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Farmaci e cibo: attenti a quei due!

Che il benessere passi anche per la buona tavola è ormai cosa risaputa: mangiare sano in quantità e ritmi idonei è considerato una buona prevenzione per molte patologie e condizioni. A volte però alimenti anche insospettabili possono procurarci qualche grattacapo se li assumiamo in concomitanza con certi farmaci: da validi aiuti per la nostra dieta con nutrienti e vitamine di fatto si potrebbero trasformare in nemici, talvolta anche pericolosi.

Come appunto i vari alimenti che ingeriamo, anche un farmaco dal momento dell’assunzione percorre un cammino di varie tappe nel nostro organismo e alcune strategie metaboliche sono simili o addirittura uguali. Esistono anche varie classi di enzimi che intervengono nei processi di detossificazione di farmaci e molecole, una delle più importanti è quella dei citocromi, a cui appartiene il citocromo P450 (abbreviato CYP450), presente in fegato ed intestino. Questa famiglia è molto importante perché “il 60% dei farmaci comunemente prescritti è metabolizzato in qualche modo da questo enzima” [Dr. David Bailey -che studiò l’effetto del succo di pompelmo sul metabolismo di certi farmaci- su “Medical Tribune” 3/9/’98].

In questo articolo dunque parleremo delle più note interazioni che ci possono essere tra cibo e farmaci, dalle più immaginabili a quelle più insospettabili.

Innanzitutto qual è l’effetto a cui l’interazione farmaco-cibo può dare luogo?

Si può incorrere in una diminuzione della velocità di assorbimento o della quantità di farmaco assorbita, oppure in un incremento o peggioramento degli effetti collaterali. Diminuire la velocità di assorbimento ritarda semplicemente l’insorgenza dell’attività farmacologica, mentre diminuire la quantità di farmaco assorbita ne riduce il picco plasmatico.

Spesso può venire il dubbio, anche proprio davanti al bancone della farmacia: “Meglio prendere il farmaco a stomaco pieno, giusto?”. Parzialmente giusto! Alcuni farmaci per esempio come Saquenavir (un farmaco per l’HIV) che assunto in concomitanza di un pasto calorico aumenta l’assorbimento anche del doppio, preso a stomaco vuoto potrebbe non avere sufficiente attività.

Anche nel caso dei FANS l’indicazione terapeutica è la stessa, questa volta perché per loro attività chimico-farmacologica hanno come obiettivo la riduzione delle molecole responsabili sia dell’infiammazione sia della produzione di muco protettivo dello stomaco.

Assumere farmaci a stomaco pieno lo protegge dagli effetti sulla mucosa, ma espone le molecole all’interazione con molte altre…Siamo sicuri siano sempre inerti ed innocue?

L’assunzione a stomaco vuoto in certi casi è necessaria per il completo assorbimento dei farmaci o come nel caso dei sedativi o degli ipnotici, per un effetto più rapido.
Gli inibitori di pompa protonica, farmaci per proteggere lo stomaco da un’eccessiva acidità, quali Esomeprazolo, Omeprazolo e Lansoprazolo bisognerebbe assumerli un po’ prima del pasto per avere un effetto maggiore. Anche la Levotiroxina (anti-ipotiroideo) va assunta a stomaco vuoto, così come l’Itraconazolo in soluzione (antimicotico), i farmaci per l’osteoporosi o gli ACE inibitori (anti ipertensivi).

Alcol

Una delle molecole che è più facile immaginare dia luogo ad interazioni è l’alcol: può influire con un altissimo numero di farmaci, alterandone sia l’assorbimento sia il metabolismo. Oltretutto influenza le nostre capacità di percezione della realtà. Questo effetto si può sommare all’attività intrinseca di alcuni farmaci come antidepressivi, tranquillanti o antistaminici che hanno già per loro motivazione farmaceutica effetti a carico dell’umore, dell’attenzione o del grado di attivazione nervosa. Attenzione perciò alla co-assunzione in certi momenti, come prima di attività che richiedano la nostra lucidità o prima di mettersi alla guida poiché possono aumentare la sonnolenza.

Anche con gli analgesici narcotici e gli oppiacei è pericolosa la co-assunzione ed è da evitare assolutamente: aumentano gli effetti collaterali fino ad arrivare addirittura al coma.

Ciò va ribadito anche per gli analgesici non narcotici, cioè i FANS: fa aumentare il rischio di sanguinamento ed ulcere. Invece aumenta il rischio di danno epatico con le statine (farmaci per il colesterolo) o il Paracetamolo, rischio tanto maggiore quanto più aumenta la dose dei farmaci o dell’alcol.

Con i nitrati vasodilatatori (anti-anginosi o anti ipertensivi) come l’Isosorbide o la Nitroglicerina, aumenta l’effetto vasodilatatorio e fa scendere eccessivamente la pressione.

Sottolineo di nuovo l’importanza di evitare l’associazione di alcol con antidepressivi, antipsicotici, ansiolitici o narcotici. Spesso non ci rendiamo conto del pericolo e troppo facilmente si rischia di cadere in fallo con conseguenze dannose.

Caffeina

Un’altra molecola intuitivamente pericolosa in associazione è la caffeina, una dei protagonisti delle nostre giornate, sicuramente amica, ma in certi casi pericolosa e traditrice.
Con i broncodilatatori, come Salbutamolo o Teofillina, provoca eccitabilità, nervosismo e tachicardia. Nel caso della Teofillina può provocare vomito, nausea e mal di testa.
Con la Ciprofloxacina (antibiotico) c’è rischio di accumulo di caffeina, mentre con gli antipsicotici può aumentare la concentrazione di farmaco nell’organismo.

Potassio

È un elemento che si trova in molti cibi e integratori, fare attenzione poiché con gli ACE inibitori (anti ipertensivi) può aumentare la kaliemia, cioè la quota di potassio nel sangue, che può causare palpitazioni e battito irregolare. La stessa cosa può accadere con il Triamterene (diuretico).

Pompelmo: tu quoque!

Una delle interazioni più inaspettate è quella con il succo di pompelmo: provoca problemi con moltissimi farmaci, da quelli anticolesterolo, antibiotici, fino ad anti ipertensivi o anche ansiolitici. Ma la lista è molto lunga.
Ma come spiegare questo “effetto pompelmo”?
La sua scoperta si deve ad uno dei casi di serendipity di cui la storia della scienza è ricca. Alla fine degli anni ’80 il succo di pompelmo era stato aggiunto ad un placebo in uno studio farmacologico. Il gruppo a cui si somministrò il pompelmo presentò una concentrazione del farmaco in esame molto più elevata.
Il pompelmo contiene elementi che inibiscono specificatamente il CYP 3A4, che appartiene alla famiglia dei citocromi P450. Questo enzima si trova a livello epatico o anche intestinale, sito in cui maggiormente agisce il nostro succo di pompelmo. Inibendo l’azione dell’enzima che metabolizza i farmaci si ha di conseguenza un picco di assorbimento e i livelli plasmatici aumentano. L’inibizione si dice sia dose-dipendente, cioè più alta è la dose di succo ingerita, maggiore sarà la risposta inibitoria e permane per un certo periodo anche dopo l’assunzione.
L’azione del malefico, seppur gustoso frutto, non è tuttavia così prevedibile: dipende anche dai livelli di CYP3A4 nel nostro organismo che sono soggetti a variabilità individuale genetica e non tutti lo esprimiamo nella stessa quantità.

Vitamina K

Gli anticoagulanti (Warfarin) soffrono la co-somministrazione con cibi ricchi di vitamina K, rendendo il farmaco meno efficace. Da evitare perciò cibi come broccoli, cavoli, spinaci, cime di rapa e mirtillo, anche se di quest’ultimo bisognerebbe assumerne una quantità importante per avere un effetto di interazione.

