

Ramel, W., Goldin, P. R., Carmona, P. E., & McQuaid, J. R. (2004). The effects of mindfulness meditation on cognitive processes and affect in patients with past depression. Cognitive therapy and research, 28(4), 433-455.

Stansfeld, S. A., Fuhrer, R., Head, J., Ferrie, J., & Shipley, M. (1997). Work and psychiatric disorder in the Whitehall II Study. Journal of Psychosomatic Research, 43, 73-81.

Stansfeld, S. A., Fuhrer, R., Shipley, M. J., & Marmot, M. G. (1999). Work characteristics predict psychiatric disorder: Prospective results from the Whitehall II Study. Occupational and Environmental Medicine, 56, 302- 307

Stanton, R., & Reaburn, P. (2014). Exercise and the treatment of depression: a review of the exercise program variables. Journal of Science and Medicine in Sport, 17(2), 177-182.

Wang, J., & Patten, S. B. (2001). Perceived work stress and major depression in the Canadian employed population, 20–49 years old. Journal of occupational health psychology, 6(4), 283.

Wilkins, K., & Beaudet, M. P. (1998). Work stress and health. In Health reports: Statistics Canada (Catalog No. 82-003, Winter, Vol. 10, pp. 47-62). Ottawa, Ontario, Canada: Minister of Industry

 

Ph:

Bruce Mars

Invecchiamento sano.. e come trovarlo!

La longevità dipende da diversi fattori: psicologici, fisici, genetici, ambientali.
Oggi giorno è ormai confermato il fatto che non si muore più per “invecchiamento” in sè, ma per i disturbi e le malattie che ad esso sono relati, come ad esempio l’insorgenza di ictus, infarti, diabete ecc…

Uno stile di vita sano ed equilibrato permette di “comprimere” questi disturbi agli ultimi anni di vita. Secondo alcuni recenti studi ci sono dei fattori comuni che emerogono tra i vari anziani fisicamente sani del nostro paese: hanno una dieta varia ricca di fibre e verdure, consumono alcol con moderazione, non fumano, svolgono attività fisica leggera (camminate, ginnastica gentile) e hanno una vita socialmente attiva.

Per quanto rigurda la longevità cognitiva, vari ricercatori hanno studiato le differenze tra gli stili di vita di anziani con decadimento cognitivo e anziani sani. Gli studiosi Kliegel, Zimprich e Rott (2004) hanno evidenziato che coloro che continuavano a mantenersi attivi mentalmente (leggendo libri/giornali, viaggiando, apprendendo una nuova lingua o uno strumento) avessero dei vantaggi a livello cognitivo rispetto ai coetanei che non svolgevano tali attvità.

Questi risultati sono in linea con il concetto di riserva cognitiva che da qualche anno è un tema che sta venendo sempre più indagato e preso in considerazione dal mondo scientifico.

La riserva cognitiva è intesa come la quantità di conoscenza, apprendimenti e abilità che sono state acquisite durante tutto l’arco della vita (e non solo nell’infanzia).  Laver imparato diverse lingue, o come utilizzare una nuova tecnologia, l’andare al cinema e al teatro frequentemente, uscire con gli amici, fare un lavoro di concetto ecc…  potrebbe spiegare la possibilità per alcune persone di resistere più a lungo agli effetti dell’invecchiamento, manifestando, in caso di inizio di decadimento, solo lievi sintomi.

Questo concetto è strettamente relato ai processi neurobiologici di apprendimento.
Il cervello di un individuo con alta riserva cognitiva avrà costruito molti contatti sinaptici al punto da creare dei network cerebrali alternativi e facilmente utilizzabili in condizioni particolari. Il cervello di un individuo con elevata riserva cognitiva sarà dunque un cervello potenzialmente più plastico!

Anche l’aspetto emotivo non bisogna dimenticare di considerare, gioca un ruolo fondamentale nei processi di un invecchiamento sano.

In uno studio di Hansson e Hagberd (2005) gli autori hanno evidenziato che le persone che sono in grado di esternare i propri bisogni, possiedono un atteggiamento alla vita positivo e hanno una vita sociale ricca (interagiscono spesso con amici e parenti), possiedono anche una longevità più sana a livello fisico e mentale!