Latte o caseari

Con gli antibiotici chinolonici (Ciprofloxacina, Levofloxacina, Moxifloxacina, ecc) bisogna evitare un pasto con soli prodotti caseari, latte, yogurt o succhi arricchiti di calcio. Le tetracicline si legano come una pinza alle cariche positive del calcio e formano un complesso non assorbibile, diminuendo l’effetto antibatterico. Lo stesso tipo di interazione avviene anche con altri elementi, come il magnesio o il ferro.
Anche l’assorbimento dell’Etidronato (farmaco contro l’osteoporosi) è limitato dal calcio, cosa paradossalmente ironica, visto che è uno degli elementi che si tende ad integrare in questi casi.

Tiramina

La tiramina è una molecola che si trova in cibi come i formaggi stagionati, vino rosso, cibi in salamoia, manzo o fegato, aringhe o acciughe, o grandi quantità di cioccolato.
Da evitare con certi antidepressivi (MAO inibitori) e il Linezolid (antibiotico): può esserci un aumento pericoloso della pressione.

Peperoncino

Altro elemento noto nella nostra dispensa è il peperoncino, il quale associato con gli ACE inibitori provoca tosse.

Oltre agli elementi della dieta vale la pena ricordare che anche alcuni integratori entrano nel gioco delle interazioni: l’assorbimento della Digossina (farmaco che stimola la contrazione cardiaca) è limitato dalla senna e dall’iperico, così come da un pasto ricco di fibre. L’associazione con la liquirizia può dare aritmie e aumentare il rischio di infarto.

Iperico

L’iperico inoltre è un potente induttore del sistema metabolico del citocromo P450, praticamente il contrario del pompelmo. Porta quindi ad un aumentato metabolismo di certi medicinali e loro conseguente diminuzione nel flusso ematico.

Ma allora che fare?

Evitare completamente le interazioni farmaco-cibo non è possibile, si può però ridurle al minimo con le accortezze del caso e con la scelta di una dieta adeguata. Alcuni farmaci hanno bisogno di essere presi a stomaco vuoto per migliorare l’assorbimento, altri a stomaco pieno anche per proteggerlo da effetti dannosi (vedi i FANS), per molti altri non cambia poi molto. Come sempre la soluzione primaria e più funzionale è il buon senso e la curiosità: informarsi leggendo il bugiardino e chiedere al medico o al farmacista può risparmiarci qualche grattacapo o fastidiosi effetti indesiderati.

Chi l’avrebbe mai detto che il frigo e il mobiletto dei farmaci fossero così connessi?

 

Quest’estate perciò occhio ai drink con il pompelmo e ai caffè shakerati se state prendendo farmaci…

A presto! Siate come al solito belli, dentro e fuori!

Musica e cervello: una stimolazione senza uguali

Precedentemente abbiamo visto come la musica, in particolare la musicoterapia, possa avere degli effetti benefici in persone anziane con decadimento cognitivo, per migliorarne la loro cognizione e tono dell’umore! (clicca Qui, per visualizzare l’articolo precedente).
Oggi invece vorrei parlarti un po’ più in generale di come la musica influenzi il nostro sistema cognitivo sia attraverso il suo semplice ascolto che nella sua pratica!

Sembra strano come alle volte dei semplici strumenti fatti di corde e piatti possano creare una vera e propria dimensione in cui la nostra mente possa rifugirsi. Una dimensione parallela in cui possiamo sentirci confortati, concentrati, in cui possiamo riassaporare vecchie emozioni o viverne delle nuove. Ma come mai il nostro legame con la musica è così forte? Come agisce nello specifico sulla nostra mente, e cos’altro può fare?

Per rispondere a tutte queste domande non basterebbe un libro, difatti dovete sapere che esiste un’intera branca della scienza che cerca di rispondere a tutte queste domande e più: la  Neuromusicologia.

Oggi vorrei provare a darti qualche utile informazione che magari potresti utilizzare per comprendere questa estatica interazione, e qualche piccolo consiglio su come usare la musica per migliorare il tuo benessere quotidiano e la tua performance lavorativa!

Musica e sistema cognitivo

L’ascolto della musica è in grado di influenzare diverse risposte fisiologiche nel nostro corpo e in particolorare si è riscontrato come essa attivi diverse aree del nostro cervello.

Nello specifico, l’ascolto musicale, non coinvolge solo le aree del nostro sistema uditivo ma attiva diverse reti neurali. In uno studio pubblicato sulla nota rivista scientifica NeuroImage, il team di ricerca guidato dal Dr. Vinoo Alluri dell’università dello Jyväskylä (Fillandia), ha registrato

tramite fMRI (risonananza magnetica funzionale, possiamo definirla come una “macchina fotografica” in grado di mostrare l’attiva cerebrale) come il nostro cervello si attivavi durante l’ascolto di un tango!
L’analisi dei dati ha rilevato che l’ascolto della musica, in particolare la sua valenza emozionale e ritmica, attivi le regioni motorie del nostro cervello andando a supportare l’idea che la musica e il movimento sono derettamente interconnesse; il sistema limbico e paralimbico, aree associate alle emozioni; e delle particolari reti neurali associate alla creatività!

Secondo alcuni ricercatori (Gaab 2005, Von Georgi et al. 2006), l’ascolto musicale è in grado di stimolare adeguatamente anche le aree corticali e sub-corticali dell’emisfero destro, responsabile della capacità olistica, connesse in modo diretto al sentimento e alla motivazione.

 

Musica e Biologia

Quindi ricapitolando, l’ascolto della musica permette l’attivazione di diverse aree del nostro cervello, ma allo stesso tempo è stato riscontrato che genera anche delle attivazioni/modificazioni a livello biologico!
Come molti amanti della musica già sanno, l’ascolto della musica può aiutare a migliorare il tono dell’umore tramite l’aumento del neurotrasmettitore Dopamina (comumente chiamato ormone della “felicità”, lo stesso che viene prodotto quando mangiamo la cioccolata)  e dei livelli dell’ormone Ossitocina (l’ormone “dell’Amore”). L’ascolto musicale aiuta a ridurre anche lo stress pecepito tramite la diminuzione dei livelli di cortisolo. Per questo quando vi sentite stressati o emotivamente instabili l’ascolto della musica può essere di benefico, in quanto vi permette di aiutare il vostro corpo a regolare i livelli di questi ormoni.

L’ascolto della musica ha anche delle influenze a livello della percezione del dolore, questo dato è supportato dal fatto che l’ascolto musicale agisce su una parte del cervello, il Nucleo Accumbens, che è la stessa su cui agisce la morfina (Jeffries, Neuroreport 2003). In più, l’ascolto attivo della musica (cioè quando vi prestiamo diretta attenzione) può favorire la regolazione di ACTH (ormone legato alla produzione di cortisolo) e della prolattina, ormone coinvolto nella stimolazione della lattazione in donne incinte!

 

Consigli per l’uso!

Il mio consiglio per questa settimana è quindi quello di creare degli spazi nella vostra settimana in cui possiate sedervi su un comodo divano o sdraiarvi sul letto e semplicemente ascoltare della musica. Esplorando nuovi brani, generi e ritmi! Poi se avete la possibilità di ascoltare dei concerti dal vivo, meglio ancora! Sappiate che andare a sentire concerti almeno una volta ogni 2/3mesi aiuta ad incrementare la vostra riserva cognitiva! Che scopriremo più avanti cosa sia! 😉

Anthony

 

BIBLIOGRAFIA

Csikszentmihalyi, M., (1990). “Flow: The Psychology of Optimal Experience.” New York: Harper and Row.

Evers, S., & Suhr, B. (2000). Changes of the neurotransmitter serotonin but not of hormones during short time music perception. European archives of psychiatry and clinical neuroscience250(3), 144-147.

Franco, F., Swaine, J. S., Israni, S., Zaborowska, K. A., Kaloko, F., Kesavarajan, I., & Majek, J. A. (2014). Affect-matching music improves cognitive performance in adults and young children for both positive and negative emotions. Psychology of Music42(6), 869-887.

Ferrari , Carlotti S, Addessi A., Pachet F. (2004). “Suonare con il Continuator è un esperienza ottimale?”. In M. Biasutti, “Proceedings if International Symposium on Psychology and Music Education”, Padova.

Gaab, N., Tallal, P., Kim, H., Lakshminarayanan, K., Archie, J. J., Glover, G. H., & Gabrieli, J. D. E. (2005). Neural correlates of rapid spectrotemporal processing in musicians and nonmusicians. Annals of the New York Academy of Sciences1060(1), 82-88.

Lesiuk, T. (2005). The effect of music listening on work performance. Psychology of music33(2), 173-191.

Vinoo Alluri, Petri Toiviainen, Iiro P. Jääskeläinen, Enrico Glerean, Mikko Sams, Elvira Brattico. Large-scale brain networks emerge from dynamic processing of musical timbre, key and rhythm. NeuroImage, 2011; DOI: 10.1016/j.neuroimage.2011.11.019

Von Georgi, R., Grant, P., von Georgi, S., & Gebhardt, S. (2006). Personality, emotion and the use of music in everyday life: Measurement, theory and neurophysiological aspects of a missing link. Tönning, Lübeck, Marburg: Der Andere Verlag.

 

 

 

Le fobie: paurosi si nasce o si diventa?

Da sempre l’essere umano si è dovuto confrontare con il timore e la paura. La paura ci sorprende, mettendoci di fronte la nostra limitata capacità di controllo rispetto a ciò che ci circonda. Quando la paura nei confronti di un evento o stimolo si presenta come intensa, incontrollata, persistente e irrazionale, possiamo parlare di fobia. Chi soffre di una fobia riconosce che la propria paura sia sproporzionata ed eccessiva ma è altrettanto incapace di controllarla razionalmente.  

 

Le fobie…queste creative!

Le fobie possono riguardare la quasi totalità degli oggetti, situazioni, luoghi e animali con cui ci confrontiamo quotidianamente. Anche stimoli comuni, parte integrante della vita di tutti noi, rappresentano per alcuni delle vere e proprie fonti di terrore. Altre fobie invece sono così particolari da essere ritenute quasi un’invenzione giornalistica o televisiva. Qualche esempio? Si possono temere le persone calve (peladofobia) o con la barba (pogonofobia); si può aver paura dell’aglio (alliumfobia), di addormentarsi e non svegliarsi più (somnifobia); si possono temere i numeri (numerofobia), i colori (cromatofobia), le parole troppo lunghe, gli elementi raggruppati per 4, gli angoli, i tappi… Come si può facilmente intuire, l’elenco delle possibili fonti di paura è pressoché infinito e, come vedremo tra poco, è destinato ad aggiornarsi continuamente.

 

Le fobie… sono influenzate dalla cultura

Cambiamenti sociali

e culturali possono influenzare lo sviluppo delle fobie, contribuendo alla nascita di nuove forme fobiche e alla sostituzione di altre ormai ancestrali. A tal proposito possiamo dire che la paura dei serpenti è stata quasi totalmente soppiantata da quella dei piccioni, di fatto animali molto più comuni e diffusi. Inoltre, con lo sviluppo tecnologico, i dispositivi elettronici sono diventati parte integrante della nostra realtà lavorativa, personale e interpersonale: ed ecco che si sviluppa una nuova fobia, la nomofobia (no-mobile-phobia), ovvero la paura di rimanere senza cellulare ed essere esclusi dalla rete di comunicazione mobile.

 

La paura sana ci fa riconoscere un pericolo; la paura patologica ci rende schiavi 

Chi può dire di non avere mai avuto paura di un cane, del buio, di rimanere solo, del confronto o dei ladri? La paura è un’emozione primaria che ci permette di fronteggiare una situazione di pericolo, consentendoci di riconoscerlo e di affrontarlo. La paura ha assicurato e continua ad assicurare la sopravvivenza di molte specie, compresa quella umana. Può capitare però che la risposta di paura sia intensa, incontrollata, persistente, irrazionale e sproporzionata rispetto al reale pericolo. Immaginiamo una persona che ha paura dei cani; per il timore di incontrarli ed esserne aggredita, evita di andare a trovare l’amica che tanto vorrebbe vedere, di andare a passeggiare nei campi pur volendo mantenersi in forma,…. In questo caso si stanno orientando le scelte in base alla paura dei cani, limitando la propria quotidianità non a seconda di ciò che è utile o non utile fare o di ciò che si vuole o non si vuole fare ma in funzione di ciò che si sente di poter o non poter fare. Siamo all’interno di una gabbia costruita da limitazioni e precauzioni, gabbia destinata a diventare sempre più stringente e opprimente: le fobie tendono infatti a dilagare e ad appropriarsi della nostra vita, in un circolo vizioso fatto di rinunce e limitazioni che porta a nuove rinunce, sempre più frequenti e invalidanti.

 

… Chi è l’artefice delle nostre fobie? 

Ciò che conta quindi non è di che cosa io possa avere paura ma che cosa farò o eviterò di fare in virtù della percezione che ho di quella determinata realtà. In altre parole siamo noi, con le nostre reazioni, a trasformare una paura sana in una fobia. A questo punto la domanda sorge spontanea: che cosa ci impedisce di invertire il processo e trasformare una fobia in una paura sana? Ecco quindi che diviene fondamentale comprendere quali sono quelle azioni concrete che, se ripetute nel tempo, determinano lo sviluppo della forma fobica: in altre parole, dobbiamo identificare gli ingredienti alla base delle fobie. 

 

Gli ingredienti delle fobie 

Tipicamente le persone con una fobia tendono: 

  1. a parlare, con più o meno insistenza, dell’oggetto/situazione temuta 
  2. a chiedere aiuto e rassicurazione 
  3. a evitare l’oggetto temuto 

 

Proviamo ora ad analizzare questi comportamenti: 

  1. “Sai, io ho davvero paura dei topi. L’altro giorno mi è capitato di vederne uno in cantina e… bla bla bla…” Parlare del problema è un beneficio illusorio: se al momento parlarne crea un momentaneo benessere, a lungo termine ti viene confermato che, se ne parli, il problema esiste, è presente proprio perché l’altro ti ascolta. Inoltre la paura funziona così: più ne parli più aumenta. Ogni volta che parli di ciò che temi è come se tu stessi mettendo un fertilizzante speciale ad una pianta: la stai facendo crescere a dismisura. 
  2. “Per favore puoi andare tu a fare la spesa perché quel supermercato mi crea ansia…?” Ogni volta che chiediamo aiuto e lo otteniamo, riceviamo contemporaneamente due messaggi. Il primo, più immediato, è: “Ti voglio bene quindi ti aiuto e ti proteggo”. Il secondo messaggio, che è meno ovvio ma più forte e sottile, è: “Ti aiuto perché da solo non puoi farcela, perché se ti lasciassi da solo ti sentiresti male”… non è altro che una conferma della nostra incapacità. A lungo termine, delegare e chiedere rassicurazioni non fa altro che aumentare la nostra incapacità, sia percepita che effettiva.  
  3. “Possiamo evitare di prendere l’aereo e organizzare una vacanza qui vicino?”. L’evitamento genera uno stato di sollievo, sollievo che però è solamente momentaneo: ogni evitamento conferma la nostra incapacità nel fronteggiare l’oggetto temuto, rendendoci a poco a poco sempre meno capaci. “L’esperienza è la madre di ogni nostra certezza” e se accumuliamo esperienze fatte di rinunce e fallimenti, alla fine diventeremo persone fallimentari. Inoltre ogni evitamento ci mostra che la cosa che abbiamo evitato sarebbe stata davvero minacciosa e la volta dopo aumenterà la minacciosità. È una spirale che si autoalimenta e porta ad una paura sempre più grande, sempre più generalizzata. E’ come un virus che dilaga, virus che ci farà sentire e diventare persone incapaci.  