Quindi il consiglio che vi vorrei dare per questa settimana è: siate ATTIVI!

Andate al cinema, al teatro, cercate di coltivare le vostre amicizie/familiari, incontrate nuova gente, leggete, ascoltate musica, giocate a candycrush, imparate un nuovo strumento, andate a sentire conferenze, cercate di partecipare a conversazioni attivamente… inossomma cercate di tenere stimolato il vostro cervello con tante, ma soprattutto varie attività!

Questo vi permetterà di affrontare il cammino verso la vecchiaia in modo sano, ma soprattutto vi aiuterà a costruire le basi per poterlo affrontare con grinta!

PS. Vuoi misurare la tua riserva cognitiva, sapere se è bassa, media o alta? clicca qui per accedere gratuitamente al test validato dagli esperti dell’università di Padova!
E se non riesci a raccapezzarti su come farlo, contattaci e ti aiuteremo noi!

 

BIBLIOGRAFIA

Hansson, J. Å., & Hagberg, B. (2005). Determinant factors contributing to variations in memory performance in centenarians. The International Journal of Aging and Human Development60(1), 19-51.

Kliegel, M., Zimprich, D., & Rott, C. (2004). Life-long intellectual activities mediate the predictive effect of early education on cognitive impairment in centenarians: a retrospective study. Aging & mental health8(5), 430-437.

Stern, Y. (2009). Cognitive reserve. Neuropsychologia47(10), 2015-2028.

ADHD e le aree esecutive della corteccia frontale

Che cos’è l’ADHD?

L’ADHD è definito come disturbo da deficit di attenzione e iperattività ed è diagnosticato secondo una di queste tipologie

• Tipo inattentivo
• Tipo iperattivo/impulsivo
• Tipo combinato

La diagnosi di basa sui sintomi che si sono presentati negli ultimi 6 mesi, ma non esiste un test di laboratorio per diagnosticare l’ADHD. La diagnosi prevede infatti la raccolta di informazioni da parte di genitori, insegnanti e altri, attraverso il riempimento di particolari check-list ed una valutazione medica (compresi test della vista e dell’udito) per escludere altre patologie mediche. I sintomi non sono il risultato di deficit od ostilità o incapacità di comprendere un compito o le istruzioni.

Gli scienziati non hanno ancora individuato le cause specifiche dell’ADHD. Ci sono evidenze che aspetti genetici contribuiscano all’ADHD.  Ad esempio, 3 bambini su 4 con l’ADHD hanno un parente con lo stesso disordine. Altri fattori che sembra potrebbero contribuire allo sviluppo dell’ADHD sono: la nascita prematura, danni neurologici e la madre che fuma, beve o attraversa uno stress intenso durante la gravidanza.

Dal punto di vista delle neuroscienze, l’ADHD è un disordine dovuto ad alterazioni funzionali (non strutturali) di specifiche regioni del Sistema Nervoso Centrale (SNC), in particolare dei gruppi di neuroni coinvolti nei processi di inibizione e autocontrollo (corteccia prefrontale e gangli basali); tale disturbo neurobiologico si manifesta nell’alterazione dell’elaborazione delle risposte agli stimoli esterni.

Le funzioni esecutive della corteccia frontale

Il colore rosso indica una MINORE ATTIVAZIONE, ovvero una prevalenza di tracciato theta anziché beta o gamma nell’EEG

La corteccia frontale non si occupa di elaborare primariamente le informazioni provenienti dai recettori sensoriali, ma regola le FUNZIONI ESECUTIVE ossia quelle capacità tipicamente umane di manipolare e riorganizzare le informazioni per risolvere problemi e migliorare la risposta adattiva agli stimoli ambientali.

L’ADHD non è un disturbo dell’attenzione, ma dell’autoregolazione (anche se comporta di conseguenza un deficit di attenzione).

Vanno considerate 6 abilità mentali fondamentali che nell’ADHD sono compromesse (funzioni esecutive della corteccia prefrontale).