 

Questo non significa che da oggi non dobbiamo più parlare delle nostre preoccupazioni, non dobbiamo più chiedere aiuto agli altri, e abbiamo invece l’obbligo di confrontarci con ogni situazione possibile. Si tratta solo di considerare che non si nasce paurosi, indecisi, incapaci o insicuri ma lo si diventa nel tempo. Proprio come si impara a parlare, a camminare e a mangiare, si acquisiscono delle modalità di reazione che ci portano prima a comportarci come insicuri e incapaci e poi a diventarlo davvero.

Si diventa fobici ogni volta che si sceglie di evitare qualcosa di temibile, che si sceglie di delegare una questione spinosa, che si sceglie di chiedere aiuto e rassicurazione. Come sostiene Alessandro Salvini, psicologo contemporaneo, ognuno costruisce la propria realtà che poi subisce o gestisce.

 

FONTI E BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

https://www.psicologiacontemporanea.it/la-rivista/Fobie/

https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/cards/18-fobie-piu-assurde-cui-soffre-gente/cromatofobia_principale.shtml

Nardone, G. (2010). Paura, panico, fobie. Ponte alle Grazie

Nardone, G. (2012). Oltre i limiti della paura. Bur.

Paura e noia da corona virus? – Qualche consiglio per gestirle

La tematica del #coronavirus è diventata una problematica soggettiva che può acquisire sfaccettature diverse a seconda della personalità di ognuno di noi. In questo periodo difficile e nuovo, possiamo ritrovarci a sperimentare una limitazione giustificata della nostra libertà di movimento e ad affrontare sentimenti che possono in qualche modo alterare la nostra quotidianità.

L’isolamento, se non strutturato, può portare ad alimentare alcune nostre incertezze e paure che possono intaccare la nostra mente e creare ansie eccessive, a volte difficili da gestire, che possono distorcere la nostra percezione del rischio.

Ricordiamoci che la paura è un’emozione utile se naturalmente proporzionata al pericolo che abbiamo di fronte e l’esposizione mediatica eccessiva, distorta da notizie fasulle postate sui social (vedi la bufala sul fatto che i cani potessero essere fonte di disseminazione del virus) possono alimentarla.
Per questo è importante affidarsi alle informazioni fornite dai siti delle autorità Statali (in appendice) o da personale competente (medici, infermieri, professori universitari etc) e non basarci solo sul “il mio amico mi ha detto che” o “ho ricevuto un messaggio su WhatsApp che dice che..”. Cerchiamo sempre di verificare le nostre fonti!

È inoltre importante ricordarci che l’eventuale esposizione al virus non è sintomo di malattia, e che la contagiosità non equivale alla reale possibilità di averne anche i sintomi. Di fatti, vi sono molte persone che sono asintomatiche, cioè risultano positive al virus ma non mostrano gli effetti collaterali. Ricordiamoci inoltre che esistono, come abbiamo precedentemente visto nell’articolo in cui abbiamo parlato dell’uso delle mascherine, indicazioni pratiche per ridurre il pericolo di contagio.

Ma come fare per ridurre la paura se “eccessiva” e che quindi potrebbe spingerci a comportamenti irrazionali e contro produttivi? Ecco qui che la ragione ci viene in aiuto. Ragionare in modo oggettivo sui rischi reali e rispettare le varie azioni semplici ma molto efficaci suggerite dalle Autorità sanitarie, ci può aiutare a trovare un equilibrio tra i vari sentimenti che il nostro corpo-mente sta sperimentando.

Un metodo pratico che vi consiglio di usare, nel caso sentite che la paura e/o l’ansia vi stia sovraccaricando, è quello di prendere un pezzo di carta bianca e con dei colori diversi, iniziare a scrivere in modo casuale e di getto tutte le parole, emozioni, frasi che vi vengono in mente in relazione alla situazione che vi sta struggendo. Non esistono regole su come scrivere sul foglio, l’importante è riempirlo! Una volta fatto, piegatelo a metà e tagliatelo/stracciatelo in tanti piccoli pezzi, più piccoli sono meglio è! (alleniamo un po’ il nostro Flow state). Prendete poi il tutto e gettatelo in un sacchetto dell’immondizia o bruciatelo nel caso abbiate un caminetto, e mentre lo gettate/bruciate fate un bel respiro profondo. Questo piccolo gioco dall’apparenza molto semplice, ha una capacità psicologica molto forte che permetterà al conscio di scaricare e distaccarsi dalle paure e ansie che vi pressano. Potrete notare, inoltre, che vi aiuterà a sentirvi meglio e a valutare le varie situazioni con nuovi punti di vista!

Qui di seguito vi lascio anche il link (Clicca qui ) per scaricare gratuitamente un vademecum PDF creato dal “Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi” con alcuni consigli e azioni utili che possiamo mettere in pratica per ridurre la paura ed evitare che si trasformi in panico. Nel caso sentite l’esigenza di un supporto psicologico ho inserito in appendice vari numeri telefonici utili che potrebbero esservi di aiuto.

Altra faccenda invece è la “noia”… durante questi giorni mi capita spesso di sentire i miei amici dire: “boh non so come far passare sta quarantena”, “sta reclusione mi sta uccidendo..” (forse gli unici a godersi realmente questo periodo sono i gamers, tra i quali mi includo… che finalmente hanno tutte le ore che vogliono per giocare ai videogames!).

La noia, se poi siamo una persona che non è abituata a stare a casa, può essere una pena molto pesante da subire. Ecco perché in questi casi è importante adottare delle piccole strategie che possono aiutarci a vivere questa esperienza in modo diverso! Il mio maestro di arti marziali, nonché monaco buddista del tempio Tenryuzanji, in una sua recente intervista rilasciata sul blog di “FilosofiaClinica”che potete leggere qui, ha dato un consiglio che psicologicamente parlando ha un valore fondamentale, ovvero il non chiamare questo periodo che stiamo vivendo come  “Confinamento, reclusione, restrizione, poiché hanno una natura negativa che indebolisce la nostra mente ed il nostro spirito! Sfruttiamo la parola “ritiro”, iniziamo a dire “io sono in ritiro”, (ritiro mentale, per la riscoperta di noi stessi)”.

Se ci pensiamo, il solo chiamare questo periodo in un modo diverso ci può aiutare ad affrontarlo diversamente, in maniera più positiva e attiva!

Fondamentale è cercare di crearsi una routine quotidiana con piccoli obbiettivi da raggiungere. La pianificazione aiuta la nostra mente a non rimanere in uno stato di vuoto/nullafacenza che potrebbe “essere usato”, anche inconsciamente, per alimentare le nostre paure e incertezze. Proprio come in un ritiro, costruire una routine quotidiana con degli obbiettivi ci porta a investire positivamente le nostre energie per raggiungerli, con la soddisfazione che vi è dietro il raggiungimento!

Iniziative, se uno vuole, ne può trovare tante!
Provate a fare una lista delle cose che avete sempre voluto apprendere, leggere o fare (ad esempio perché non imparare a fare i nodi scout? Potrebbero sempre tornare utili!) e poi cercate di pianificarla all’interno delle vostre giornate. Se riuscite, iniziate a meditare e fare/aumentare l’attività fisica; In letteratura ci sono vari studi scientifici che hanno dimostrato come prendersi cura della propria mente e del proprio corpo aiuta a ridurre i livelli di stress (riduzione ad es. del cortisolo nel sangue) e di conseguenza a limitare gli stati di ansia! Ricordiamoci: Mens sana in corpore sano! (“una mente sana in un corpo sano”)

La tecnologia in questi casi ci viene molto in aiuto con varie App e siti Web:

Duolinguo: per chi volesse imparare una nuova lingua
Yousician: per chi volesse imparare a suonare la chitarra/basso/pianoforte
Yoga: con Eliana Dell’Anna per chi volesse iniziare a cimentarsi in questa stupenda arte
Relax Meditation meditazione zendà l’accesso gratuito al percorso di introduzione alla meditazione.
FreeLetics: se volete qualche suggerimento per fare allenamento a casa (vi sfido a completare il programma “afrodite”)

TEDx con un infinità video fatti da professionisti che parlano di scienza, cultura, religione etc in modo semplice diretto e divertente! (provate a dare un occhio a questa lezione fatta da Paolo Bonolis)

Iniziative quindi ce ne sono, ma qual è, allora, l’unico ostacolo che ci potrebbe spingere a non pianificare/raggiungere tali obbiettivi?

La Pigrizia!! Il caro vizio capitale, che persino Dante nella sua Divina Commedia condanna al punto tale da porre questa categoria di anime al di fuori delle porte dell’Inferno. Oggi sappiamo però che dietro questa dimensione psicologica di solito si celano paure, affiliazioni, mancato supporto emotivo o persino una malattia soggiogante. Ma questo è un altro argomento e vedremo di affrontarlo nel prossimo articolo. 🙂

 

Siti Ufficiali per informazioni sul corona virus:

 

Numeri utili per assistenza sanitaria e psicologica:

Ministero della Salute: 1500

Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi (Cnop) ha promosso l’iniziativa #psicologionline: i cittadini tramite un apposito motore di ricerca (accessibile dal sito Cnop) possono trovare lo psicologo o psicoterapeuta più vicino e prenotare un teleconsulto gratuito (via telefono o piattaforma di videochiamata). In caso di necessità verranno programmati interventi a distanza più strutturati. Oltre 4mila professionisti dislocati in tutta Italia hanno già aderito al progetto.

Anche la Società psicanalitica italiana (Spi) ha messo a disposizione un servizio di ascolto e consulenza di psicologia psicanalitica (da 1 a 4 teleconsulti gratuiti) per problematiche connesse all’emergenza coronavirus. I Centri psicoanalitici associati alla Spi, presenti su tutto il territorio nazionale (Roma, Milano, Bologna, Genova, Torino, Firenze, Pavia, Padova, Napoli, Palermo) forniranno per il progetto i nominativi dei professionisti disponibili per l’ascolto tramite telefono o piattaforma di videochiamata.

Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) mette a disposizione gratuitamente una rete di sostegno psicologico fornita da psicologi e psicoterapeuti cognitivo-comportamentali per fronteggiare l’emergenza di natura psicologica connessa con la diffusione del COVID-19. All’ iniziativa hanno già aderito circa 500 Soci (tra psicologi, psichiatri e psicoterapeuti). Alla pagina del progetto Amicopsicologo è possibile trovare lo psicologo o psicoterapeuta più vicino da contattare.
L’iniziativa è rivolta ai cittadini e agli operatori sanitari; a questi ultimi è dedicato un elenco specifico di professionisti.

Per gli anziani

Un numero verde per offrire supporto psicologico agli anziani che vivono soli, iniziativa lanciata da Senior Italia FederAnziani, WINDTRE e SIPEm SoS Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza. Il servizio di ascolto psicologico è gratuito e risponde al numero verde 800 991 414 dal lunedì alla domenica, dalle ore 14 alle ore 19.

Chiamando infine il numero verde 800.065510 della Croce Rossa si può ricevere assistenza psicologica e telecompagnia contro stress e incertezza.

Sarà mica tutto inutile? – Covid19

Periodi difficili questi cari amici, ma non disperiamo!
Epidemie come questa richiedono sforzi da parte di tutti, ma quando il contributo maggiore che possiamo dare è non fare nulla e rimanere chiusi in casa è comprensibile che possa essere frustrante e sembrare inutile… ed ecco la nostra fatica! Ma stringiamo i denti e cerchiamo di capire che quel poco che possiamo fare ha un’enorme utilità!

Non affanniamoci e non ricerchiamo un eccesso di prevenzione inutile, non saccheggiamo i supermercati e le farmacie. Rallentiamo e scaliamo marcia.In questo periodo se ne sentono un po’ di tutti i colori, ecco un piccolo approfondimento su ciò che veramente possiamo fare, oltre alle LINEE GUIDA che già tutti conosciamo e dobbiamo tenere presente.Un articolo targato Sprint Studio diviso in due parti: nella prima parleremo di gel disinfettanti e mascherine, la loro utilità e il loro utilizzo. Nella seconda parte parleremo di bufale e daremo qualche consiglio e chiarimento, lasciando spazio alle previsioni future. Buona lettura!

“DAI LA CERA, TOGLI LA CERA”

(da: “Karate Kid”. Il maestro Miyagi sull’uso dei gel per le mani)

Dopo il saccheggio di gel per mani e salviette disinfettanti e/o igienizzanti mi sento di dire che è importante la disinfezione, ma la cosa principale è il lavaggio delle mani e avendo cura di non toccarsi occhi , naso e bocca.
È riconosciuta l’efficacia contro il virus di alcuni disinfettanti facilmente reperibili in commercio e cioè con almeno il 60% di concentrazione di alcol.
I dati in nostro possesso si rifanno anche ad altri virus della stessa famiglia (SARS, MERS e umani endemici HCoV) e secondo l’analisi anche di questi dati risulta che il virus può persistere su superfici inerti come metallo, vetro o plastica per un massimo di 9 giorni ma che facilmente si inattivano con soluzioni di etanolo (62-71%), perossido di idrogeno (0,5%), ipoclorito di sodio (0,1%). Meno efficaci il banzalconio cloruro (0,05%-0,2%) e la clorexidina digluconato (0,02%).

La trasmissione da superficie ad umano è rara ma cerchiamo OVVIAMENTE che non ci sia presenza di virus sulle superfici tramite lavaggio e disinfezione, ma attenzione, la persistenza del patogeno sulle superfici è una condizione necessaria ma non sufficiente per il contagio: dipende dalla carica infettiva e dal tipo di condizioni in cui si trova, come calore, umidità e presenza di altre sostanze organiche (banalmente, anche se sono presenti secrezioni umide).
Comunque è buona norma pulire, lavare e disinfettare le superfici della casa e del nostro ufficio o luogo di lavoro…che in questo periodo di smart working possono coincidere!
È importante l’ordine in cui riporto le azioni: prima pulire ed eliminare lo sporco particolato, poi lavare e solo alla fine disinfettare, altrimenti si andrebbe a ridurre la carica del disinfettante.

“È HARVEY L’EROE, LI HA MESSI IN GABBIA, SENZA INDOSSARE UNA MASCHERA”

(da “Il cavaliere oscuro”, Bruce Wayne sull’uso delle mascherine)

Altra corsa all’oro è quella delle mascherine! In questi giorni molta gente le chiede e molta gente in autonomia se le produce anche con materiali reperiti a casa, dentro un cassetto magari. Quando sono veramente utili? Come vanno usate? Che tipi di mascherine ci sono?