  1. Consapevolezza di sé
  2. Inibizione
  3. Memoria di lavoro
  4. Auto-motivazione
  5. Regolazione delle emozioni
  6. Pianificazione e problemsolving
Di seguito esamineremo una ad una le 6 funzioni compromesse con alcuni consigli utili, principalmente per gli insegnanti ed educatori,  su come affrontare le conseguenti difficoltà.

Consapevolezza di sé

L’ADHD interferisce con la consapevolezza di sé e delle proprie azioni. Occorre allenare i ragazzi ad essere più consapevoli di quello che fanno: ad esempio possiamo fermarli e chiedergli di descrivere ciò che stanno facendo. È possibile anche filmarli (attenzione alla privacy), soprattutto quando si comportano bene,  e mostrare loro il video. (Videotape self-modeling). Questa tecnica è già usata con successo nello spettro dell’autismo. Si può anche riempire una tabella indicando 5-6 comportamenti di cui volete che siano consapevoli, e dare loro la possibilità di auto-valutarsi alla fine di ogni lezione attribuendosi un punteggio.

Inibizione

L’inibizioneè la capacità di fermarsi e pensare prima di agire, ovvero la capacità della parte anteriore del cervello di mediare la risposta (altrimenti “im-mediata”) del sistema motorio alla stimolazione sensoriale. Si possono concordare delle tecniche per “fermarsi”, ignote agli altri compagni di classe, ad esempio utilizzando una graffetta, il picchiettio di un dito…ovviamente lo studente deve essere collaborativo, cosa che non sempre accade.Oppure si possono utilizzare delle parole magiche, come ad esempio “tartaruga”. Quando dico “tartaruga” lo studente si comporta come una tartaruga, si deve sedere a braccia e gambe rannicchiate e deve iniziare a guardarsi attorno (più adatto alla scuola primaria).

La memoria di lavoro (MdL)

La memoria di lavoro è una funzione esecutiva del cervello frontale che permette di mantenere “pronte” alcune informazioni rilevanti per il compito che sto svolgendo.  Ti ricorda:

  • Che cosa stai facendo
  • Quali step devi affrontare
  • Se li stai facendo
I ragazzi ADHD non riescono a tenere in mente le cose che devono fare, e quindi fanno letteralmente quello che gli capita. La MdL trattiene una RAPPRESENTAZIONE MENTALE che gli ADHD non sono in grado di avere né di mantenere. Con un ADHD le rappresentazioni mentali NON FUNZIONANO. Inutile usarle. Ecco perché durante le verifiche, anche con lo schema stampato davanti, spesso hanno difficoltà a trovare la risposta giusta. Occorre quindi utilizzare strumenti che “scarichino” su un dispositivo fisico la loro MdL. È stato dimostrato che supporti tecnologici come memo vocali e applicazioni dei tablet non funzionano, perché non vengono usate o vengono comunque smarrite.

La carta è sempre migliore.

Strumenti potenzialmente utili: carte (es. da gioco), liste su fogli di carta, segnali, qualsiasi cosa che abbia una consistenza fisica che li aiuti a ricordare quello che deve essere fatto. Occorre registrare quindi le informazioni da qualche parte, in un luogo fisico che sia di supporto (sostitutivo) alla rappresentazione mentale che non sono in grado di creare.

Auto-motivazione

Quando fanno qualcosa di bello (film, videogiochi, attività di loro interesse) non hanno problemi di alcun tipo, a dimostrazione che l’ADHD non è un deficit primariamente attentivo. Di fronte ad un compito noioso (per loro, ma anche per i compagni) non sono in grado di motivarsi a svolgerlo. I compagni fanno un sacco di cose che non vorrebbero fare, motivandole con una soddisfazione futura (voto, gratificazione dei genitori…).  I ragazzi ADHD si rifiutano di fare perché non sono in grado di motivarsi, di orientare l’azione al raggiungimento di un obiettivo, e in questo NON HANNO SCELTA, semplicemente NON CE LA FANNO. Per dare loro una motivazione occorre utilizzare qualcosa di REALE, di concreto, dei premi fisici che li motivino a fare cose che altrimenti non sono in grado di motivarsi a fare. Se l’ambiente non fornisce (spontaneamente o meno) dei rinforzi, il comportamento non accade.