Ad esclusione degli operatori sanitari, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) segnala che l’uso di mascherine da parte di persone sane a scopo preventivo non è raccomandato poiché è una pratica non sostenuta da prove di efficacia, non tutte sono previste per filtrare virus e se non sono associate ad una buona pratica di igiene e gestione sono praticamente inutili. La paura del virus ha creato allarmismo portando ad un uso ingiustificato di questi dispositivi con un picco di richieste che mette in difficoltà tutti i canali distributivi.
L’utilizzo è infatti raccomandato in caso di presenza di sintomi febbrili o respiratori, per ridurre il rischio di contagio delle persone immediatamente vicine o per persone che gestiscono un caso sospetto.
Ricordo che: più mascherine sovrapposte non aumentano l’efficacia, lasciare eccessivo spazio o non far aderire la mascherina al viso la rende pressoché inutile, farsi mascherine con materiali di fortuna (fra cui anche bustine di plastica come ho visto fare) non dà protezione e dà di contro una falsa sicurezza!
Le mascherine vanno indossate e maneggiate con cura, dopo aver lavato le mani, nello specifico inoltre si raccomanda di:
– mettere la mascherina davanti naso e bocca con il minor spazio possibile fra viso e maschera
– non toccare la mascherina
– togliere la mascherina senza toccarla davanti
– cambiare la mascherina con una pulita e non riutilizzarla
L’OMS stessa ha rilasciato un video su come gestire questo DPI(Dispositivi di Protezione Individuale):  

Ci sono vari tipi di mascherine: dalle più semplici alle più complesse ed efficaci, vediamone una breve panoramica.
Quelle igieniche, non riportano marchio CE e hanno la notazione di non proteggere le vie respiratorie: servono nelle mense, nelle cucine, nella gestione di prodotti alimentari industriali.
Poi ci sono i veri e propri DPI, a partire dalle mascherine chirurgiche e poi i respiratori.
Le mascherine si dividono in dispositivi di tipo I, IR, II, IIR, in base a al potere crescente di filtrazione (98% per IIR), proteggono da schizzi e secrezioni respiratorie, ma non al vero e proprio aerosol virale, si inumidiscono facilmente e vanno cambiate ogni 2-3 ore. Lasciano comunque un po’ di spazi fra viso e maschera.

Ci sono poi i respiratori che sono gli unici DPI che danno una certa sicurezza di protezione anche dai virus, ma oltre a costare, sono scomodi e richiedono esperienza. Si dividono in base all’efficacia filtrante, la quale viene indicata dalla sigla FF seguita da P1, P2, P3.
Queste ultime non servono al personale non addetto, non chiediamole e non cerchiamole, potremmo sottrarle a chi ne ha bisogno e comunque appesantiremmo ulteriormente i canali distributivi e produttivi. Usiamo le mascherine base e usiamole se sospettiamo di essere malati o ci prendiamo cura di un ammalato.

 

Fatta un po’ di chiarezza, ci rivediamo presto al prossimo articolo con la seconda parte!

Belli come il sole

ccoci nel bel mezzo dell’estate a sorseggiare mojito in una baia dalla sabbia bianca ed il mare azzurro…o a faticare al caldo della città sperando che le ferie arrivino presto. Sia il vostro caso il primo o il secondo, il filo rosso che ci unisce è l’amico sole, fonte di vita e buon umore ma che in questo periodo picchia forte e può far male.

Alcuni di voi saranno di sicuro fanatici della tintarella, altri soffriranno anche solo il tragitto casa-lavoro sotto il sole: attenzione! Tutti avremmo bisogno di una protezione solare adeguata che sia adatta a varie esigenze e bisogni diversi, dettati dal fototipo, quantità e tipo di esposizione al sole, presenza di problemi cutanei o età.

Pensiamo un po’ a com’è cambiato il concetto di bellezza nell’ultimo secolo circa: da avere pelle bianca di lucente porcellana a quella satinata color dell’ebano: ora per “essere più belli” bisogna approfittare del sole e sottoporsi a sedute di abbronzatura più o meno estreme. La maggior esposizione al sole ha portato di sicuro a benefici in fatto di salute ma anche effetti indesiderati, potenzialmente pericolosi.

 

Per voi che leggete il post sotto l’ombrellone e per voi che lo fate al lavoro in pausa pranzo, ecco un piccolo articolo di approfondimento riguardo SOLE e PROTEZIONI SOLARI!

 

COME SONO COMPOSTI I RAGGI SOLARI?

La luce del sole che ci arriva è composta da un bouquet di radiazioni elettromagnetiche, alcune (le più pericolose tra l’altro) sono filtrate dall’atmosfera, altre passano e arrivano fino a noi. Quelle più importanti sono quelle che hanno lunghezza d’onda (λ) compresa da 290 e 3000 nm: quelli a bassa lunghezza d’onda (ultravioletti -UV-) sono responsabili dell’abbronzatura, fra 400 e 800 nm troviamo lo spettro del visibile, quelle a lunghezza d’onda più elevata (infrarossi) le percepiamo come calore. Minore sarà la lunghezza d’onda, maggiore sarà l’energia associata a quella radiazione, per questo gli UV sono più pericolosi. Gli ultravioletti si dividono a loro volta in UV-a UV-b, UV-c, questi ultimi sono ad alta energia e vengono filtrati dall’atmosfera, così come i raggi X e γ (così non rischiamo di trasformarci in un misto tra Hulk e qualche supereroe dei Fantastici 4). Gli UV-a costituiscono il 95% degli UV che arrivano sulla terra, gli UV-b il 5%. Le radiazioni meno energetiche sono quelle più penetranti, mentre le radiazioni a maggior energia come gli UV esercitano perciò i loro effetti più in superficie, a livello epidermico. Gli effetti degli infrarossi sono di minore entità: scaldano tessuti, possono alterare la sudorazione e modificano la struttura di proteine solo a dosi veramente elevate.

 

COM’È COMPOSTA LA NOSTRA PELLE?

La pelle è un organo molto vasto che riveste interamente l’organismo, ad essa sono attribuibili numerose funzioni, infatti regola la temperatura, protegge da raggi solari e agenti esterni (anche chimici), è coinvolta nell’assorbimento di farmaci, impedisce la perdita massiva di acqua, protegge da abrasioni, colpi, pressione, batteri, virus ed è il luogo di produzione della melanina.

Si divide in 3 strati: epidermide, derma, ipoderma.

L’epidermide è composta dall’epitelio, che è lo strato più superficiale e sottile. Il derma è costituito da tessuto connettivo ed è lo strato più spesso. L’ipoderma (o tessuto sottocutaneo) è caratterizzato da tessuto adiposo, vasi sanguigni, terminazioni nervose e connette la cute ad organi e tessuti sottostanti.

L’epidermide è composta da cellule che hanno varie funzioni (cheratinociti, cellule di Langherans, cellule di Merkel) e da MELANOCITI che producono MELANINA, un pigmento giallo-marrone che serve a proteggere l’organismo dall’attività dannosa degli UV. Esistono due tipi di melanine, entrambe polimeri dell’aminoacido tirosina, ma strutturate in maniera diversa: le eumelanine dalla colorazione bruna e le feomelanine rosso-bionde, meno efficaci per la foto protezione, anche perché sono instabili e scompaiono rapidamente.

 

DANNI E BENEFICI DEI RAGGI SOLARI

Il sole è fondamentale per alcuni importanti fattori: produzione di vitamina D3 per la mineralizzazione delle ossa, liberazione di serotonina (“l’ormone della felicità”), ha azione antisettica e antibatterica, effetti positivi su alcune malattie della pelle come eczemi, dermatiti, psoriasi, acne e, se vogliamo aggiungere, permettendo l’abbronzatura ci rende più belli (perlomeno secondo i canoni di bellezza attuali).

Ogni vantaggioso aspetto rivela un’ulteriore faccia della medaglia, la natura benefica dei raggi solari viene messa in ombra (giocando un po’ con le parole) dai suoi aspetti negativi: sono responsabili dell’invecchiamento della pelle (fotoaging), degradano fosfolipidi di membrana, possono provocare danni al DNA soprattutto dopo esposizioni intense e prolungate, con conseguente rischio di alterazioni neoplastiche (tumori come carcinoma e melanoma).

Tutti questi aspetti sono influenzati da dei fattori variabili, come l’orario e la zona geografica di esposizione, l’altitudine, le condizioni meteo, il grado di riflessione da parte delle superfici circostanti (come neve, rocce, sabbia, acqua) ecc.

Gli effetti negativi degli UV-a e degli UV-b sono sinergici e gli uni aiutati dagli altri provocano il danno cellulare.

Gli effetti più nocivi sono quelli che coinvolgono il DNA delle cellule epidermiche: gli UV-b provocano danni direttamente alla sequenza del DNA, mentre gli UV-a ne inibiscono il normale processo di riparazione, con conseguente accumulo di sequenze errate tramandate poi di cellula madre in figlia.

Nella tabella trovate sintetizzate le varie caratteristiche dei due tipi di radiazione.

La reazione di arrossamento definita eritema è data dall’azione degli UV-b ed è da considerarsi una reazione nel breve termine (danno acuto), invece gli effetti degli UV-a sono a lungo termine (danno cronico), sono poco energetici e molto penetranti, e vengono assorbiti dal derma: gli effetti si vedono con gli anni e sono quelli del cosiddetto fotoaging, cioè l’invecchiamento della pelle con ispessimento dovuto al danno al collagene e conseguente formazione di rughe.

Il nostro organismo può attuare diversi sistemi per potersi difendere naturalmente dall’attacco di queste radiazioni, fra queste c’è l’attivazione di sistemi antiossidanti e la stimolazione dei meccanismi di riparazione del DNA.

L’ipercheratosi dello strato corneo è un altro sistema di protezione. Spiegando banalmente: la pelle diventa più spessa proprio per porre più distanza fra la superficie su cui arriva la radiazione e gli strati sottostanti, bersaglio di quest’ultima. È molto famosa l’immagine della faccia di un camionista pensionato che dopo anni di esposizione al sole filtrato dal finestrino presentava caratteristiche di invecchiamento molto diverse da un lato e dall’altro della faccia.

Il meccanismo più lampante e caratteristico è la produzione di melanina, quindi l’abbronzatura. La melanina in realtà non offre un grado elevato di protezione dalle radiazioni solari, ma ha la grande capacità di disattivare molecole dannose derivanti da queste ultime che si trovano sulla nostra pelle: è un’ottima “disattivatrice” di radicali liberi.

La produzione di melanina dipende dal nostro fototipo, che è un valore che va da 1 a 6, dove 1 è il fototipo più chiaro e il 6 è quello delle popolazioni dalla pelle scura. (Clicca qui per consultare una tabella riassuntiva delle varie caratteristiche dei fototipi).

 

SOLARI: COSA VUOL DIRE SPF?

Un solare innanzitutto è un cosmetico e viene normato come tale, è un sistema di protezione aggiuntivo alle fisiologiche difese dell’organismo, insieme alle quali concorre a limitare i danni cutanei. È necessario non dimenticare le regole più basilari per l’esposizione al sole (evitare certe ore, tipo di indumenti da indossare, tipo di protezione solare in considerazione del proprio fototipo…).

Queste sono formulazioni anche avanzate, visto che l’industria ha tenuto conto delle varie caratteristiche che la pelle può avere: possiamo trovare solari per pelli secche o al contrario troppo sebacee, per pelli mature o per bambini.

Quello che fondamentalmente distingue i prodotti solari è l’SPF, Sun(burn) Protection Factor, in alcuni prodotti si può trovare in italiano IP, Indice di Protezione. È la capacità del prodotto di filtrare i raggi UV, è un indicatore e non un valore assoluto!

Per trovare il valore dell’SPF si fa riferimento alla MED (in inglese: Minimal Erythemal Dose -dose minima eritematogena-), cioè la quantità minima di radiazioni che provocano eritema, più specificatamente “è la quantità di energia radiante richiesta per produrre il primo percettibile ed inequivocabile rossore con confini ben definiti, valutato da 16 a 24 ore dopo l’esposizione”. È il rapporto tra la MED su una pelle protetta e la MED su una non protetta. Quindi, parlando di un solare con SPF 50, c’è bisogno di una quantità 50 volte più grande di radiazioni per provocare danno rispetto alla pelle non protetta.

Il fattore di protezione indica di quante volte il prodotto solare aumenta il valore della MED valutando l’insorgenza dell’eritema. L’eritema è un fenomeno caratteristico delle radiazioni UV-b, per gli UV-a si usa lo stesso rapporto, solo che ci si basa sulla Dose Minima Pigmentogena, cioè quella che produce imbrunimento della melanina.

I requisiti minimi di efficacia per un prodotto solare sono: SPF minimo di 6, protezione ad ampio spettro (UV-a/UV-b) e la protezione per gli UV-a dev’essere ≥ 1/3 dell’SPF.

In commercio si possono trovare diversi valori di protezione, ma ATTENZIONE! Non c‘è un incremento diretto di quantità di radiazioni filtrate con l’aumentare di SPF! La curva è di tipo logaritmico:

Quindi, seguendo il concetto che ci dice che la quantità di radiazioni che “sopravvive” al filtro solare è 1/SPF:

Poteva sembrare facile “ingannare” il consumatore con una sequela di numeri, abbindolandolo con numeri più o meno grandi senza spiegare quale fosse il loro vero significato. Perciò la commissione europea il 22 Settembre 2006 ha provveduto ad emanare linee guida per l’etichettatura dei solari (2006/647/CE per i più curiosi): “l’SPF potrà essere espresso utilizzando quattro classi di protezione: bassa, media, alta, molto alta e otto valori di SPF: 6 o 10= bassa; 15 o 20 o 25= media; 30 o 50= alta; 50+= molto alta. In ogni caso dovrà essere preferita l’indicazione della classe, con il numero di SPF in posizione di secondaria importanza”.

Fate attenzione che è la quantità corretta di prodotto che protegge per l’SPF dichiarato: 2 mg per cm2, praticamente circa 2 grammi per il viso e collo e 8 per una sola gamba. Applicandone meno il fattore di protezione cala.

 

FILTRI FISICI E CHIMICI

Le molecole effettivamente responsabili della protezione solare vengono chiamati filtri, divisibili in filtri FISICI e CHIMICI.

I filtri fisici hanno elevato potere coprente ed esercitano un’azione appunto fisica, cioè riflettono la radiazione e la disperdono (in fisica: scattering). Possono essere biossido di titanio (TiO2), ossido di zinco (ZnO), talco, caolino, non sono molecole solubili e vanno quindi disperse finemente nella formulazione e in sospensione. Sono composti inerti che devono essere opportunamente micronizzati: al di sotto di valori specifici non riuscirebbero a schermare in maniera opportuna essendo troppo piccoli per riflettere il raggio; troppo al di sopra di questi valori farebbero risultare il prodotto cosmeticamente poco accessibile poiché troppo bianco. La loro azione viene svolta sulla superficie della pelle, quindi non vengono e non devono venire assorbiti.