Esempio di premi:

  • Uscire per una corsetta all’aperto
  • Prendere una cioccolata o un dolcetto
  • Utilizzare particolare strumentazione nei laboratori, etc…

Regolazione delle emozioni

Gli ADHD non riescono ad inibire forti emozioni, o comunque non a lungo. Non riescono a moderarle.  Spesso le emozioni sono troppo forti ed inappropriate. Occorre trovare un sistema per renderli più consapevoli e per inibire le emozioni eccessive (Terapia Razionale Emotiva, filastrocche…). Se ciò non risultasse efficace, si può prevedere un angolo tranquillo dove possono calmarsi da soli ed esprimere le emozioni liberamente (buttare fuori, sbollire). Anche in questo caso può essere molto utile filmarli per 20-30 secondi e poi mostrare loro come sono stati “bravi” a calmarsi. Questo allena parallelamente anche la prima funzione esecutiva che abbiamo visto, ovvero la consapevolezza di sé

Pianificazione e problem-solving

I ragazzi ADHD hanno difficoltà anche a manipolare le poche informazioni che riescono a trattenere nella MdL I cuccioli umani impiegano più di 10-12 anni per sviluppare il sistema nervoso centrale, a differenza degli altri animali. Durante questi anni, attraverso il gioco mentale coordinano le funzioni motorie con lo sviluppo delle abilità strategiche e di rappresentazione mentale astratta. Occorre sfruttare questo stesso principio di “apprendimento” attraverso il gioco. Quando c’è un problema di matematica bisogna renderlo più fisico che mentale, utilizzando ad esempio:

  • Biglie
  • Tavole numeriche
  • Abaco
  • Calcolatrice

Un compito affrontato in modo solo mentale sarà probabilmente fallito.

In sintesi

L’ADHD è un disturbo neurologico dello sviluppo e va inteso come una vera e propria disabilità. Il principio fondamentale da utilizzare è quello che già spontaneamente utilizziamo con qualsiasi tipo di disabilità, ovvero la COMPASSIONE, il non-giudizio, anche laddove è molto facile perdere la pazienza (sia per gli insegnanti, sia per i compagni).

Per altre forme di disabilità si costruiscono rampe, si prevedono agevolazioni di vario genere. Questo non toglie valore a nessuno, non rende meno importante una persona, anzi le fornisce strumenti e strategie alternative in un percorso di vita già difficoltoso.

La Depressione, un fenomeno in aumento.

Depressione. Una semplice parola che si presenta in continuazione in qualsiasi canale informativo, talvolta in modo anche improprio, forse per il solo semplice fatto che va sempre bene: è un fenomeno dai contorni non ben delineati, confusi, che calza a pennello quando non si sa a chi imputare uno stato di malessere; un pò come il buco dell’ozono: piove troppo? Colpa del buco dell’ozono. Fa troppo caldo? Buco dell’ozono. Ci sono gli uragani? Sempre colpa sua. Seguendo la similitudine con la depressione, anche nel caso del buco dell’ozono, se i fenomeni fossero visti in più ampia scala, ci si accorgerebbe che il famoso buco è una parte del problema. Un problema che ha avuto degli antecedenti, delle concause, delle conseguenze e dei fattori di mantenimento.

L’anno 2017 è stato l’anno in cui l’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) ha messo al centro del dibattito proprio la depressione, andandola ad indagare su un piano di percentuali. Vediamo in questo report come i casi siano notevolmente aumentati negli ultimi 10 anni (un aumento pari a circa il 20%) andando ad influire negativamente sia sulla spesa medica ( il 4,3% della spesa sanitaria globale è rappresentato solo dalla depressione) sia in termini di perdita economica (uno studio del 2011, stimava una perdita di 16.300 milioni di dollari tra il 2011 ed il 2030).

Riprendendo la similitudine con il buco dell’ozono, precedentemente menzionato, vediamo come la depressione, come qualsiasi altro disturbo della sfera psico-fisica, non è un’isola, non è cioè non collegata con altri problemi/patologie. Il problema del buco dell’ozono trova parte della causa nell’inquinamento, che gioca a sua volta un ruolo chiave nel riscaldamento terrestre, a sua volta influenzato dal buco dell’ozono. Da non sottovalutare sono altre variabili extraterrestri (cioè variabili che riguardano le condizioni chimico-fisiche di altri pianeti), che magari possono giocare un ruolo nella traiettoria evolutiva del problema.

In ugual misura, cercare di definire la depressione senza considerare tutto ciò che ruota intorno a questo fenomeno potrebbe essere fuorviante. Così come per far l’analisi logica di una parte della frase abbiamo bisogno dell’intera frase da cui essa proviene, per definire la depressione abbiamo bisogno della persona, dei suoi vissuti, del suo presente e del suo futuro.

Definire il problema è il punto di partenza per affrontarlo, non il punto di arrivo. Arrivare ad un chiaro quadro di ciò che ha portato ad una situazione di sofferenza sarà il primo passo per un cammino, non sempre e necessariamente lungo e costoso, per una risoluzione efficace e duratura dei sintomi.

Fonti

  • www.epicentro.iss.it/temi/mentale/aggiornamenti.asp
  • www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=2448
  • Bloom, D.E., Cafiero, E.T., Jané-Llopis, E., Abrahams-Gessel, S., Bloom, L.R., Fathima, S., Feigl,A.B., Gaziano, T., Mowafi, M., Pandya, A., Prettner, K., Rosenberg, L., Seligman, B., Stein, A.Z., & Weinstein, C. (2011).The Global Economic Burden of Noncommunicable Diseases. Geneva: World Economic Forum.

Musicoterapia & Demenza. La via per una nuova comunicazione

Quello di cui ti parlerò oggi è uno degli argomenti principe dei miei attuali lavori di ricerca. La musicoterapia, in particolare quella usata per il sostegno di persone affette da demenza.

La musica… un fantastico strumento alla portata di tutti e che presenta un grandissimo potere, sia per la nostra mente che per il nostro organismo.

La musica è intrinsecamente connessa alle nostre emozioni e cognizione. Sin da bambini siamo esposti a stimoli musicali ancora prima che il nostro linguaggio si sia sviluppato. Basti pensare alle ninne nanne che i nostri genitori ci cantavano; o quando da più grandicelli, all’asilo o alla scuola elementare, ci ritrovavamo a cantare a squarciagola canzoni Natalizie indossando un vestito da angioletto con tanto di aureola (sicuramente penso sara’ capitato pure a te!).

E questa esposizione continua lungo l’arco di tutta la nostra vita fino a quando anche le capacità comunicative possono perdersi.

Per questo la musica risulta essere uno degli strumenti che permette di attivare e stimolare diverse parti del nostro cervello, molte di più rispetto al semplice linguaggio.
Ed è da qui che la musica può essere usata come mezzo di comunicazione per interagire con coloro che possono presentare demenza e con le quali può sembrare persa qualsiasi forma di dialogo.

Ma prima di vedere per bene come funziona la musicoterapia e prima di darti qualche piccolo consiglio su come utilizzare la musica con un tuo caro che può presentare una qualche forma di demenza, vorrei darti un piccolo quadro generale sull’invecchiamento e sulla demenza, in modo da fornirti un’ottica di come la musicoterapia possa essere utile per persone che soffrono di questo disturbo.

Anziani demenza e musicoterapia

Con l’aumento della popolazione anziana, aumenta anche l’esigenza di comprendere ed approfondire meglio i problemi di salute fisica, mentale ed emozionale legati all’invecchiamento.

Tra questi vi sono: un generale indebolimento dei sensi, un declino della mobilità e cambiamenti a livello cognitivo (Kukull & Ganguly, 2000). Non tutte le abilità risentono però dell’età. Gli psicologi Horn e Cattel (1966) distinguono tali abilità in “componenti fluide”, quali ragionamento, memoria, pensiero astratto, che sono sensibili all’età e “componenti cristallizzate”, abilità legate alle esperienze accumulate che si mantengono alquanto stabili con l’età.

Il declino delle capacità cognitive è spesso associato all’insorgenza di demenza.