Lo zinco ossido è riconosciuto come un filtro efficace. Alcuni vecchi studi avevano rilevato un suo assorbimento a livello sistemico anomalo in animali, maggiore cioè che sugli umani, e si temeva per una possibile tossicità. Ciò però è stato smentito da studi più recenti.

Il pregio di questi filtri è che riducono l’irraggiamento di tutto lo spettro UV, la loro forza dipende dalla quantità di prodotto applicata. Invece il problema di questi prodotti è che è difficile micronizzare le particelle ed ottenere sospensioni che siano stabili.

I filtri chimici sono una classe eterogenea di molecole che assorbono la radiazione UV grazie alla loro struttura chimica, abbassandone il livello energetico e rendendole perciò meno pericolose. A differenza dei filtri fisici c’è dunque un assorbimento della radiazione.

A seconda della lunghezza d’onda cui corrisponde il massimo assorbimento si dividono in filtri UV-a e filtri UV-b. I più sfruttati sono l’octyl methoxycinammate (filtro UV-b) e il butyl methoxy dibenzoylmethane (UV-a) poiché sono molto tollerati.

I filtri chimici, diversamente dai fisici, riescono ad avere una diversificazione della protezione dello spettro UV, permettendo di ottenere un’abbronzatura un po’ più rapida conservando l’SPF.

NB: non tutte le radiazioni UV hanno la stessa azione fisiologica! Per questo nei solari si trovano più filtri solari.

 

I SOLARI SONO PERICOLOSI O TOSSICI?

No, non lo sono. La commissione europea ne ha regolamentato il tipo e per ognuno la quantità massima utilizzabile nei cosmetici. La lista si trova nella sezione B dell’allegato VI del regolamento 1223/2009 (http://eur-lex.europa.eu), alcuni possono essere potenzialmente degli interferenti endocrini, perciò non vengono usati nei solari per bambini.

 

FARMACI E FOTOTOSSICITÀ

Quando il sole reagisce con molecole chimiche che possono sensibilizzare la pelle si parla di fototossicità: stiamo parlando di sostanze derivanti da piante o farmaci che possono essere applicati sulla pelle (uso topico) o essere assunti per via orale (uso sistemico), queste molecole assorbono l’energia delle radiazioni e le trasferiscono ai tessuti sottostanti. Si presenta in maniera simile all’eritema, quindi con rossore, bolle, prurito e si presenta nella zona dove è stato somministrato il farmaco se si è fatto un uso topico, o in tutte le zone esposte al sole se si è assunto per via sistemica.

La fototossicità è un effetto collaterale di alcuni farmaci, che si può verificare anche in dipendenza dalla dose assunta. Buona norma, in generale, è evitare di esporsi al sole immediatamente dopo l’assunzione.

Le categorie di farmaci fotosensibilizzanti sono varie: antibiotici (sulfamidici, tetraciclina) , contraccettivi per uso orale, ipoglicemizzanti, antinfiammatori (fenilbutazone, ketoprofene, piroxicam), antiaritmici (amiodarone), antidepressivi (amitriptilina), antipsicotici (fenotiazine), chemioterapici (dacarbazina), antistaminici (difenidramina), diuretici (furosemide, tiazidi), antimicotici (griseofulvina), isotretinoina.

 

POSSO USARE IL SOLARE DELL’ANNO SCORSO?

Molto meglio di no, i solari non presentano in genere una data di scadenza poiché sarebbe sopra i 30 mesi, ma hanno un PAO cioè Period After Opening e secondo le norme di etichettatura viene riportato con un pittogramma, un numero e una “M”, la quale indica il numero di mesi dall’apertura dopo i quali non si dovrebbe più usare il prodotto.

Il solare in quanto cosmetico ha una formulazione anche complessa, dove troviamo il sistema filtrante e una serie di eccipienti che concorrono alla stabilità e pregevolezza della formulazione senza intaccarne l’efficacia. Si tratta spesso di emulsioni, idrogel, o soluzioni alcoliche e tutti gli elementi sono soggetti ad ossidazione ed altri processi di degradazione.

Se non si vuole perciò incorrere in brutte sorprese è meglio non usare i solari aperti da più tempo del previsto.

Anche una conservazione corretta del prodotto gioca un ruolo fondamentale per la durata del filtro: evitare di tenerlo sotto il sole, o troppo aperto, o farci entrare del materiale che potrebbe sporcare (proprio come la sabbia della spiaggia… guarda un po’).

Fresca di quest’estate è stata una segnalazione di Altroconsumoche faceva notare la non corrispondente capacità protettiva rispetto all’SPF dichiarato, riscontrata in un paio di prodotti solari: articolo 1 altroconsumo.it

ed anche: articolo 2 altroconsumo.it per chi vuole approfondire.

Pronta è stata la risposta della casa produttrice chiamata in causa: risposta Rilastil.

I filtri solari sono un ottimo alleato per noi e per la nostra salute ed hanno subìto notevoli miglioramenti dal punto di vista dell’attività: è aumentato il loro numero a nostra disposizione e il loro SPF. È migliorata inoltre la cosmetica, cosa che li rende più applicabili e più versatili rispetto alle molte esigenze dei consumatori.

Studi scientifici rilevano che il loro uso determina una diminuzione dell’insorgenza del carcinoma, tumore più comune che colpisce le parti esterne e più esposte. Più difficile è dimostrare scientificamente l’efficacia contro il melanoma: questo si presenta dopo anni con danno cutaneo, più legato ad esposizione intermittente, ci sono molti pochi studi controllati randomizzati e c’è inoltre confusione nei dati.

 

Ad ogni modo sia chiaro che i filtri UV riparano dalle ustioni solari, primo fattore di rischio per tumori cutanei e dal fotoinvecchiamento che ci fa diventare brutti.

“Why do mathematicians always wear sunscreen? Because they have sine and cosine to get a tan and don’t need the sun!” Per finire con una freddura…dato questo caldo! Ottima l’iniziativa presa dal London Imperial College: distributore di protezione solare nei cortili del campus!

 

Ora vi saluto con il pensiero alle candide spiagge tropicali e ai bagni di sole coperti dalla testa ai piedi di creme solari, augurandovi di prendere ciò che di buono il sole ci dà e di restare abbronzati nella nostra bellezza!

BIBLIOGRAFIA:

Realistic exposure study supports the use of zinc oxide nanoparticle sunscreens and allays safety concerns” February 2019 Paul F.A. Wright

Support for the safe use of zinc oxide nanoparticle sunscreens: lack of skin penetration or cellular toxicity after repeated application in volunteers” November 2019 Yousuf H. Mohammed, Amy Holmes, Isha N. Haridass, Washington Y. Sanchez, Hauke Studier, Jeffrey E. Grice, Heather A.E. Benson, Michael S. Roberts

Systemic absorption of common organic sunscreen ingredients raises possible safety concerns for patients” Article in journal of cutaneous maedicine and surgery – July 2019, Lydia Ouchene, Ivan V. Litvinov, Elena Netchiporouk

Wrinkles from UVA exposure” Katsuhiro Motoyoshi, YutakaOta, Yuko Takuma, Masanori Takenouchi (Cosmetic & toiletries magazine vol. 113, February 1998, pg 51-58)

https://eur-lex.europa.eu

Creme solari per bambini. Attenzione: il fattore di protezione può non corrispondere a quello reale” Articolo su Altroconsumo4 luglio 2019

Creme solari, la risposta di Rilastil ai risultati dei test di Altroconsumo” 10 luglio 2019, articolo di Elena Leoparco su helpconsumatori.it