In un report dell’associazione “Alzheier’s disease international” è emerso come nel 2015 in tutto mondo, 46.8 milioni di persone presentavano una forma di demenza e questo dato si prospetta raddoppierà ogni 20 anni fino a raggiungere i 131.5 milioni nel 2050.

In particolare, ad oggi si può dire che il 5% della popolazione mondiale oltre i 65 anni, e ben il 30% oltre gli 85 presenti una qualche forma di demenza.

Vi sono due principali categorie di demenze: reversibili e degenerative.

Quelle reversibili possono dipendere da cause metaboliche, cioè dovute a delle reazioni bio-chimiche che si svolgono nel nostro organismo; o dovute a delle infiammazioni o infezioni. Di solito tali tipi di demenze si possono risolvere o per lo meno stabilizzare se ne viene corretta la causa.

Le demenze degenerative sono invece quelle di cui sicuramente avrai già sentito nominare (le ahimè famose demenza di Alzheimer e malattia di Parkinson o quella a Corpi di Lewy o vascolare) in cui con l’andare del tempo vi è una procedurale e sistematica morte delle cellule cerebrali che può dipendere, a seconda del tipo, da cause diverse.

Oggi giorno non esistono dei trattamenti efficienti che permettono di “guarire” da questi tipi di disturbi. Ma quello su cui si può agire è il rallentamento del decorso della malattia o la sua prevenzione.

Per quanto concerne lo stato umorale, molte patologie che riguardano il sistema cognitivo si associano ad un aumento della depressione, e questo avviene soprattutto nella popolazione anziana 65+ (Gala et al. 2008).

La prevalenza di depressione maggiore nei pazienti anziani è valutata dal 3% al 42% rispettivamente nella popolazione generale e nei soggetti istituzionalizzati (case di riposo, ospedali).

Per trattare persone affette da demenza e depressione, oltre alle terapie farmacologiche vi sono anche interventi non farmacologici o psicosociali che sono centrati sulla cognizione, sulle emozioni, sul comportamento, sulla stimolazione sensoriale, diretti al caregiver (la persona che assiste principalmente il malato) e centrati sul personale di assistenza e sul sistema di cura.

Effetti della musicoterapia in anziani con demenza

La musicoterapia, è uno di questi interventi specifici che rientra tra gli approcci orientati alla stimolazione sensoriale delle persone affette da demenza, che ha finalità preventive e riabilitative. Pone come punto centrale dell’intervento la stimolazione sonoro-musicale, che ha l’obiettivo di mantenere e/o potenziare abilità cognitive quali: memoria, attenzione, coordinazione senso-motoria, capacità di discriminazione e di aver influenze anche sul piano comportamentale.

Attenzione! Il musicoterapista non è quindi colui che semplicemente “suona, canta e fa ascoltare della musica”.  Ricordiamoci prima di tutto che è un terapista, come lo è uno psicologo, un fisioterapista ecc.
In Inghilterra così come in Italia e altri paesi della comunità Europea, il musicoterapista è una persona qualificata che he ha studiato per almeno 2 anni presso un Istituto specializzato o Università, ha competenze in ambito psicologico-dinamico, cognitivo, relazionale, medico e musicale.
Il suo obiettivo è quello di utilizzare la musica come mezzo di comunicazione e di riabilitazione,  attraverso l’uso di tecniche specifiche, sperimentate e validate.

Se hai un tuo caro che soffre di demenza, ti sarà capitato di vedere come a volte l’ascolto di una determinata musica può ispirare una reazione emozionale. Che sia la loro canzone preferita o il brano musicale del suo matrimonio o una canzone che cantava spesso ai figli. La musica, soprattutto quando è legata alla sfera autobiografica della persona, ridesta ricordi e reazioni che potevano sembrare sepolti.

Diversi studi hanno indagato gli effetti della musicoterapia attiva su pazienti affetti da demenza, in modo da dimostrare la sua efficacia:

Takahashi e Matsushita (2006) dell’università di Juntendo e Toho in Giappone hanno condotto uno studio sugli effetti della musicoterapia in anziani con diagnosi di demenza da moderata a grave. Allo studio, della durata di ben due anni, hanno preso parte 43 soggetti anziani (età media di 83 anni), 24 per il gruppo sperimentale di musicoterapia e 19 per quello di controllo. I ricercatori hanno misurato la pressione del sangue dei soggetti, i livelli di cortisolo nella saliva, e il livello delle funzioni cognitive tramite un test psicologico prima e dopo la prima seduta, dopo 6 mesi, e dopo uno e due anni. Quello che i ricercatori hanno trovato è stato che il gruppo di controllo ha avuto un leggero aumento dei livelli di cortisolo, che indica un aumento dello stress fisico/mentale, rispetto al gruppo sperimentale. La pressione media sistolica del gruppo di controllo era significativamente aumentata nel periodo di due anni rispetto al gruppo sperimentale. Tale aumento può portare ad un maggiore rischio di problemi di sanguinamento cardiovascolare e cerebrale. Mentre per quanto concerne i punteggi ottenuti nei test cognitivi, il gruppo sperimentale si è mantenuto per lo più stabile, mentre è stato osservato un calo della prestazione nel gruppo di controllo. Concludendo, gli autori hanno trovato un effetto positivo a lungo termine per la musicoterapia in pazienti anziani con demenza di tipo moderato-severa.

In uno studio tutto italiano, condotto invece da Raglio e collaboratori nel 2008, si è verificata l’efficacia della Musicoterapia per ridurre i sintomi comportamentali e psicologici della demenza in anziani (detti anche BPSD). Lo studio ha coinvolto ben 59 persone con demenza, suddivise in un gruppo sperimentale che faceva musicoterapia e in uno di controllo che ha ricevuto un altro tipo di intervento non musicale. Prima del trattamento ad ogni partecipante è stata eseguita una batteria di test che misurassero lo stato cognitivo, di salute e comportamentale. E gli stessi test sono stati riproposti dopo 8, 16 e 20 settimane.  Dai risultati è emerso come, anche se la prestazione ai test cognitivi è rimasta stabile nel tempo, vi è stato un decremento significativo dei comportamenti neuropsichiatrici (come allucinazioni, agitazione, disturbo del sonno, aggressività ecc.) rispetto al gruppo di controllo. In oltre è risultata migliorata, sempre per il gruppo sperimentale, la relazione empatica e la partecipazione attiva alle attività di musicoterapia.

Questi dati sono stati riscontrati anche da uno studio condotto da un nostro collaboratore Dr. Ming Hung Hsu, leader dei Musicoterapisti dell’associazione MHA (UK) che da anni si occupa di fornire interventi di musicoterapia a persone anziane in casa di riposo.
Nel suo studio Ming ha riscontrato come un intervento di musicoterapia di 7 mesi abbia portato un miglioramento dei sintomi comportamentali e del benessere psicofisico in coloro che hanno ricevuto l’intervento di musicoterapia.

Questi sono solo alcuni dei numerosi studi che sono stati condotti sugli effetti della musicoterapia e deteriormento cognitivo. Devi sapere che quasi ogni anno ci sono degli esperti che conducono delle revisioni della letteratura su questo tema, le più famose e importanti sono le Cochrane review, che attraverso l’uso di criteri scientifici molto selettivi e “rigidi” selezionano solo gli studi migliori per comprendere l’efficacia di questi interventi, fornendo sempre nuove domande per i ricercatori in modo che possano creare nuovi studi per poter indagare più nello specifico, gli effetti di questa forma di intervento! (ps. Gli studi che abbiamo visto precedentemente sono tra quelli selezionati da questi revisori).


Suggerimenti per l’utilizzo della musica

Anche tu, nel tuo piccolo, puoi fare qualcosa.
Seleziona qualche musica che sai può piacere alla persona interessata e prova a fargliela ascoltare. Se non conosci i suoi gusti prova a vedere tra le raccolte dei sui cd, nastri, dischi per capire almeno il tipo di genere che poteva apprezzare maggiormente in gioventù.

Un consiglio che ti do, se usi servizi internet come youtube o spotify, è di stare attento alle pubblicità che possono comparire e che possono risultare un po’ assordanti e confondenti, andando così ad alterare la persona.

Meglio presentare la musica in sottofondo ambientale tramite l’uso di casse o registratori, in modo da poter controllare più facilmente il volume e adattarlo alle esigenze della persona.
Se riconosci che puoi usare delle cuffie, ti consiglio di evitare gli auricolari perché possono essere scomodi e non facili da sistemare nel padiglione auricolare, meglio delle cuffie come quelle in figura.

Cerca di rimanere vicino al tuo caro mentre ascolta le canzoni, in modo da poter monitorare  la situazione e vedere come reagisce. Se sembra provare disagio ti consiglio di abbassare la musica fino a spegnerla e aspettare un po’, provando poi un altro genere. Nel caso in cui sia possibile una semplice conversazione con la persona, puoi anche chiederle direttamente se le piace o meno.

Se invece vedi che rispondono in maniera positiva, allora prova ad usare la canzone per interagire con loro. Canticchiano? Allora prova a cantare con loro! Battono il ritmo? Batti il ritmo anche tu! (non troppo forte però). Anche se non sembra la tua presenza è importante. Cercare di stabilire una relazione permette di attivare determinate abilità socio-cognitive, che favoriscono il coinvolgimento e la motivazione della persona, andando a sua volta ad influire sull’umore.

Per iniziare, scegli un momento in cui la persona e abbastanza vigile, evita la mattina presto o il primo pomeriggio subito dopo il pranzo.

Inizia con musiche leggere, non troppo dinamiche o energiche. Ad esempio eviterei di far ascoltare come prima canzone “Don’t stop me know” dei Queen, o “Non sono una signora” della Bertè che possono risultare abbastanza forti e vivaci; come anche eviterei come prima canzone di far ascoltare “Caruso” di Dalla in quanto può risultare una canzone molto emotiva e innescare ricordi molto forti nella persona.
Se, e nel caso, queste canzoni potrebbero essere usate come intermezzo, da inserire quindi dopo che la persona avrà iniziato a prendere confidenza e si sarà abituata alla musica.
Ricordiamoci che sono persone fragili, e alcune tipologie di musiche che presentano dei suoni più assordanti possono dar fastidio perché percepite come “martelli pneumatici” in testa!

Per questo ti consiglio nuovamente di aggiustare il volume, se possibile, in modo da regolarlo in base al gusto e alle esigenze della persona.

Un piccolo accorgimento:

Come abbiamo visto prima, la musica è strettamente connessa alla sfera emotiva e alla memoria e quindi potrebbe risvegliare delle emozioni molto forti legate al vissuto della persona, per questo ci tengo a sottolineare l’importanza di stare sempre accanto alla persona durante l’ascolto, così che in caso notassi qualche segno di stress, ti invito a spegnere la musica e a stare vicino alla persona cara, parlardogli in tono gentile e rassicurante.
Alle volte è normale esprimere sentimenti tristi in relazione ad un forte ricordo emotivo associato alla musica, e semplicemente lo stare accanto alla persona durante questo momento, può essere la migliore ed efficace risposta che tu possa donarle.

 

BIBLIOGRAFIA

Gala, C., Peirone, A., Bellodi, S., Pasquale, L., & Redaelli, C. (2008). Depressione e deterioramento cognitivo nell’anziano. G GERONtOL56(1), 25-33.

Horn, J. L., & Cattell, R. B. (1966). Refinement and test of the theory of fluid and crystallized general intelligences. Journal of educational psychology57(5), 253.

Hsu, M. H., Flowerdew, R., Parker, M., Fachner, J., & Odell-Miller, H. (2015). Individual music therapy for managing neuropsychiatric symptoms for people with dementia and their carers: a cluster randomised controlled feasibility study. BMC geriatrics15(1), 84.

Kukull, W. A. & Ganguli, M., (2000). Epidemiology of dementia: Concepts and

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Raglio, A., Bellelli, G., Traficante, D., Gianotti, M., Ubezio, M. C., Villani, D., & Trabucchi, M. (2008). Efficacy of music therapy in the treatment of behavioral and psychiatric symptoms of dementia. Alzheimer Disease & Associated Disorders22(2), 158-162.

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